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“nuovo corso”

Bombardieri: «A Reggio il pizzo lo pagano anche gli ‘ndranghetisti»

Conferenza stampa della Dda: «I clan hanno un atteggiamento subdolo e violento. Noi aiutiamo gli imprenditori a ribellarsi». Le «persone importanti» e le estorsioni del “mandamento Centro”

Pubblicato il: 25/02/2021 – 13:19
di Francesco Donnici
Bombardieri: «A Reggio il pizzo lo pagano anche gli ‘ndranghetisti»

REGGIO CALABRIA «Queste vicende svelano i molteplici volti della ‘ndrangheta nel suo approccio agli imprenditori: quello subdolo e quello violento. A Reggio Calabria il pizzo lo pagano tutti, anche gli ‘ndranghetisti».
L’indagine “Nuovo Corso” ricostruita grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Pasquale De Carlo e, soprattutto, alla testimonianza del noto imprenditore Francesco Siclari, permette alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata da Giovanni Bombardieri, di venire a capo delle modalità attraverso cui le cosche avvicinano gli imprenditori fino a farli entrare nei tunnel dei meccanismi estorsivi.
Oggetto principale, com’è intuibile anche dal nome scelto dagli inquirenti, sono i lavori di Corso Garibaldi, appetito dalle cosche in quanto centro nevralgico di larga parte dell’indotto cittadino. E come per “Malefix” e “Metameria”, la zona si riscopre sotto il controllo delle cosche del “mandamento Centro”, nella fattispecie, di quella parte della “famiglia” De Stefano di Archi sotto il comando di Paolo Rosario De Stefano, che le persone coinvolte nell’inchiesta odierna unanimemente definiscono capo della zona.

«La cosca più potente della città»

Le sirene della Polizia, su impulso della Questura guidata da Bruno Megale e dell’articolazione facente capo a Giuseppe Izzo, si sono accese intorno alle quattro di questa notte. Gli agenti hanno dato esecuzione a 5 misure di custodia cautelare in carcere convalidate dal gip presso il tribunale di Reggio Calabria e richieste dalla locale procura a fronte delle indagini coordinate dai sostituti procuratori Walter Ignazitto e Stefano Musolino. A farne le spese sono stati, spiega il questore, «alcuni soggetti già gravati da misure limitative della libertà personale e altri, resisi latitanti». Motivo per cui «è stato emanato un dispositivo “ad hoc” per garantire la cattura di chi si trovava ancora a piede libero». Coinvolti nell’indagine sono: Paolo Rosario De Stefano, classe 76, attualmente detenuto e riconosciuto come capo della consorteria; Paolo Caponera, classe 79, anche attualmente detenuto; Andrea Giungo, classe 72; Domenico Morabito, classe 77; Domenico Musolino, classe 76.
Le ipotesi di reato contestate sono a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata ad estorsioni aggravate dal metodo mafioso.
Tutto parte dalle dichiarazioni dell’imprenditore Francesco Siclari, che permettono, congiuntamente alle dichiarazioni del pentito De Carlo, di «ricostruire i ruoli dei vari soggetti appartenenti alla cosca e il loro “modus operandi”». A spiegare le dinamiche dell’indagine è il procuratore Giovanni Bombardieri: «I primi fatti risalgono addirittura al 2011 e si protraggono fino al 2014. Poi, anche attraverso soggetti diversi, ma in linea di continuità con le modalità definite dalla cosca, continuano fino al 2018». Un periodo lungo, all’esito del quale, l’imprenditore preso di mira decide di denunciare. A farlo scattare sarebbe stata la crescente insistenza da parte degli associati, alcune intimidazioni subite – come la distruzione dei mezzi – quindi la richiesta pervenuta dal boss De Stefano in persona di diventare il loro imprenditore di riferimento.
«La ‘ndrangheta – spiega il procuratore – si avvicina agli imprenditori con volto affabile». In questo caso, quello di Andrea Giungo, che «ricorda a Siclari gli anni del liceo, una serie di aneddoti personali, fino ad arrivare a qualificarsi come componente della “cosca più potente della città”. Le richieste avvengono sempre in forma amichevole dacché i soggetti si pongono come amici che vogliono tutelarlo da interferenze esterne».
Giungo è attualmente sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Reggio Calabria. Ha scontato 6 anni di reclusione per associazione mafiosa cui è stato condannato ad esito del processo scaturito dall’operazione “il Padrino” risalente al 2014. Durante il primo contatto, Siclari sta svolgendo dei lavori a Villa San Giovanni. Giungo si accompagna a Vincenzino Zappia, che al tempo «rivestiva un ruolo di rilievo all’interno della cosca», ma che non figura tra gli indagati odierni. «Siclari riesce a respingere queste prime interferenze spiegando che i lavori che stava facendo in quel momento erano privati, in favore di un suo dipendente». La cosca però non demorde.

I lavori per la pavimentazione di Corso Garibaldi

Nell’ambito di un’“Associazione temporanea d’impresa” (Ati) con un altro imprenditore (di provincia diversa da quella reggina), Siclari si aggiudica i lavori su Corso Garibaldi. I passaggi cruciali della sua testimonianza, ricostruiti a distanza di tempo, «hanno un comune denominatore». Anzitutto, «quelli che si presentano lo fanno come appartenenti alla “famiglia” De Stefano. Non fanno mai riferimento alla propria persona, ma sempre come appartenenti alla famiglia “più importante” di Reggio Calabria».
«Quando Giungo si ripresenta a Siclari, nell’autunno del 2013, lo sollecita espressamente ad accettare la sua protezione chiedendo il pagamento della “mazzetta” ai De Dtefano». Anche nella fase successiva, della riscossione dell’estorsione, in ragione delle contingenze – come ad esempio l’intervenuto arresto di Giunco nel 2014 – «i soggetti si sostituiscono ma operano come appartenenti a quella famiglia, tale che non vengano modificate le condizioni». Le condizioni stabilite fin dal principio sono che Siclari, in quanto aggiudicatario dei lavori della pavimentazione del Corso, paghi alla cosca il 2% con cadenza «riferita dall’imprenditore, contemporanea al pagamento dei “Sal” (stato avanamento lavori, ndr)». Il totale raggiungerà così un ammontare di oltre 80mila euro. A Giungo si sostituisce Domenico Morabito che «ritira le prime quote di pagamento». In seguito viene però riferito a Siclari che avrà a che fare con un’altra persona, anch’essa accreditata presso la “famiglia” De Stefano, individuata in Paolone Caponera «al quale dovrà pagare la terza tranche».

I lavori in Piazza Duomo e l’incontro col boss

Nella vicenda si innesta un altro evento: l’aggiudicazione dei lavori di Piazza Duomo (solo da parte di Siclari e non anche del socio componente l’Ati per i lavori di Corso Garibaldi).
«Siclari, a fronte dei ritardi, subisce l’incendio di alcuni mezzi. Al contempo, Giungo – uscito dal carcere – inizia a chiedere soldi anche per i lavori di Piazza Duomo sottolineando che “Siclari si stava comportando bene”».
L’imprenditore lamenta però il danneggiamento dei mezzi ed a quel punto Giungo gli fa incontrare quella che definisce «una persona più importante».
Secondo Bombardieri, si materializza a questo punto un «episodio in stile ‘ndranghetista».
Siclari viene prelevato lungo la strada e fatto salire in macchina da Giungo e un altro soggetto. Viene così portato in un’abitazione nei pressi dell’Università dove trova il boss Paolo Rosario De Stefano che si presenta come «il capo della “famiglia”». Lui è il figlio del defunto boss Giorgio De Stefano, classe 41 (fratello di Paolo), già condannato ad 8 anni di reclusione nel 2009 per 416-bis, attualmente in custodia cautelare a seguito dell’operazione “Trash”.
«L’atteggiamento di De Stefano – ricostruiscono gli inquirenti – si presenta come tranquillizzante». Siclari non viene infatti minacciato, ma gli viene tesa la mano affinché potesse diventare “amico” della cosca. «Questa è la fase più subdola dell’estorsione perché alla richiesta di pagamento del pizzo si accosta la nuova richiesta, quella di essere vicino alla “famiglia”. A Siclari si fa intendere che sarebbe dovuto diventare “imprenditore di riferimento” della cosca». Così facendo, non avrebbe avuto più problemi.
A questo punto l’imprenditore si irrigidisce, sfugge alla cosca e ritarda i pagamenti. I De Stefano giocano allora la carta di un imprenditore col quale Siclari aveva intrattenuto rapporti di collaborazione in passato: Domenico Musolino, costruttore edile cognato di Antonio La Villa, classe 75, genero di Giovanni Tegano, classe 39, storico patriarca dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta federata proprio ai De Stefano.
«Questi si pone come l’amico, a fronte dell’aspetto solenne della cosca». Musolino si offre come intermediario per i contatti con gli associati così che Siclari non dovesse interagire direttamente col boss o altri sodali. «A Musolino, tra il 2017 e il 2018, l’imprenditore e il socio pagano le ultime tre tranche (sempre sui lavori di Corso Garibaldi) pari a circa 50mila euro».

«Aiutiamo gli imprenditori a ribellarsi»

Il portato dell’indagine è la violenza psichica manifestata dagli uomini delle cosche che non si fanno scrupoli, come documentato dagli inquirenti, nemmeno a chiedere il pizzo all’interno di locali sacri come la Cattedrale della città. «Questa violenza si articola in un tempo lunghissimo e dimostra come la ‘ndrangheta operi intervallando il rapporto amichevole con la faccia dura, non fisicamente violenta, ma che ricade su chi non può sottrarsi ad un incontro che è stato deciso al suo posto. Non si può demonizzare tutta limprenditoria. Bisogna valutare caso per caso. Noi dobbiamo chiedere agli imprenditori di liberarsi dalla paura ed essere assistiti dallo Stato».
Rimarca la procura: «È fondamentale che gli imprenditori maturino la consapevolezza che la loro soggezione alle cosche col tempo è divenuta un meccanismo di inquinamento del libero mercato e dell’economia che pregiudica anche coloro i quali decidono di tenersi lontani da questo sistema. Noi invitiamo gli imprenditori a ribellarsi». (redazione@corrierecal.it)

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