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Riace, tradotto per il Giappone un libro sulla storia del “borgo dell’accoglienza”

Edito nel 2016, il testo di Rinaldis sarà distribuito su richiesta dell’Università di Tokyo. «La globalizzazione è anche circolazione delle persone»

Pubblicato il: 22/03/2021 – 11:21
di Francesco Donnici
Riace, tradotto per il Giappone un libro sulla storia del “borgo dell’accoglienza”

REGGIO CALABRIA «Ai lettori giapponesi l’esperienza del piccolo villaggio calabrese può offrire motivi di riflessione per comprendere il senso della mobilità umana del nostro tempo». La “globalizzazione” «non può ridursi alla libera circolazione delle merci, ma deve estendersi agli esseri umani, soprattutto a quelli nati nei luoghi più poveri della Terra. A loro va riconosciuto il diritto di percorrere le vie della loro realizzazione, nella protezione e nell’accoglienza, nel nome dell’appartenenza alla medesima famiglia umana». Questo è un estratto della prefazione contenuta nella traduzione giapponese di Riace, il paese dell’accoglienza. Un modello alternativo di integrazione scritto da Antonio Rinaldis, professore di filosofia della provincia di Torino, ed edito da Imprimatur nel 2016.
L’idea di portare la storia del borgo della Locride nel lontano Oriente viene da Chieko Nakabasami, docente dell’Università di Tokyo che aveva conosciuto la lettura dopo un viaggio a Riace. Succede tutto in pochi mesi. Lo scorso settembre il professore di filosofia, che aveva raccontato il suo viaggio nel “borgo dell’accoglienza” risalente al 2015, riceve la chiamata dall’Università. Passano pochi mesi e dallo scorso primo marzo le vicende del piccolo paese rinato grazie all’integrazione invadono le vie del Giappone.
Dalla Calabria alla terra nipponica, intercorrono “modelli” e approcci alla vita ed alla società quasi agli antipodi, che trovano un punto di contatto in esperienze simili al «miracolo» compiuto da Mimmo Lucano e i suoi.
«C’è una bellissima frase di Murakami – scrive l’autore – che dice: “Se non c’è l’amore il mondo è come il vento che soffia fuori dalla finestra. Non lo si può sentire sulle mani, non se ne percepisce l’odore”. Riace è proprio un esempio di amore, di speranza, di unione fra gli esseri umani”.

Il libro, un ritorno alle origini per raccontare «un laboratorio di futuro»

Copertina del libro nella traduzione giapponese

«L’idea nacque dopo quella classifica sulla rivista americana Fortune, dove Mimmo Lucano veniva inserito tra i 50 politici più influenti al mondo. – racconta l’autore al Corriere della Calabria – Lì capii che si poteva raccontare una Calabria diversa da quella della ‘ndrangheta, del degrado, dell’emigrazione».
Antonio Rinaldis è anch’egli figlio di emigrati. I genitori provengono da Mammola mentre lui vive e lavora in Piemonte. La narrazione di Riace, frutto del viaggio compiuto quando l’esperienza era pressoché in fiore, è quindi anche un ritorno alle origini condito dalla speranza nella rinascita di queste terre.
Il testo è la narrazione di un “ritorno al futuro”. Da un lato la terra d’origine, dall’altro il racconto di un «laboratorio di futuro», come lo definisce.
«Ho riportato i miei dialoghi con Mimmo Lucano riprendendo alcune sue idee e convinzioni, ma ho aggregato tante voci del luogo per farne una narrazione corale».
Rinaldis arricchisce la trattazione empirica con la sua «esperienza di intellettuale» richiamando i parallelismi con “La città del sole” di Tommaso Campanella – opera alla quale è originariamente ispirato il nome dell’associazione “Città Futura”, da cui la storia ebbe inizio – «anche lui un visionario».

Alle origini della “Xenia”, dove lo straniero è un «ospite sacro»

Sono diversi gli aspetti cardine di questo racconto. «Riace – dice anzitutto Rinaldis – ha trasformato un problema in un’opportunità». Il tema migratorio «esisteva prima del Covid e tornerà alla ribalta anche dopo», motivo per cui «non possiamo trattarlo perennemente come un problema, ma anzi bisogna prendere spunto da chi lo ha fatto diventare una risorsa, un motivo di crescita della comunità non soltanto culturale ma anche economico-materiale».
Quest’opportunità era stata individuata nell’accoglienza. Altro tema che propizia una sorta di ritorno alle origini. «La Calabria ha ospitato la grande civiltà dei Greci, che hanno lasciato tracce, monumenti, cultura». E proprio i pensatori greci «mettevano l’accoglienza al centro, non trattandola come un mero dovere morale, ma come espressione della natura umana». È questo il vero significato del termine “Xenia”, noto alle cronache per essere stato assunto come titolo dell’inchiesta giudiziaria che ha travolto l’ex sindaco insieme ad altre 28 persone.
«Secondo i Greci, la “Xenia” era un virtù in base alla quale lo straniero veniva considerato come una sorta di ospite divino».
L’approdo come buon presagio per la terra ospitale. Ne proveniva «l’idea innovativa di creare una società variegata dove i dialetti si mescolavano dando vita a qualcosa di assolutamente nuovo. Una comunità aperta e dinamica che si contrappone all’idea leghista di una comunità chiusa e autoctona, quindi statica».
Il testo tratta così del modello di “accoglienza diffusa” che, secondo l’autore, è costata lo scalpo di Lucano «che si era messo contro le logiche dei centri di accoglienza, come quello di Isola Capo Rizzuto, dove le persone sono di fatto detenute e non protagoniste del territorio, com’era a Riace». Forse proprio questo elemento del “modello” «cozzava con interessi molto più grandi». (redazione@corrierecal.it)

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