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il colloquio

Falvo: «Vibo frontiera dell’emergenza criminale. Ma dopo Rinascita le cose sono cambiate»

Intervista al capo della Procura. Che indaga sulla pubblica amministrazione e racconta «lo sforzo di combattere una criminalità pervasiva e tentacolare»

Pubblicato il: 23/04/2021 – 7:15
Falvo: «Vibo frontiera dell’emergenza criminale. Ma dopo Rinascita le cose sono cambiate»

VIBO VALENTIA Un territorio di frontiera. Sia per la ‘ndrangheta che vi mescola interessi e appartenenze, sia per chi le mafie le combatte. Nella frontiera di Vibo Valentia, però, qualcosa si muove. E si avverte un rinnovato senso di libertà. Il procuratore Camillo Falvo risponde alle domande del Corriere della Calabria. E spazia tra i risultati visibili di Rinascita Scott, inchiesta alla quale ha molto lavorato da sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, e le prospettive del contrasto alla criminalità in un’area difficile e che meriterebbe uno sforzo ulteriore da parte dello Stato. 

Qualche mese fa lei ha sottolineato come la provincia di Vibo Valentia fosse una vera e propria frontiera, punta avanzata dell’emergenza ‘ndrangheta in Calabria. Perché dobbiamo ritenerla tale? 
«Credo che questo sia stato dimostrato nell’ultimo anno dalle attività svolte dalla Dda di Catanzaro. Basti pensare che, dal 19 dicembre 2019, giorno in cui venne eseguita l’operazione Rinascita Scott – che può essere considerata la più importante contro la ‘ndrangheta, non fosse altro che per il numero di persone afflitte da misura cautelare e da provvedimenti di sequestro, oltre che successivamente dai rinvii a giudizio – ci sono state anche tutta una serie di ulteriori operazioni, indipendentemente da quelle che abbiamo svolto come Procura ordinaria qui a Vibo. Penso a Imponimento, che è stata eseguita nell’estate scorsa e riguardava una cosca che operava al confine tra la provincia di Vibo Valentia e il circondario di competenza della Procura di Lamezia Terme. E poi da ultima è stata emessa la misura riguardante il fenomeno delle frodi sui prodotti petroliferi di qualche giorno fa (l’inchiesta Petrolmafie Spa, il cui troncone svolto dalla Dda di Catanzaro è stato denominato Rinascita 2, ndr). Sono operazioni importanti oltre che per il numero dei soggetti attinti anche per le contestazioni, che riguardano anche persone legate alla politica, all’amministrazione e, nel caso di Rinascita Scott anche alla massoneria e ai servizi segreti. La qualità di quest’attività investigativa dimostra quella che è la situazione sul territorio. Del resto io stesso sono stato audito due volte dalla Commissione parlamentare antimafia che una prima volta è venuta a Catanzaro e poi, resasi conto della situazione a Vibo Valentia, ha deciso di tornare qui per verificare le condizioni sul territorio». 

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La lettera di ringraziamento di alcuni cittadini alle forze dell’ordine dopo l’operazione Rinascita Scott

Le operazione hanno un duplice auspicabile effetto. Il primo ha un orizzonte di medio-lungo periodo e investe lo svolgimento dei processi e le eventuali condanne. E poi c’è un effetto immediato, quello di restituire la percezione della presenza dello Stato, un’istintivo senso di liberazione dal giogo mafioso. A Vibo Valentia, dopo il susseguirsi di queste operazioni, questo effetto immediato, questo senso di liberazione, c’è o tutto scivola via? 
«Per quanto riguarda il primo effetto, ovviamente dobbiamo attendere l’esito dei provvedimenti. Lo dissi nel vostro studio (Falvo è stato ospite del nostro talk “20.20”, ndr) commentando i primi provvedimenti cautelari che erano stati riformati. L’esito di Rinascita Scott si potrà vedere soltanto alla fine, quando ci saranno le sentenze, e questo lo dicevo perché, conoscendo bene l’attività che si stava svolgendo in Dda, sapevo che tutte le attività successive avrebbero corroborato e confortato il quadro accusatorio. Anche i nostri stessi timori sul prosieguo di un’attività così imponente sono stati superati grazie al lavoro straordinario dei giudici e dei pubblici ministeri che hanno lavorato a Catanzaro. Sono molto fiducioso perché conosco bene il lavoro fatto e quello ancora in corso, e credo che questo effetto di lungo periodo ci potrà essere. Quanto, invece, all’effetto immediato bisogna distinguere due piani. L’effetto immediato sulla società civile, cioè il senso di maggiore tranquillità e libertà che si avverte su tutto il territorio della città di Vibo Valentia, è una sensazione che mi viene ribadita in tutte le occasioni in cui ricevo gente che viene a parlarmi di ciò che gli accade. È un ritrovato senso di libertà che viene ancora avvertito. L’altro effetto che ci aspettavamo era quello della propensione a denunciare o a confermare le accuse mosse dalle prime denunce, aspetto che era assolutamente inesistente fino al 2019 a Vibo: anche sotto questo aspetto ci sono stati grossi miglioramenti. C’è tanta gente, nonostante la pandemia, che ci chiede di venire a denunciare. Lo fa alla Dda e lo viene a fare anche a Vibo. Forse le attese erano superiori rispetto a quello che è arrivato, però questi sono processi lunghi. Stiamo parlando di aggressione alla ‘ndrangheta, che è ben radicata sul territorio. Sarà lunga rimuovere questa forma di assuefazione alla criminalità organizzata, però ci sono tanti segnali positivi e anche per questo siamo contenti del lavoro svolto». 

Sarà anche perché Vibo Valentia rappresenta una sorta di unicum in Calabria? Assistiamo continuamente a operazioni che, partendo dal fronte reggino, “risalgono” fino a Vibo. E lo stesso accade da Nord verso Sud, per via dei rapporti che legano le cosche. Vibo sembra essere non solo la patria di una cosca particolarmente importante ma anche una sorta di luogo di contiguità dove altri clan sono presenti quasi nella cultura, nella logica, nell’operatività mafiosa in senso lato? 
«Questo è vero prima di tutto per una questione di natura geografica, visto che è al confine tra i distretti di Catanzaro e Reggio Calabria. La struttura della ‘ndrangheta vibonese è molto più simile a quella reggina che a quella delle cosche che operano nel distretto di Catanzaro, eccezion fatta che per il Crotonese e questo facilità l’osmosi. C’è da riflettere, però, sul fatto che le attività di queste cosche di ‘ndrangheta sono tante. A giugno del 2014 sono arrivato alla Dda di Catanzaro proveniente da Messina e già nel 2015 ho scritto due relazioni che furono trasmesse al ministero e al Csm nelle quali avevo segnalato proprio questa situazione che all’epoca era incredibile: quella di un solo magistrato che si occupava del territorio vibonese, nel quale operava un numero incredibile di cosche. Erano circa 20. Non c’era soltanto la costellazione dei Mancuso, ma tutta una serie di altre consorterie conosciute e rispettate a livello regionale che erano state un po’ trascurate per via del fatto che tutto quel lavoro non poteva essere svolto da un solo magistrato. In quelle relazioni, io facevo un paragone con i circondari di Palmi e di Locri, dove sono presenti quattro sostituti in Dda. Nel documento chiedevo l’assegnazione di almeno altri due magistrati per poter far fronte a questa situazione. È una considerazione che vale ancora oggi, perché la Procura ordinaria di Vibo Valentia è sottodimensionata. Negli anni è stato solo grazie a Gratteri e alla sua credibilità che si è ottenuto un ampliamento di organico per la Distrettuale e per il Tribunale: oggi, sul territorio di Vibo Valentia, operano ben quattro magistrati della Dda. E nel momento in cui abbiamo iniziato a lavorare con un certo ritmo i risultati li abbiamo ottenuti, anche prima che arrivassero nuovi colleghi. Quel lavoro, oltre a portare ad altre operazioni importanti, ci ha permesso di poter avere anche collaboratori di un certo spessore, come Moscato e Mantella che costituiscono oggi l’ossatura di Rinascita Scott. Quello che era stato un territorio trascurato oggi non lo è più. E quindi sono venute fuori tutte quelle criticità che lo Stato non riusciva a far emergere per via della carenza di personale. Nella Procura ordinaria abbiamo lo stesso problema: abbiamo un organico di sette magistrati, circa il 30% in meno della Procura di Palmi. E con questo non voglio assolutamente dire che quella Procura sia sovradimensionata. Io ho sette magistrati sulla carta: uno è in astensione, un altro lo sarà a breve. Si lavora con grande difficoltà, come succedeva prima in Dda».

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Nel riquadro, il pentito Andrea Mantella

In questi mesi il processo Rinascita Scott ospita i racconti di Emanuele Mancuso e Andrea Mantella. Ed è proprio di questi giorni la notizia del pentimento del boss Nicolino Grande Aracri. Proprio in relazione al livello di questo pentimento si può apprezzare la considerazione secondo la quale forse veramente qualcosa inizia ad incrinarsi in quello che era una sorta di impenetrabile monolite. 
«È chiaro che quanto più l’apparato giudiziario riesce a infliggere dei colpi alle organizzazioni criminali tanto più è facile ottenere ulteriori risultati che si rafforzano grazie alle collaborazioni con la giustizia. La ‘ndrangheta è nota perché quello delle collaborazioni con la giustizia è un fenomeno che l’ha riguardata poco in passato, proprio per la struttura delle organizzazioni criminali, che sono familiari. Certo, e lo dico da addetto ai lavori che non si occupa di queste vicende, Nicolino Grande Aracri è una persona di primissimo livello nelle gerarchie mafiose. Bisognerà vedere che tipo di contributo stia dando, quanto sia “vera” questa collaborazione ed è un’attività che dovranno apprezzare, e apprezzeranno benissimo, come sanno fare, i colleghi di Catanzaro. Le potenzialità sono elevatissime, visto lo spessore criminale del soggetto. E questo potrebbe potrebbe aprire la strada a tutta una serie di ulteriori collaborazioni, come è successo nel Cosentino con il pentimento del boss Franco Pino. In ogni caso è una ulteriore dimostrazione di quanto stia facendo bene la Procura distrettuale di Catanzaro». 

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La Procura di Vibo Valentia

La ‘ndrangheta, tuttavia, non è l’unico fenomeno criminale da combattere nella provincia di Vibo. Pensiamo a due operazioni condotte dalla sua Procura e che hanno un sostrato simile: il mercimonio. In un caso, quello dell’operazione Diacono, mercimonio di titoli abilitativi, e poi a Tropea un mercimonio “morale” ancora più sconvolgente perché avente a oggetto le salme. Il panorama delle attività è parecchio complesso. 
«Sì, ovviamente è parecchio complesso. Nel territorio di Vibo, per via della storica aggressione della criminalità organizzata, anche quando andiamo ad accertare l’esistenza di reati che in ipotesi non sarebbero di stretta competenza della Dda, spesso ci ritroviamo davanti a situazioni che sono al limite. Una criminalità così pervasiva è tentacolare e tende ad acquisire profitto da qualsiasi settore. Stiamo conducendo alcune attività anche grazie alla collaborazione e al coordinamento con la Dda; altre le stiamo facendo in proprio, con le limitate risorse a cui accennavo. Ma stiamo lavorando per accertare l’esistenza di reati soprattutto nell’ambito della pubblica amministrazione. Sono più difficili da accertare ma ci stiamo impegnando in questa direzione e già i primi risultati li abbiamo ottenuti con l’operazione Diacono, che ha portato la Procura di Vibo a coordinarsi con altre Procure italiane, con verifiche che stiamo continuando a svolgere. Basti pensare che dall’esecuzione di quella misura arrivano, ancora oggi, tutta una serie di denunce che afferiscono alla gestione dell’istruzione in tutta la regione; stiamo cercando di comprenderle e condividerle con altre Procure nel cui territorio si sono verificati quei fatti. Altre attività sono in corso: speravo di ottenere qualche risultato un po’ prima, ma anche da questo punto di vista si avverte un cambiamento sul territorio perché le persone vengono e sono propense a denunciare. E di questo devo ringraziare i giovani colleghi che si impegnano e sono galvanizzati dai risultati che abbiamo ottenuto». (redazione@corrierecal.it)

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