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‘ndrangheta in lombardia

«O Pe’, con me volate basso». Intimidazioni, incendi e lotte di potere tra i clan nella Bergamasca

L’inchiesta coordinata dalla Dda di Brescia, nata dall’incendio di alcuni mezzi, ha evidenziato lo scontro tra imprenditori legati agli Arena e i Grande Aracri

Pubblicato il: 25/04/2021 – 7:16
di Giorgio Curcio
«O Pe’, con me volate basso». Intimidazioni, incendi e lotte di potere tra i clan nella Bergamasca

LAMEZIA TERME Un sistema di estorsioni nel campo dei trasporti di merce su strada, oltre ad un meccanismo di false acquisizioni societarie, fallimenti fraudolenti, fornitura di prestiti a tasso usuraio e reimpiego di capitali illeciti, ma non solo. È quanto sono riusciti a ricostruire gli inquirenti della Dda di Brescia nel corso di un’indagine che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 13 persone, su richiesta firmata dal gip del Tribunale di Brescia, Carlo Bianchetti. Già lo scorso 10 febbraio lo stesso procedimento aveva portato all’esecuzione di 4 fermi di indiziato di delitto e decine di perquisizioni. Ma il blitz dei carabinieri del Comando provincia di Bergamo altro non è che la prosecuzione e lo sviluppo dell’indagine che, l’11 febbraio del 2019, ha portato all’operazione “Papa”.

L’incendio dei mezzi

L’indagine a sua volta era partita da un incendio avvenuto nella notte del 6 dicembre del 2015 nel piazzale adiacente all’azienda “PPB Servizi e Trasporti” di Seriate, nel Bergamasco, e che aveva distrutto in tutto 14 mezzi (7 trattori stradali, 5 motrici e 2 furgoni) della società. Sin da subito l’amministratore dell’azienda, Antonio Settembrini, finito agli arresti domiciliari, aveva manifestato agli inquirenti i suoi sospetti nei confronti di Giuseppe Papaleo, amministratore di una società di fatto concorrente, la Mabero srl e finito in carcere nel blitz, con il quale aveva già avuto dei contrasti in merito a degli appalti. Ed effettivamente, nel corso delle successive indagini, è emerso come realmente fosse stato Giuseppe Papaleo, ritenuto dagli inquirenti un soggetto di notevole caratura criminale. Fratello del reggente della cosca Arena-Nicoscia, Francesco Antonio Papaleo, fino al suo omicidio avvenuto a Le Castella nel 1994, ha sempre mantenuto importanti rapporti di amicizia e affari con i fratelli Francesco e Pasquale Riillo ma anche con Giuseppe Giglio, esponente dei Grande Aracri di Cutro. 

Lo “sgarro” alle origini dell’incendio

Che gli incendi ai danni di Settembrini fossero stati appiccati per “convincere” quest’ultimo ad astenersi dall’interferire negli affari di Papaleo è, per gli inquirenti, «un fatto pacifico», dimostrato da un serie di risultanze investigative. L’intento di Giuseppe Papaleo era infatti quello di «sbaragliare la concorrenza offrendo prezzi del tutto fuori mercato. Una volta ottenuta la commessa, nell’imporre prezzi ben maggiori al committente, minacciandolo di non effettuare i trasporti». In una circostanza, però, la “Fruttital” non ha ceduto al ricatto. L’autista della Mabero srl di Papaleo, infatti, si era rifiutato di effettuare il trasporto in caso la committente non avesse corrisposto il prezzo diverso da quello pattuito. La “Fruttital” non ha ceduto e ha respinto le richieste, facendo poi effettuare il trasporto all’azienda di Settembrini attraverso un automezzo recante ancora l’insegna della vecchia società dalle moglie Puglisi. Secondo Settembrini, dunque, questa scelta – così come aveva denunciato ai carabinieri – sarebbe stata accolta come uno “sgarro” da Papaleo, fino all’atto intimidatorio del febbraio del 2014. Circostanza poi verificata dalle intercettazioni captate dagli inquirenti e in cui Papaleo faceva riferimento alla vicenda il 15 dicembre 2015: «Perché l’ha caricato lui! (Settembrini) Sennò domani mattina lo vado a trovare io a questo… gli dico come ti permetti sul lavoro che andiamo noi?Noi… andare a rompere i coglioni». E ancora: «(…) solo che rompe i coglioni tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni (…) ma come infatti a questo qui gli han bruciato anche i camion (…) e ancora tutt’ora rompe i coglioni alla gente, capito?». Nella conversazione, infatti, Papaleo fa riferimento all’incendio avvenuto nella notte del 6 dicembre ma, a febbraio del 2014, un altro incendio aveva interessato il parco mezzi della PPB srl e già in quell’occasione i sospetti erano caduti su Papaleo. Le intercettazioni captate e anche le ricostruzioni investigative hanno permesso di risalire al sospettato numero uno dell’incendio, ovvero Santo Claudio Papaleo, finito anche lui in carcere, il quale avrebbe ricevuto l’incarico proprio dallo zio, Giuseppe. Emerge dai tabulati, dall’utenza che, proprio alla stessa ora dell’incendio del 2014, si agganciava alla cella nei pressi dell’area dell’azienda di Settembrini e, infine, anche il viaggio in aereo da Lamezia ad Orio al Serio di Santo Claudio Papaleo, l’11 febbraio 2014, accolto in Lombardia dallo zio Giuseppe. 

Il contrattacco e l’entrata in scena di Martino Tarasi

Messo con le spalle al muro, l’imprenditore Antonio Settembrini, vittima delle ingerenze e dei tentativi di Papaleo di escluderlo dal marcato, decide di cedere le quote societarie della “Wintertransport srl” a Martino Tarasi e ai soci occulti Antonio Astorino, finito in carcere, e Pasquale Arena. Tarasi è per gli inquirenti appartenente al clan “Arena” (ramo Cicala) per aver sposato Antonella Arena, figlio di Giuseppe noto come “U piddaro”, scomparso nel 2008 e ritenuto vittima di lupara bianca. Il 18 gennaio 2018 è proprio Martino Tarasi a diventare socio e amministratore unico della società. «Il fine primario della cessione – è scritto nell’ordinanza firmata dal gip – era quello di assicurarsi la protezione della cosca Arena per far fronte alle continue ingerenze della società di Giuseppe Papaleo». Ed è proprio quello che accade. Sin dal suo arresto avvenuto nel 2019, Papaleo in una confidenza poi non verbalizzata spiega agli inquirenti che dietro Settembrini «c’erano dei soggetti – si legge nell’ordinanza – collegati ad ambienti malavitosi, di livello superiore a Carmelo Caminiti». Spunti investigativi che trovano poi conferma nei colloqui in carcere tra Papaleo e la moglie, Francesca Rossi, poi in un dialogo tra la stessa Rossi e il cognato, Tonino Papaleo. «Noi facevamo tanta più roba (…) questo qua e i calabresi lì l’hanno imposto che a noi non ce li doveva dare più e noi siamo rimasti.. da 40mila a 13mila (di fatturato ndr) cioè vedi te che differenza». 

«O Pe’, con me volate basso»

Martino Tarasi sin da subito aveva chiarito a Papaleo di non essere un mero “protettore” di Settembrini, ma di aver assunto una cointeressenza nelle sue imprese e che, di conseguenza, avrebbe dovuto portargli rispetto. E glielo avrebbe ribadito anche in una seconda occasione, portando con sé Turiceddu, ovvero Salvatore Arena noto come “il Caporale”, anche lui tra gli arrestati. «(…) con me volate basso, a me dovete lasciarmi perdere (…) gli ho detto: “Uè Pe’ (Papaleo) chiaro chiaro, senza  né.. a me quello che hai avuto con questo non me ne frega un cazzo! Da oggi in poi tu ti fai il tuo ed io mi faccio la mia!». Poi il riferimento ai mezzi bruciati nel 2014 e nel 2015: «Se gliel’hai bruciati tu – dice Tarasi a Papaleo – a me non me ne frega, perché io non c’ero.. tu tieni presente che oggi se vai a toccare un camion lì, sono i miei, non sono i suoi». 

«Siamo paesani»

Nella conversazione intercettata dagli inquirenti, racconta poi della “rabbia” di Papaleo. «(…) lui l’ha saputo che ero qui, allora a lui gli è bruciato perché dice “se fino ad ora me lo volevo togliere da mezzo ai piedi, adesso non me lo posso togliere più…». Tarasi racconta poi della “visita” intimidatoria fatta a Papaleo insieme al “Caporale”: «(…) all’inizio si pensava che non erano davvero i miei i camion… Salvatoreddu gli ha detto la verità e gli ha detto “Ohi Pe’ siamo paesani”… questo mio cugino gliel’ha detto “Tu fatti il conto che quando parli con lui stai parlando con me.. ma non perché tengo interesse, perché gli interessi sono i suoi, i camion sono i suoi, però mi è fratello” gli ha detto (…) eh, gli ha detto… “io non voglio arrivare che ci dobbiamo ubriacare tra paesani”». 

L’accettazione della sconfitta

Il messaggio arriva forte e chiaro a Papaleo che, a gennaio 2019, si troverà costretto anche a cedere le tratte su strada della sua “Mabero srl” verso la società “Realco”. Il tutto sarebbe avvenuto, così come ricostruito dagli inquirenti, nell’incontro del 2 febbraio 2019, organizzato da Pasquale Arena, all’epoca considerato socio occulto di Settembrini. «(…) sì, son venuti, son venuti qui! Son venuti da me!». Giuseppe Papaleo per gli inquirenti era ben consapevole della caratura criminale di Pasquale Arena, figlio di Nicola, storico capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto. Conoscendo dunque la sua pericolosità, si era dovuto piegare alla volontà della cosca, accettando la perdita delle tratte della Realco che operava per conto della società dei fratelli Santini.  (redazione@corrierecal.it)

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