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Processo Gotha, primo atto della requisitoria dedicato alla «mente pensante della ‘ndrangheta»

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo apre il ciclo di udienze dedicate all’accusa. Si parte dai De Stefano, dagli «invisibili» e da Paolo Romeo

Pubblicato il: 30/04/2021 – 16:23
Processo Gotha, primo atto della requisitoria dedicato alla «mente pensante della ‘ndrangheta»

REGGIO CALABRIA Dagli altoparlanti dell’Aula Bunker di Viale Calabria risuonano le parole del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Il pm apre quello che era stato preannunciato come un lungo ciclo di udienze dedicate alla requisitoria dell’accusa nel processo “Gotha”. Alla base, la volontà perpetuata attraverso le indagini prima e gli anni del dibattimento poi, di svelare le trame della “cupola” che nel tempo ha favorito stabilità e crescita del potere delle “famiglie” di ‘ndrangheta della città. Lombardo li definisce gli «invisibili», protagonisti, occulti o meno, di un «enorme laboratorio criminale a cui tutta la ‘ndrangheta del mondo è chiamata a ispirarsi». Da qui si dipana la riflessione sull’unitarietà della ‘ndrangheta, altro tema cruciale che la Corte presieduta dal giudice Silvia Capone sarà chiamata a trasporre in eventuale “verità” giudiziaria.

La “famiglia” De Stefano e Paolo Romeo

Nella prima parte della requisitoria Lombardo si è soffermato sulla cosca De Stefano e sul ruolo di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano che sono «la componente occulta della ‘ndrangheta che costituisce la vera testa pensante dell’organizzazione criminale».
Sono loro, ha detto il magistrato, i protagonisti di «una lunga stagione di sistematica penetrazione del tessuto politico-amministrativo locale, regionale, nazionale e sovrannazionale per dare pratica attuazione a un progetto particolarmente evoluto, certamente rischioso, che possa un giorno stabilizzare un modello criminale tanto sofisticato da apparire agli occhi degli stolti estraneo alle logiche
predatorie di base».

Il cambio di rotta del 2001 tra le cosche di Archi e il ruolo della politica

Lombardo si riferisce al cambio di rotta avvenuto nel 2001 all’interno della cosca di Archi con il boss Giuseppe De Stefano che aveva recuperato, dalle mani del “Supremo” Pasquale Condello, il ruolo di capomandamento di centro e c’erano «i soggetti giusti da utilizzare per entrare nei gangli decisionali delle strutture amministrative».
«Si programmano le carriere e si investe sui soggetti funzionali allo scopo – ha detto il pm – anche quando quei soggetti non è che piacciano fino in fondo. A volte per caratteristiche caratteriali ispirati come Giuseppe Scopelliti. A volte perché hanno una tendenza a una sorta di inaffidabilità emotiva come Alberto Sarra. Però sono soggetti che consentono la pratica attuazione del programma. La domanda che tutti si sono fatti nel corso di questo processo e cioè dove sia Giuseppe Scopelliti, avrà la risposta che può avere prima della
conclusione della requisitoria. Chi può pensare sulla presenza o assenza di Scopelliti? Chi può pensare di attuare un programma così ambizioso in una città pericolosa, instabile, scivolosa, inaffidabile, intimamente mafiosa come Reggio Calabria? Solo un dio pagano che ha due teste: quelle di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. C’è da dire anche che il modello che noi ricostruiamo è un modello che passa da un riassetto di tutta una serie di dinamiche che, fino a un certo punto, sono state gestite avvalendosi di determinati strumenti, il più importante dei quali era il controllo del flusso elettorale, ma che da un certo punto in poi si spostano su dinamiche ritenute molto più favorevoli che passano dal terzo settore».

Il «terzo settore» come componente della ‘ndrangheta

«Per la prima volta siamo in grado di ricostruire l’operatività del terzo settore quale componente di ndrangheta. Terzo settore che per quanto riguarda Romeo è quello che ruota attorno all’associazionismo politico di varia estrazione. Il perché Romeo ha pensato di sfruttare l’associazionismo è presto detto: ha ritenuto di poterlo fare perché l’associazionismo, ancora, è sottoposto a pochissimi controlli non solo fiscali e contabili. È uno strumento flessibile per entrare in contatto con ambiti politici soprattutto nel momento in cui si è in grado di sfruttare quella stampa a favore che lo dipinge,
contrariamente al vero, come una grande risorsa per determinati territori».

La ricchezza e gli investimenti della ‘ndrangheta

«L’enorme ricchezza di cui la ‘ndrangheta dispone – ha detto il pm – non è una ricchezza immediatamente spendibile. È una ricchezza enorme ma virtuale. Perché quella ricchezza possa essere ricollocata nei territori di origine non bastano più particolari operazioni di riciclaggio. Se tu spendi un miliardo di euro nella città metropolitana di Reggio Calabria anche il più stupido disinteressato e incapace degli investigatori capisce che c’è qualcosa che non va. L’unica possibilità che la ‘ndrangheta ha di ricollocare nei territori d’origine una parte di ricchezza che ha generato è quella che passa dalla pubblica amministrazione che, per questa ragione, diventa l’interlocutore necessario di questa enorme deviata ed eversiva operazione di riciclaggio. Esiste la possibilità di piegare ai loro desiderata la macchina amministrativa statale solo a condizione che quella macchina amministrativa sia composta da soggetti intenzionalmente collocati allo scopo da scelte politiche e programmatiche orientate a consentire lo stabile perseguimento della finalità mafiosa».

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