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Rinascita, Mantella: «L’ospedale in mano ai Lo Bianco e il cimitero gestito da “Saro Cassarola”»

Il collaboratore racconta i summit di ‘ndrangheta organizzati grazie a finte visite mediche. «Salerno aveva piazzato gente tra lo Jazzolino e depuratore». Quella cappella “espropriata” ai morti e i…

Pubblicato il: 05/05/2021 – 21:20
di Alessia Truzzolillo
Rinascita, Mantella: «L’ospedale in mano ai Lo Bianco e il cimitero gestito da “Saro Cassarola”»

LAMEZIA TERME «Praticamente la famiglia Lo Bianco-Barba, attraverso l’appoggio di Nazzareno Salerno, dell’avvocato Valerio Grillo e di un latro politico che non ricordo se fosse Censore o un altro, è stata inserita all’interno dell’ospedale». Nell’ospedale di Vibo Valentia, racconta il collaboratore di giustizia Andrea Mantella nel corso del processo Rinascita-Scott, sono stati inseriti Paolino Lo Bianco, Domenico Barba alias “Pino Presa”, la moglie di Nicola Barba, Pino Lo Bianco, alias “u vrusciatu”, lo zio di Salvatore Morelli, un tale La Bella, un certo Tagliacozzo. «Li hanno tutti messi nell’ospedale e quelli sono stati abili ad impadronirsi della situazione e comandavano loro. Praticamente avevano creato delle paure, delle intimidazioni velate nei riguardi di tutti i primari di tutti i reparti. Sia perché faceva comodo ai primari avere queste connivenze, sia perché avevano paura… insomma alla fine comandavano tutto loro. Filippo Catania e Mimmo Franzone alias “Chianozzo” prendono in appalto l’impresa delle pulizie mentre di sangregoresi prendono l’appalto della cucina. Insomma l’ospedale “Jazzolino” era totalmente nelle mani dei Lo Bianco-Barba. Facevano quello che volevano: i turni se li facevano a modo loro, certificati fasulli, impegnative fasulle». Ma lavoravano?, chiede il pm Antonio De Bernardo. «Ma che lavoravano. Giocavano a carte sotto ai pini davanti all’ospedale».
Tutto questo, ricorda il collaboratore, avveniva nei primi anni 2000.

Assunzioni distribuite tra l’ospedale e il depuratore

«Nazzareno Salerno aveva trovato l’appoggio dei Lo Bianco perché sponsorizzato dal boss di Serra San Bruno Damiano Vallelunga», prosegue Mantella. L’ex consigliere regionale Salerno, così come l’avvocato Grillo e Censore, non sono imputati in Rinascita-Scott. Del politico Mantella dice che aveva promesso una serie di lavori sparsi tra l’ospedale e il depuratore. Tanto che lo stesso Mantella per un certo periodo fu impiegato al depuratore. «A me per un certo periodi mi hanno messo a lavorare al depuratore. Io passavo dall’edicola prendevo i giornali, mi mettevo al fresco e stavo lì», ricorda Mantella il quale afferma di avere poi mollato quell’impiego «perché mi seccavo».


I summit nell’ospedale

Grazie al dominio che i Lo Bianco-Barba avevano imposto sull’ospedale a trarne vantaggio erano le cosche. «Io ne ho beneficiato – dice Mantella – perché grazie a una finta caduta da cavallo non sono tornato in carcere». Si fingevano finte visite mediche per «incontrarsi all’interno dell’ospedale e fare dei veri e propri summit. Facevano attività ‘ndranghetistica».

Il direttore sanitario onesto e l’intimidazione

Ad aprile 2009 il medico Pietro Schirripa, allora direttore sanitario all’ospedale di Vibo Valentia, ha subito una grave intimidazione: un colpo di fucile che lo ha preso di striscio. Andrea Mantella lo ricorda come «una persona per bene» che «cercava di togliere tutta quella spazzatura dall’ospedale, perché aveva trovato quella “cantina sociale”». Il medico diviene subito inviso a Paolino Lo Bianco il quale in una occasione affronta il dottore in compagnia di Mantella. Paolino Lo Bianco proferì minacce del tenore «a Vibo non sapete chi sono i Lo Bianco» e, dato che il direttore sanitario era delle parti di Rizziconi viene pure tirato fuori il nome dei Crea, famiglia criminale della Piana: «Abbiamo amici nella sua provincia che sono i Crea», gli dicono mentre il medico «sudava freddo». «Il dottore è stato sparato per ordine di Paolino Lo Bianco, me lo disse lui e poi ho commentato la cosa con Nicola Manco», racconta Mantella.

L’esproprio della cappella al cimitero

Le cosche vibonesi avevano messo le mani anche sul cimitero di Vibo. Spostavano cadaveri e gestivano il campo santo come fosse una proprietà privata. Di uno di questi episodi fu testimone e beneficiario lo stesso Andrea Mantella. «Chiesi a Rosario Pugliese, detto “Saro Cassarola” e a Orazio Lo Bianco – racconta il collaboratore – che mi dovevano trovare una cappella abbastanza importante all’interno del cimitero vecchio. In tempo reale hanno tolto i resti di alcuni defunti, li hanno messi in una fossa comune con l’aiuto del guardiano del cimitero e hanno sistemato questa cappella: hanno fatto il tetto, hanno cambiato la tabella fuori, hanno messo “Famiglia Mantella” al posto della famiglia che c’era. Hanno cambiato i registri del cimitero. Insomma la cappella è ancora lì. Si può fare un sopralluogo per verificare».

I soldi della bacinella divisi tra i capi

Andrea Mantella fa una premessa prima di passare all’ennesima dichiarazione di quella che è stata una lunga giornata di esame: «Forse quello che sto per raccontare parecchi dei detenuti che stanno ascoltando non lo sanno». Il fatto, in sintesi, è che i soldi della bacinella (o cassa) comune del clan «se li mangiavano i maggiorenti della cosca: Filippo Catania, Carmelo Lo Bianco, Paolino Lo Bianco, Enzo Barba, Andrea Mantella». I soldi della bacinella venivano in parte, una piccola parte, spesi per i detenuti e altre esigenze del gruppo ma nella gran parte andavano ai capi. Era tutto denaro contante che proveniva dalle estorsioni e dagli appalti. In particolare risalta un episodio: vigilia di Natale 2004, i soldi li teneva la sorella di Filippo Catania, «io in presenza di Carmelo Lo Bianco, Paolino Lo Bianco, Enzo Barba ci siamo divisi i soldi nella casa di Filippo Catania». «Ricordo che commisi una leggerezza che venne rimproverata dal mio capo Carmelo Lo Bianco: quel pomeriggio ho mandato un ragazzo, Giuseppe Pugliese Carchedi, a prendere i soldi». Carmelo Lo Bianco sgridò Mantella perché il ragazzo avrebbe potuto capire che i capi si dividevano i soldi. Lo zittirono «con qualche mille euro». «A fine anno si mettevano le mani nella bacinella» – dice Mantella, al quale però non andava giù che almeno il 50% del denaro dovesse essere corrisposto ai Mancuso. «Ecco perché a me quella scarpa andava molto stretta», dice riferendosi alle regole che vigevano all’interno del clan Lo Bianco-Barba. La goccia che fece traboccare il vaso fu la mancata consegna dei soldi delle estorsioni che dovevano essergli recapitati mentre si trovava “ricoverato” a Villa Verde, a Cosenza. «La mia parte mi dissero che ce l’aveva Mancini, il proprietario dell’hotel 501».

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