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I “buchi” nella sanità, la Calabria prova ad alleggerire la sua dipendenza da Roma

Proposta di legge regionale per la rinegoziazione di un mutuo trentennale da “lacrime e sangue” con il Mef per estinguere i debiti del passato

Pubblicato il: 15/05/2021 – 7:11
I “buchi” nella sanità, la Calabria prova ad alleggerire la sua dipendenza da Roma

CATANZARO  Un mutuo “lacrime e sangue”, da 30 milioni all’anno per 30 anni, un “salasso” complessivo da oltre 428 milioni di capitale (più altri 494 milioni di ingressi). La “colonizzazione” della sanità calabrese non è solo in un commissariamento governativo che dura da dieci anni (senza aver risolto nulla…) ma è anche di carattere economiche e finanziario, e si concretizza in un mutuo per l’estinzione dei debiti sanitari accumulati fino al dicembre 2005, mutuo che la Regione Calabria paga al Tesoro dal 2011 e continuerà a pagare fino al 2040, nel più classico scenario delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Adesso, anche se con un certo ritardo, la Regione si accinge a rinegoziare e alleggerire i termini di questo mutuo, soprattutto il tasso di interesse, finora fissato a un altissimo 5,658%, in modo da versare in futuro meno lacrime e meno sangue. Lo prevede una proposta di legge di iniziativa della Giunta regionale e all’ordine del giorno della seduta del Consiglio regionale di mercoledì prossimo, 19 maggio.

Il “salasso” trentennale

Tutto parte nel novembre 2011 con la sottoscrizione di un contratto di prestito per 428 milioni tra il presidente della Giunta regionale – allora il governatore era Peppe Scopelliti  –  e il dirigente generale del Dipartimento Tesoro-Direzione II, del ministero dell’Economia e delle Finanze, per la copertura finanziaria del disavanzo sanitario pregresso al 31 dicembre 2005. L’articolo 4 del “rimborso del prestito” di questo contratto stabilisce che la Regione Calabria si obbliga a restituire il prestito entro e non oltre il 15 novembre 2040 mediante versamento di rate annuali di euro 30,7 milioni (esclusa la prima rata) a partire dal 15 novembre 2011 e successivamente il 15 novembre di ogni anno per un periodo di 30 anni, e con applicazione di un tasso di interesse pari al 5,658%. In sostanza, la rata annuale si compone di 9,159 milioni quale quota capitale e 21,581 milioni quale quota interessi, per un totale, nei 30 anni, di 922 milioni (428 milioni di capitale e 494 milioni di interessi). Insomma, sulle casse della Regione un fardello pesantissimo, da sopportare per almeno venti anni ancora. Secondo quanto emerge della relazione illustrativa alla proposta di legge, ad oggi il residuo da pagare al Mef è pari a 359,5 milioni di capitale e a 264,9 milioni di interessi.

La rinegoziazione del tasso di interesse

Fermo restando la considerazione di molti addetti ai lavori, secondo i quali il tasso di interesse del 5,658% è ormai “fuori mercato” da buoni cinque anni e quindi si è già in ritardo nella richiesta di rinegoziazione, è evidente che così non si può più andare avanti. E così la Giunta regionale si è accorta che con la legge di Bilancio 2021 è possibile rinegoziare alcuni mutui, tra cui quello con il Mef per i debiti nella sanità, valutando le condizioni più favorevoli proposte da Cassa Depositi e Prestiti, in modo da ridurre il tasso di interesse dallo spropositato 5,685% a un tasso più umano, non superiore al 2%. Per completare l’operazione, che – si legge nell’articolo 1 della proposta di legge della Giunta –  ha «lo scopo di attuare una gestione virtuosa del debito regionale contenendo il costo dell’indebitamento regionale» – serve l’autorizzazione del Consiglio regionale (che dovrebbe arrivare il 19 maggio). Se rinegoziazione sarà, la rata annuale che la Regione dovrà sborsare sarà quindi molto inferiore ai 30,7 milioni attuali. Insomma, si profila (finalmente) un risparmio, che però dovrà essere accantonato – si legge ancora nella proposta di legge regionale – «in attesa dell’esito del Giudizio di parifica della Corte dei conti sul Rendiconto generale dell’anno 2020». Ma sempre meglio che continuare a versare “lacrime e sangue” per uno Stato che ha letteralmente “colonizzato”, anche sul versante economico e finanziario, la sanità calabrese. (c. a.)

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