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Bombardieri, la caccia ai narcos e gli ultimi giorni di Morabito. «Ora l’estradizione»

I reporter brasiliani ricostruiscono trent’anni di storia che legano il lavoro del magistrato allo «specialista del narcotraffico». Stava programmando un incontro col Pcc. Adesso spera di rimanere …

Pubblicato il: 01/06/2021 – 7:32
Bombardieri, la caccia ai narcos e gli ultimi giorni di Morabito. «Ora l’estradizione»

REGGIO CALABRIA «Quando iniziò la sua carriera nella magistratura italiana, nel 1990, Giovanni Bombardieri, oggi a capo della procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, già sapeva chi era Rocco Morabito». La rivista brasiliana di giornalismo investigativo Record Tv – R7 ripercorre trent’anni di storia che portano fino ai giorni nostri e all’arresto del narcotrafficante internazionale.
Nel farlo, vengono lette le storie incrociate che hanno condotto al risultato odierno, tra cui quella del procuratore reggino che in un’intervista rilasciata ai reporter sudamericani racconta la sua versione, tra i sacrifici che sono valsi il risultato dello scorso 24 maggio e l’importanza della cooperazione internazionale.

Vivere combattendo la ‘ndrangheta

E proprio negli anni in cui Bombardieri entrava a far parte della magistratura, anche la carriera criminale di Morabito si avviava a raggiungere l’apice. Nei primi anni 90 era già un noto narcotrafficante, ma non ancora principale referente delle rotte che collegano la cocaina dei narcos Sudamericani agli uomini della ‘ndrangheta. Ben presto, però, stabilitosi in Uruguay, diventa il minimo comun denominatore dei traffici internazionali di cocaina. Elemento sotto gli occhi di molti, compreso Giovanni Bombardieri.
«Da allora – scrivono i reporter – il suo desiderio è stato quello di catturare il secondo ricercato nella lista dei latitanti più pericolosi, secondo solo a Matteo Messina Denaro, principale latitante dell’altra mafia, Cosa Nostra».
Da quando è diventato capo della procura antimafia «Bombardieri teve sacrificar sua vida» dividendo le giornate tra casa e ufficio, mentre in strada due agenti monitorano quello che accade e «lo scortano con un veicolo blindato».
«Sacrifici ripagati», scrivono i giornalisti brasiliani, dagli arresti come quello di Morabito e dai processi che permettono di assestare colpi importanti alla criminalità.

Morabito stava organizzando un incontro coi vertici del Pcc

Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino

“U Tamunga” viene arrestato nel 2017 e portato in carcere in Uruguay. Lui, però, non è un detenuto qualunque. Lo sanno bene i suoi “compari”, tra la Calabria e il Sud America che a giugno 2019 organizzano per lui un’evasione in grande stile, dal tetto del penitenziario di Montevideo. Da lì si dilegua, fino a che gli investigatori non intuiscono che il suo covo potrebbe essere in Brasile. «Quando era stato arrestato in Uruguay, era già in possesso di passaporto brasiliano», dice Charlemagne de Deus Rodrigues, coordinatore di Analysis of Transnational Criminal Networks di Abin. Di fatti Morabito era volato nella località di Joao Pessoa, in un appartamento di lusso con vista sul mare.
Come ricostruito anche dai reporter di Record Tv, prima del suo arresto, “Tamunga” stava programmando un incontro a Campos do Jordão con alcuni membri autorevoli del Pcc (Primeiro Comando da Capital), tra i principali cartelli sudamericani, secondo le indagini, strettamente legato alle diramazioni (e ai traffici) ‘ndranghetiste nel “nuovo continente”.
“Chapo” di quella zona sarebbe “il Tuta”, Marcos Roberto de Almeida, secondo la procura di San Paolo successore di Marco Willians Herbas Camacho, “il Marcola”. Quell’incontro non ci sarà, perché intorno alle 20 ora italiana del 24 maggio, in quello stesso appartamento, avviene il blitz.

«Nessuno lavora da solo»

Rocco Morabito viene stato inserito nella lista dei latitanti internazionali dell’Interpol nel lontano 21 giugno 1995. Il sovrintendente di Abin a Rio de Janeiro, Victor Felismino Carneiro, sottolinea: «Nessuno lavora da solo». Il merito dell’arresto è infatti da imputarsi alla cooperazione internazionale tra le autorità, come spiega alla rivista brasiliana lo stesso Bombardieri: «Ci hanno aiutato prontamente, davvero. Ci siamo concentrati su Morabito, abbiamo scoperto che poteva essere in una zona del Brasile e, con un’attività investigativa coordinata, il Brasile ha agito in modo rapido ed efficace».
La ‘ndrangheta, intesa come organizzazione criminale, non è un fenomeno meramente locale. «È molto forte in Calabria – dice il procuratore – ed ha proiezioni, non solo in tutta Italia, ma anche in molti Paesi d’Europa e fuori dall’Europa. In questo contesto, Morabito è stato il più potente broker di traffico internazionale dal Sud America all’Europa».

Rapporti con criminali di diversi paesi

C’è un’altra figura che gravita intorno alla storia di Morabito. Il giordano Waleed Issa Khamayis, detenuto in Turchia dall’anno scorso, ma attivo in Brasile dagli anni 90, anche lui nell’articolazione del traffico internazionale di droga. «Si ritiene che Morabito abbia avuto molti contatti con criminali di diversi paesi: colombiani, venezuelani e in tutta l’America Latina in una carriera di oltre 30 anni come narcotrafficante», dice la giornalista Cecilia Anesi. Tra i suoi contatti anche Patrick e Nicola Assisi, arrestati a Praia Grande nel luglio 2019. I due erano noti negli ambienti della ‘ndrangheta piemontese dove a raccogliere il testimone, secondo la Dda di Torino, sarebbe stato Vincenzo Pasquino, trovato proprio insieme a Morabito al momento dell’arresto.

La vita e i traffici

Secondo il giurista Wálter Maierovitch, Morabito può essere considerato «il più grande specialista» mondiale in materia di narcotraffico. A suffragio di questa asserzione ricostruisce la filiera che parte dall’asse andina, dove lavorano i produttori di cocaina e giunge fino alle principali infrastrutture portuali del Sud America. Un territorio che “Tamunga” conosce come le sue tasche essendovi stanziato dal lontano 1994. Con un passaporto falso a nome Francisco Antonio Capeletto Souza, brasiliano di famiglia italiana, era riuscito a passare la frontiera. E il Brasile è in qualche modo il “filo rosso” di questa sua avventura perché nella località di Minas Gerais avrebbe conosciuto la madre di sua figlia oggi diciannovenne.
Per gli avvocati difensori, Leonardo de Carvalho e Silva, Morabito, «ingiustamente detenuto», sarebbe fuggito «perché capì di aver subito un’ingiustizia e una persecuzione» dovuta a denunce non attendibili e al fatto che in Uruguay svolgesse un’attività agricola (coltivazione e commercio di soia) con la quale si guadagnava da vivere. Quella stessa che gli inquirenti definiscono «una copertura per i suoi traffici».

Il processo di estradizione

Da João Pessoa, Morabito è stato trasferito a Brasilia a bordo di un volo militare. In Italia lo aspetta una condanna a trent’anni di carcere e la sua estradizione, che sarà esaminata dalla Corte Suprema brasiliana, pare data per certa.
Gli avvocati intanto si appellano al tempo trascorso, che fa sì che le cause svolte in Italia risultino ora datate. Inoltre «affermano che il loro assistito ammette di avere avuto contatti coi mafiosi italiani, ma è “irrealistico” definirlo un associato».
«Gli chiederemo di attendere il processo di estradizione in libertà», dice il legale. Secondo lui, il fatto di avere una figlia brasiliana potrebbe favorire la richiesta di Morabito di rimanere in territorio brasiliano.
«Cercheremo di estradare Morabito in modo che possa scontare la sua pena per eliminare la possibilità che continui il suo ruolo nel traffico internazionale», ha detto Bombardieri. (f.d.)

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