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l’analisi

«Un “laboratorio Calabria” non si improvvisa a quattro mesi dal voto»

«Costruiamo il laboratorio Calabria e usciamo fuori dallo schema partitico tradizionale». È l’estratto del pensiero politico-elettorale di Luigi de Magistris, che ha il vento a favore e cerca quin…

Pubblicato il: 09/06/2021 – 18:26
di Emiliano Morrone*
«Un “laboratorio Calabria” non si improvvisa a quattro mesi dal voto»

«Costruiamo il laboratorio Calabria e usciamo fuori dallo schema partitico tradizionale». È l’estratto del pensiero politico-elettorale di Luigi de Magistris, che ha il vento a favore e cerca quindi di sfruttarlo. Carlo Tansi è sceso dal TanDem e si è isolato nella dimensione social, in un soliloquio di cui non riesce a liberarsi. Pd e 5 Stelle traccheggiano. Il centrodestra troverà la quadra, specie dopo le recenti precisazioni di Matteo Salvini tra una brioscia di Pizzo e il rito dei selfie. Il candidato presidente tocca a Forza Italia. È probabile che sia Roberto Occhiuto, capogruppo azzurro alla Camera. 

De Magistris potrebbe invece diventare il jolly del centrosinistra, intanto per logoramento all’interno dell’alleanza giallo-rossa. Di fatto Enrico Letta e Giuseppe Conte non danno – ancora – segnali univoci. Il tempo scorre e da sola prende piede, con buona pace degli alfieri di partito, la soluzione della convergenza su de Magistris. L’ex pm di Why not sta attuando una strategia intelligente. Si mostra più politico, ha un’ipertrofia comunicativa ma pizzica corde vibranti: del civismo, della partita contro le destre, del cambiamento e della «rivoluzione gentile», in certo modo simboleggiata dal coinvolgimento diretto di Anna Falcone. Inoltre c’è un precedente, cioè la prima vittoria, dopo il ballottaggio, di de Magistris alle Comunali di Napoli, frutto di una campagna elettorale emozionante, partecipata, fresca ma costosa. Senza esternarlo, de Magistris punterebbe a ripetere quel risultato, che sembrava impossibile come l’affermazione di Chang su Lendl agli ottavi del Roland Garros, anno ’89.

Vi sono alcuni fattori di cui tenere conto, tuttavia. Il primo è che l’accordo su de Magistris significherebbe che né il Pd né il Movimento 5 Stelle, né le altre componenti del centrosinistra, hanno figure credibili e spendibili nei loro quadri e vivai. Di conseguenza, Nicola Irto, già presidente del Consiglio regionale, verrebbe messo da parte e senza chiare motivazioni politiche, pur essendo giovane con un importante passato istituzionale. Il secondo è che, a prescindere dalla lucanofilia di Agazio Loiero e Mario Oliverio, l’investitura di de Magistris non verrebbe tollerata dai due ex presidenti della Regione e dagli altri garantisti del Pd o d’area, tanti. Comunque sarebbe difficile da giustificare, alla luce delle divergenze croniche, chiamiamole così, determinate dagli esiti (definitivi) dell’inchiesta Why not. È logico e palese che de Magistris provi a fare un repulisti politico, e il motivo è duplice: per coerenza con il proprio discorso, ricorrente quanto vago, di rinnovamento «delle donne e degli uomini di Calabria» e, in caso di colpaccio, per assumere in proprio le decisioni di governo, per non trovarsi a comporre equilibri complicati. Il terzo fattore è che tra i militanti del Pd, parlo delle nuove leve, de Magistris non tira. E qui vi è un aspetto non secondario: riguarda l’identità politica del sindaco di Napoli, insieme giustizialista e di sinistra radicale, con un impulso repressivo e uno umanitario. Oltretutto, diversi ragazzi (e ragazze) con la tessera del Pd, questo almeno scrivono sui social, non si riconoscerebbero in un esponente politico ritornato in Calabria giusto a ridosso delle Regionali. Perciò non lo vedrebbero come loro riferimento. Anzi, perfino nutrirebbero il timore di perdere delle opportunità: ruolo e turno. Il quarto fattore è che de Magistris teorizza una Calabria da liberare, piuttosto che una regione da emancipare; il che non piace molto nella galassia dem ed entusiasma, invece, una parte consistente degli attivisti del Movimento 5 Stelle, sia governisti che vicini ad Alessandro Di Battista. Il quinto e (per ora) ultimo fattore, ha osservato un volto noto dell’antimafia civile, è che de Magistris si è spostato troppo a sinistra, intanto puntando su Mimmo Lucano, con l’effetto di attrarre un elettorato più progressista e dissuadere una fetta cospicua di moderati.

Però De Magistris può contare su appoggi manifesti in casa Cgil. Lì prevale la figura del leader di piazza e di popolo, la convinzione che il sindaco di Napoli la incarni meglio di chiunque altro e che con la sua candidatura possa nascere un progetto politico meridionalista. 

Il punto vero, al netto delle idee, tutte legittime, è che un «laboratorio Calabria» non si può inventare né creare a quattro mesi dalle elezioni, né può essere sganciato dalle esigenze e dalle esperienze territorio. Inoltre esso richiederebbe una profonda formazione politica, amministrativa e comunicativa. Il punto vero è che i partiti, i movimenti e le forze civiche dovrebbero comprendere il momento, fissare le priorità e confrontarsi, sfidarsi sulle soluzioni ai problemi reali: sanità, lavoro, economia, legalità, istruzione, infrastrutture, bilanci e burocrazia regionali, ambiente, cultura, risorse pubbliche e utilizzo dei beni comuni. Il punto vero è che, per colmare il grave divario della Calabria dal resto dell’Italia, bisogna uscire dallo schema politico, e sottolineo politico, tradizionale. E allora occorre che i responsabili delle varie formazioni dicano con chiarezza che cosa vogliono fare, con quali strumenti, con quali candidati e con quali obiettivi. Possibilmente ora, non ad agosto.

*giornalista

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