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Delitto Ruffolo, la condanna a morte dei clan e l’amicizia pagata con il sangue

Rese note le motivazioni della sentenza di primo grado sull’omicidio che avrebbe commesso Massimiliano D’Elia

Pubblicato il: 29/06/2021 – 20:03
di Fabio Benincasa
Delitto Ruffolo, la condanna a morte dei clan e l’amicizia pagata con il sangue

COSENZA Sei colpi di pistola calibro 7,65 sparati contro Giuseppe Ruffolo a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta mentre percorreva via degli Stadi a Cosenza. Massimiliano D’Elia, ritenuto colpevole del delitto, è stato condannato – in primo grado – a 28 anni e 6 mesi di reclusione. A distanza di tre mesi dal giudizio espresso dalla Corte d’Assise di Cosenza, arrivano le motivazioni della sentenza.

Il movente

A decidere la morte di Giuseppe Ruffolo, ucciso a Cosenza alle 19.55 del 22 settembre 2011, furono i vertici del clan mafioso Lanzino-Patitucci, infastiditi per «l’attività usuraia intrapresa dalla vittima senza l’assenso della cosca e senza far confluire i proventi illeciti nella bacinella comune del clan», per il quale D’Elia lavorava, occupandosi di estorsioni e traffico di droga. I carabinieri di Cosenza, a riprova dell’attività svolta da Ruffolo, troveranno all’interno degli abiti della vittima più di 1.700 euro in contanti e un foglio dove erano state annotate svariate somme di denaro associate ad alcuni nominativi. Tuttavia, le vite di D’Elia e Ruffolo si erano già incrociate qualche anno prima quando Ruffolo fece di tutto per scagionare il suo amico Andrea Molinari, all’epoca in carcere, perché ritenuto responsabile del tentato omicidio proprio di D’Elia. Il presunto assassino impiegato come buttafuori in un pub di Rende, la notte del 28 ottobre 2006, venne raggiunto da alcuni colpi di pistola. Dell’episodio venne ritenuto responsabile Molinari, che anche in carcere si professerà innocente. Ruffolo nel processo a carico del suo «amico fraterno» cercherà in tutti i modi di scagionarlo, un gesto d’amicizia che anni dopo pagherà con il sangue.

La ricostruzione dei pentiti

La ricostruzione del delitto troverà sviluppo nelle confessioni di numerosi collaboratori di giustizia: Mattia Pullicanò, Daniele Lamanna, Luciano Impieri, Ernesto Foggetti, Francesco Noblea, Vincenzo De Rose, Edyta Alexandra Kopaczynska e Giuseppe Montemurro. Le dichiarazioni saranno acquisite negli anni successivi alla morte di Ruffolo e convergeranno tutte su un unico responsabile: Massimiliano D’Elia. Luciano Impieri, già soldato del gruppo degli “Zingari”, ha deciso di collaborare per «dare un futuro migliore alla famiglia». Tra le tante confessioni, il pentito racconta di aver conosciuto D’Elia grazie a Maurizio Rango, il quale «gli diceva sempre di guardarsi da D’Elia perché era colui che aveva ucciso Ruffolo, faceva parte del gruppo Lanzino ed era vicino a Roberto Porcaro». A confermare ad Impieri la responsabilità di D’Elia nel delitto, sarà anche Salvatore Ariello, uomo di fiducia del gruppo Lanzino-Patitucci. Un altro uomo di punta della mala cosentina, Daniele Lamanna, membro del gruppo “Rango-Zingari”, confesserà di aver visto passare spesso D’Elia e qualcuno gli avrebbe sussurrato «vedi il ragazzo sul motorino, gli ha sparato due botte e se ne è andato». Altro pentito chiamato in causa sull’omicidio Ruffolo è Francesco Noblea. Ex appartenente alla cosca “Abruzzese”, il collaboratore di giustizia racconta di aver saputo da Tonino e Luigi Abruzzese della responsabilità di D’Elia nel delitto. Circostanza confermata anche da Vincenzo De Rose (anch’egli collaboratore di giustizia), all’epoca dei fatti agli arresti domiciliari. Secondo Noblea, il movente dell’omicidio sarebbe però da collegare a presunti «abusi perpetrati da Ruffolo nei confronti del padre di D’Elia e per questo si era vendicato, uccidendolo». Mattia Pulicanò, affiliato alla cosca Lanzino-Ruà nel 2008, riceve confidenze da parte di numerosi esponenti di vari sodalizi criminali cosentini e si dice convinto dell’opportunità di collegare il movente dell’omicidio «alla sparatoria consumatasi fuori dal pub di Rende» e in cui rimase ferito D’Elia. Nel lungo elenco di collaboratori di giustizia ascoltati in merito all’evento omicidiario figura anche una donna: Alexandra Edyta Kopaczynska, compagna di Michele Bruni storico capo del clan “Bella Bella”. L’omicidio avvenne a circa 200 metri dalla sua abitazione e Ruffolo non era uno sconosciuto: lo aveva incrociato più volte perché «usufruiva della sua posta privata per inviare i pacchi in carcere» e sia perché «suo marito le aveva riferito di un “giro di strozzo”» mal visto dallo stesso Bruni e da Patitucci. Alla collaboratrice, era stato riferito che a commettere l’omicidio fosse stato D’Elia per via di uno screzio avvenuto tra Ruffolo e il padre del presunto killer. Lo stesso D’Elia, racconterà Kopaczynska, avrebbe «chiesto il permesso di compiere il delitto a Roberto Porcaro» e dopo il fatto di sangue, «sarebbe fuggito in Sud America». Uomo del clan Bruni, Ernesto Foggetti – collabora con la giustizia dal 2014 – e si ritrova a fare affari proprio con D’Elia che «gli aveva consegnato della droga per conto di Roberto Porcaro con il quale all’epoca dei fatti aveva rapporti». A confessargli che l’autore dell’omicidio fosse D’Elia, fu Gennaro Presta in un incontro prima dell’Immacolata del 2011. Foggetti riponeva scarsa fiducia nei confronti di D’Elia e pensava «se la cantasse con i carabinieri», ma Presta lo rassicurò: «credi che Roberto Porcaro si tiene a uno che se la canta? Guarda che quello è un ragazzo positivo perché si è tolto pure lo scorno con Bebé che lo ha sparato». In sostanza l’omicidio era naturale conseguenza di una vendetta.

La difesa di D’Elia

La difesa di Massimiliano D’Elia ha cercato di smontare l’ipotesi avanzata da alcuni collaboratori di giustizia in merito ad un presunto allontanamento dopo aver commesso l’omicidio. A sostegno della tesi, la difesa ha prodotto la certificazione del Sert in cui si da atto della frequenza di D’Elia nei mesi di novembre e dicembre 2021. Lo stesso imputato si è sempre professato innocente, raccontando che la sera del delitto si trovava in compagnia di amici. Inoltre, sempre secondo la difesa, D’Elia non avrebbe mai potuto trovarsi in sella ad una moto e tantomeno armato, perché a causa di un precedente incidente stradale aveva riportato la frattura della clavicola sinistra e i suoi movimenti erano «notevolmente limitati». Tesi che non hanno evidentemente convinto i giudici, secondo i quali «può essere affermata, ogni ragionevole dubbio, la responsabilità dell’imputato per i reati a lui ascritti». L’avvocato di D’Elia, Fiorina Bozzarello, sta lavorando al ricorso.

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