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La stanza dei libri

«Oh, giudice, non siate avaro. Datemi cento anni!»

Impetuoso, inarrestabile, rivoluzionario. Spesso violento, senza dubbio passionale. Èil Novecento italiano: un tonfo secco in un continente in subbuglio, un’esplosione di rabbia e prodezza, un pug…

Pubblicato il: 24/07/2021 – 18:15
di Chiara Fera*
«Oh, giudice, non siate avaro. Datemi cento anni!»

Impetuoso, inarrestabile, rivoluzionario. Spesso violento, senza dubbio passionale. È
il Novecento italiano: un tonfo secco in un continente in subbuglio, un’esplosione di rabbia e prodezza, un pugno abbagliante che dalle periferie italiche ha travolto le coscienze del mondo. Non il Novecento segregazionista e dittatoriale che ci fa vergognare di essere stati europei, ma quello giusto, democratico, empatico, che ha fatto uscire dalla coltre di fame e afflizione le masse popolari con grinta sorprendente. Molte delle audaci rivendicazioni, umane prima ancora che politiche, si sono consumate sul suolo calabrese. Una dopo l’altra, dal 1903 al 1972, incontrando e incidendo sui grandi flussi della Storia. Quasi settant’anni a cui la Fondazione Imes e la Donzelli editore hanno voluto dedicare il volume “Storie di lotta e di anarchia in Calabria” (pp. 240, 24 euro) lasciandosi trainare dalla forza intellettuale e dalla passione civile di Piero Bevilacqua, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, e Armando Vitale, presidente dell’Associazione Gutenberg Calabria, che ne hanno curato la realizzazione. Dieci storie, dieci ritratti di veemente riscatto sociale ricostruiti da altrettanti studiosi, storici e giornalisti.
Ad accompagnarli, la voce potente e le rime esplosive della cantastorie Francesca Prestia, che di ogni episodio fa rivivere, con orgoglio e mestizia, il sacrificio di tanti calabresi combattenti. Non serve alcuna retorica, bastano i fatti. Il canovaccio è sempre lo stesso, ieri come oggi: il lavoro non c’è, l’assistenza sanitaria è un lusso, il rispetto dell’ambiente un futile capriccio da salotto e la classe dirigente procede a tentoni con degradante insolenza tra incombenze che stenta a decifrare.
Prima, però, c’era più voglia di battersi. Si pestavano i piedi, si rischiava la vita. Si versava il proprio sangue su latifondi pietrosi pur di incenerire un ingiusto smacco. Non dovevano averla vinta loro, i ricchi e i prepotenti. Non dovevano negarci il diritto alla vita. Ieri come oggi non chiediamo privilegi né trattamenti di favore; ma se oggi abbassiamo la testa picchiettando sui social, ieri ci armavamo di gran voce e con mani callose e polmoni avvelenati mostravamo fieri la nostra dignità.
Così è stato a Lungro, a Benestare, a Casignana, a Calabricata e a Melissa: antenati da osannare in una terra dall’oziosa nomea, donne e uomini da ricordare nelle scuole e tra le strade, da parlarci sommessamente nei risvolti più drammatici della nostra epoca. Invece, ciò che resta a galla sono le mediocri performance di personaggi assurti a icone di una regione infangata.
Parlo dei Muccino, dei Bova, dei Morales e di tutti quei tizi che la pigrizia culturale rende imprescindibili e a cui doniamo, con aria supplichevole, qualche milioncino di ringraziamento per non sapere nulla delle nostre radici millenarie. Tiro fuori loro accodandomi alla bufera di polemiche che va avanti da mesi, perché è sconcertante prendere atto della vacuità morale di chi ci governa mentre penso ai poveri salinari di Lungro (1903) che, pur spaccandosi la schiena per una paga meschina, salendo e scendendo ogni giorno sui migliaia di bianchi gradini – piaghe brucianti e fiato sempre più corto – trovavano la forza di unirsi e mobilitarsi per farsi sentire. Poi, morivano a trent’anni, come i padri e come i nonni. Come Giuditta Levato (1946) che giovane e incinta affrontò a muso duro e senza paura del fucile la supponenza dell’agrario e del suo campiere, incontrando la morte nella sua Calabricata. Come Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro, braccianti melissesi che pagarono con la vita (1949) l’insana pretesa di giustizia sociale, rinvigorendo quel movimento contadino che già con la strage di Casignana (1922) aveva tirato fuori unghie e denti. Cosa rimane, oggi, nella memoria collettiva degli italiani di quella misera plebe che cocciuta e nervosa inchiodò sulla terra il sacrosanto diritto al lavoro? Cosa rimane della pionieristica battaglia per il diritto universale alla salute che si consumò a Benestare nel primissimo Novecento? Ecco perché leggere i saggi di Giuseppe Carlo Siciliano, Oscar Greco, Romano Pitaro e Gaetano Lamanna. Per scrostare dal profano pantheon della società consumistica i miti imbellettati e boriosi che non hanno assolutamente niente da dire, e sostituirli con chi, martire e coscienzioso, merita di insinuarsi nei caratteri e nelle scelte di ognuno di noi.
Pensate come potrebbe cambiare il sotterraneo nervo della nostra società se a creare “tendenza” fosse il sangue freddo e il granitico amor proprio dei ragazzi della brigata Catanzaro, che nell’infuriare del primo conflitto mondiale – basta questo per immaginare il delirio di tormenti e assurdità – senza timore né esitazione disubbidirono agli ordini perché stremati dalle inutili atrocità senza fine. La risposta, come ricostruisce Mario Saccà, fu una spietata decimazione in due atti tra i più amari della storia italiana. E se c’è ancora chi pensa che durante il fosco Ventennio ce ne siamo stati zitti e buoni nelle assolate campagne o nei borghi aggrappati alla montagna, ecco pronto il saggio di Giovanni Cimbalo sulla strenua resistenza antifascista di Nino Malara e dei tanti calabresi che mai si arresero al dispotismo soffocante.
Ma le derive più aspre e universali del malcontento popolare di quegli anni si ebbero dall’altra parte dell’oceano, a Chicago, dove nel 1933 il muratore anarchico di Ferruzzano (RC) Giuseppe Zangara – imperdibile il ritratto che ne fa Katia Massara – attentò alla vita del neopresidente Roosevelt e uccise il sindaco Cermak. Era l’epoca della Grande depressione, gli immigrati le vittime più disgraziate. Zangara – che con quel gesto estremo credeva di cancellare le ingiustizie del mondo – prima fu condannato a ottant’anni (“Oh, giudice, non siate avaro. Datemi cento anni!”) poi finì sulla sedia elettrica, fiero e in pace con i suoi doveri. In “Storie di lotta e di anarchia in Calabria” non potevano mancare quei fatti dei primi anni ’70 che sconvolsero la Calabria lasciando ferite profonde. Come il triste epilogo di cinque giovanissimi anarchici (Angelo Casile, Gianni Aricò, Annalise Borth, Franco Scordo, Luigi Lo Celso) la cui morte, avvenuta in circostanze poco chiare, si riallaccia ai tumultuosi moti di Reggio, come viene ben spiegato nel saggio di Tommaso Perna. E quell’incredibile ondata sindacale – ricordata da Luigi Ambrosi e Saverio Taverna – che il 22 ottobre del ’72 portò all’unisono tutti gli operai d’Italia ad abbracciare i lavoratori calabresi, opponendosi al revanscismo fascista, ha svelato il volto energico e compassionevole di gente straordinaria nella sua semplicità che ha avuto più coraggio di noi, regalandoci la libertà.
La canzone “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, interpretata da Francesca Prestia, è un saggio dal ritmo incalzante che brucia ogni rivalità Nord-Sud e ogni spavalderia localistica all’insegna dei principi di solidarietà, fratellanza e uguaglianza. Ecco chi siamo. Siamo urla e rivoluzione, siamo furbizia e scaltrezza, siamo il popolo che non si è mai rabbonito, semmai infuocato.
Se solo riprendessimo a farci sentire, alzando le antenne e deragliando il corso dei fatti dalla linea che ci vuole ciechi e trasognati, con lingua abbindolata, senza spirito critico, senza quei sani e impavidi colpi di testa che ci farebbero conquistare (!) i nostri diritti. Il rischio, quantomeno, dovremmo correrlo. Con slancio e senza rimuginarci troppo. I miti del passato a indicarci la strada di certo non mancano. Occorre trovare la chiave giusta per connettere il meglio di ieri con il meglio di oggi. E poi far seguire al pensiero l’azione. Semplice a dirsi, ma è questa la porta stretta da attraversare.

*Giornalista e scrittrice

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