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Inchiesta Alibante, la Dda insiste per l’arresto di Pasquale Motta

L’antimafia di Catanzaro impugna l’ordinanza del gip e fa appello davanti al Tribunale del Riesame per chiedere la misura cautelare in carcere nei confronti dell’ex direttore de LaC, di Domenico Ar…

Pubblicato il: 18/09/2021 – 7:09
di Alessia Truzzolillo
Inchiesta Alibante, la Dda insiste per l’arresto di Pasquale Motta

CATANZARO La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha proposto appello al Tribunale del Riesame di Catanzaro per chiedere la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Domenico Aragona, Maria Rita Bagalà, Bruno Malvaggio, Pasquale Motta ed Enzo Pandolfo, tutti indagati nell’ambito dell’inchiesta “Alibante” relativa a una serie di reati compiuti con l’avallo della cosca Bagalà di Nocera Terinese. Tutti gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, corruzione, estorsione, consumata e tentata, intestazione fittizia di beni, rivelazione di segreti d’ufficio e turbativa d’asta.

Le accuse contestate dalla Dda

In particolare la Dda chiede l’arresto di Domenico Aragona, Bruno Malvaggio ed Enzo Pandolfo in relazione all’accusa di associazione mafiosa, per avere fatto parte della cosca Bagalà «operante lungo la fascia costiera tirrenica del catanzarese, nei comuni di Falerna e Nocera Terinese e strettamente legata da rapporti ndranghetistici storicamente radicati e da co-interessenze economiche alla cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte di Lamezia Terme». Secondo l’accusa Domenico Aragona ricopriva il ruolo di «uomo di fiducia del boss Carmelo Bagalà e di suo autista abituale, tanto da essere inizialmente individuato dal boss come candidato alle elezioni amministrative, alle quali poi partecipava in sua vece Salvatore Grandinetti; ovvero ancora chiedeva l’autorizzazione e ausilio a compiere atti intimidatori nei confronti di terzi soggetti con cui lui e il padre Ferdinando avevano contrasti di tipo possessorio».
Bruno Malvaggio ed Enzo Pandolfo sono considerati dalla Dda i referenti politici di Carmelo Bagalà con cui avevano condiviso e programmato la predisposizione della lista “Unità Popolare Nocerese” per l’infiltrazione nell’amministrazione comunale.
Maria Rita Bagalà, figlia del boss, che si trova ristretta ai domiciliari, viene considerata «mente legale della cosca, partecipava alla medesima, garantendo, sotto la regia del padre, “l’amministrazione” di diversi affari illeciti della compagine e occupandosi, nello specifico, della cura degli interessi economici e finanziari del sodalizio».
Infine il giornalista, ex direttore de LaC, Pasquale Motta è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa poiché, scrive la Dda, «di fatto svolgeva in maniera preponderante la funzione di referente politico del boss Carmelo Bagalà con cui aveva condiviso e programmato la predisposizione della lista «Unita’ Popolare Nocerese”.

Le ragioni dell’appello

L’antimafia di Catanzaro non molla e si oppone alla decisione del gip che non ha accolto la richiesta di arresto degli indagati all’alba dell’operazione Alibante avvenuta a maggio scorso.
I magistrati che hanno vergato la richiesta al Riesame – il procuratore Nicola Gratteri, l’aggiunto Vincenzo Capomolla, i sostituti Chiara Bonfadini e Romano Gallo – dissentono con le argomentazioni del gip e ribadiscono «la sussistenza di esigenze cautelari di massimo rigore».  

Motta e il boss: «Due cospiratori politici»

Secondo il gip non risulta provata la sinergia dolosa tra Pasquale Motta e Carmelo Bagalà nel corso della campagna elettorale per le elezioni del consiglio comunale di Nocera Terinese del 2018. I due avrebbero «pilotato le competizioni elettorali in maniera del tutto autonoma ed indipendente, pur essendo a conoscenza l’uno dell’attività dell’altro». Ma secondo i magistrati di Catanzaro il ragionamento è illogico poiché Bagalà e Motta, con l’intento comune di sconfiggere l’avversaria politica Fernanda Gigliotti, hanno «elaborato là medesima strategia di favorire la creazione di una terza lista capeggiata dal candidato Rocca per stornare voti al partito avverso, concordato i medesimi candidati a sindaco e consigliere comunale nella lista Unità Popolare Nocerese, utilizzato gli stessi concorrenti (Luigi Ferlaino,  Bruno Malvaggio, Domenico Aragona, Salvatore Grandinetti, Rosario Aragona, ecc.); e nonostante fossero reciprocamente consapevoli dell’opera altrui, i risultati conseguiti sarebbero frutto di una mera coincidenza». Ma questa non appare una coincidenza agli occhi della Dda che, al contrario, parla di «sinergia dolosa, nata da un vero e proprio accordo fra i due cospiratori politici». Le azioni di Motta e del boss Bagalà secondo l’accusa erano «finalizzate allo stesso obbiettivo». 

Gli incontri «mediati»

L’errore valutativo del gip – ipotizza la Distrettuale – è nato dal fatto che tra i due non si siano registrati incontri diretti e c’è, inoltre, l’enfatizzazione di una frase di Carmelo Bagalà nella quale il capomafia afferma di non avere contatti con Pasquale (Motta) da anni. Gli incontri in realtà sarebbero avvenuti ma attraverso mediatori: «ossia mediante il ricorso a intermediari qualificati, quali Luigi Ferlaino, Enzo Pandolfo e Domenico Aragona».
«Innanzitutto – è il dato riportato dagli investigatori –, è rilevante uno dei vari incontri fra Bagalà e Domenico Aragona, nel quale i due discutono di una possibile candidatura del giovane, sin dall’inizio titubante all’idea. Da subito si comprende che l’eventuale corsa elettorale di Domenico Aragona è un’ipotesi gradita non tanto e non solo al Bagalà come persona, ma a tutto il gruppo, che lo avrebbe sostenuto compatto. E infatti, il Bagalà raccomandava ad Domenico Aragona, nel caso in cui avesse deciso di declinare la candidatura, di avvisare Pasquale Motta e Bruno Malvaggio, garantendo però al contempo il sostegno elettorale». Altro esempio di incontro mediato: «Ancora – scrivono i magistrati –, in un altro contesto, Bruno Malvaggio espone a Bagalà la teoria, elaborata con Pasquale Motta, di creare due liste non belligeranti allo scopo di erodere voti alla Gigliotti».
«Il dato, ingiustamente sottovalutato dal gip, attesta la circolarità delle informazioni all’interno dell’associazione mafiosa-comitato elettorale e il collegamento indiretto, per interposte persone, fra Motta e Bagalà». Non solo. Altro «l’altro polo di influenza politico-mafiosa», scrivono i magistrati della Dda, si riscontra in una conversazione tra «Carmelo (Bagalà, ndr) e Domenico Aragona, nella quale il primo dichiara di aver saputo in anteprima della decisione dì candidare Massimo Pandolfo (uomo del tutto eterodiretto da Motta) e rimarca al ragazzo che l’organizzazione (evocata con il “noi”) è convintamente favorevole alla candidatura di Aragona».

La prudenza 

Quello stesso pomeriggio Luigi Ferlaino e Pasquale Motta parlano di quanto accaduto poco prima ovvero del fatto che Domenico Aragona “ha fatto un passaggio ai vertici” «i quali gli hanno garantito che appoggiano Massimo Pandolfo come candidato a sindaco e il suo inserimento nella lista elettorale». A quel punto Motta taglia corto e consiglia che Aragona interrompa i contatti con i vertici. Secondo gli inquirenti è evidente che la strategia di Motta sia stata «evidentemente finalizzata a evitare controlli o indagini. L’opzione del politico, infatti, si sarebbe rivelata sensata, laddove si osservi che tempo dopo Bagalà verrà informato dell’esistenza di un’indagine a carico suo e di Pasquale Motta». Il boss Bagalà viene descritto come un uomo «che in più occasioni ha dimostrato dì saper comportarsi diversamente a seconda dell’interlocutore, adeguandosi alla situazione e parlando sinceramente o mentendo secondo i casi. Numerosi sono gli esempi in tal senso: basti pensare a come con alcuni soggetti abbia rivendicato la titolarità di fatto della Calabria. Turismo e dell’Hotel dei Fiori, mentre con altri abbia rimarcato di non esserne il titolare formale». In conclusione «l’assenza di comunicazioni fra Bagalà e Motta è smentita nei fatti dalla fitta rete di interscambi mediati da persone di fiducia vicine alla cosca, compendiata sopra: le comunicazioni, quindi, ci sono state, ma non sono state mai dirette per una precisa e prudenziale scelta degli indagati. In tal senso, giova ribadirlo, così come Motta ha consigliato ad Domenico Aragona di interrompere ogni contatto con i vertici, una volta ricevuto il placet alla candidatura, a maggior ragione si è ben guardato da incontrare personalmente il boss».

«Competenze professionali al servizio della cosca»

Posizioni opposte tra la Dda e il gip per quanto riguarda la figura e il ruolo di Maria Rita Bagalà, figlia del capocosca Carmelo. La Dda contesta l’associazione mafiosa, il gip riqualifica il concorso esterno. Secondo l’antimafia di Catanzaro «le conclusioni cui è pervenuto il gip non colgono nel segno e non possono condividersi, per il sol fatto che viene “vestito” della qualifica di concorrente esterno il ruolo di un soggetto, Maria Rita Bagalà in realtà ad ogni evidenza sintomatico di una stabile e consapevole messa a disposizione nei confronti del sodalizio capeggiato dal padre, da cui non può che discendete l’affermazione della piena intraneità della stessa indagata all’associazione in parola». Nell’appello rivolto al Tribunale del Riesame viene sottolineato come sia «sufficiente evidenziare come Maria Rita Bagalà compaia in prima persona — e non come mera delegata del padre Carmelo — in tutti, i settori chiave del programma criminale della cosca. È lei che, forte delle sue competenze professionali in ambito economico e giuridico, fissa gli stessi obiettivi dell’organizzazione e pianifica le modalità di realizzazione degli stessi, figurando quale vera e propria mente operativa del sodalizio. L’indagata, infatti, mette al servizio della cosca la propria preparazione tecnica, circostanza che consentirà all’associazione, nel corso degli anni, di fare quel salto di qualità in termini di trasformazione evolutiva da ‘ndrangheta tradizionale a ‘ndrangheta imprenditoriale, anche attraverso il continuo reinvestimento occulto dei profitti illeciti a suo tempo accumulati dal padre Carmelo».

Aragona, «autista e uomo di fiducia»

Per quanto riguarda Domenico Aragona, gli elementi investigativi consentono «di apprezzare compiutamente il ruolo partecipativo dell’indagato quale uomo di fiducia del boss Carmelo Bagalà e di suo autista abituale, figura, questa, che assume un significato di non poco spessore nelle dinamiche, tradizionali delle associazioni di stampo mafioso: colui che svolge tale mansione deve necessariamente essere un soggetto in cui il capo ripone fiducia incondizionata, in ragione del fatto che, trascorrendo insieme significativi intervalli temporali, è messo necessariamente al corrente di tutte le dinamiche del sodalizio, anche quelle più riservate. La circostanza, poi, che Bagalà sia provvisto di patente di guida sottolinea ulteriormente lo stretto rapporto tra i due, oltre che il fatto che il boss abbia scelto proprio Domenico Aragona». Due pesi e due misure sono stati adottati, sottolineano i pm, dal gip tra la posizione di Domenico Aragona e quella di Eros Pascuzzo «anch’egli autista di Carmelo Bagalà e suo uomo di fiducia, ritenuto intraneo al sodalizio criminale», accusato di associazione mafiosa e ritenuto dal giudice meritevole della misura cautelare in carcere. 

L’attività di Malvaggio durante le amministrative del 2018 e 2019

Bruno Malvaggio viene riconosciuto da Giuseppe Giampà, ex reggente dell’omonima cosca e oggi collaboratore di giustizia «come soggetto attivo e operativo» in una organizzazione ‘ndranghetista diversa dalla propria. Secondo i magistrati «il comportamento di Malvaggio si è manifestato prevalentemente nell’ambito del condizionamento delle campagne elettorali del 2018 e del 2019, ma non è esatto affermare che si sia esaurito solo in tale contesto. Infatti, l’intraneità di Malvaggio al sodalizio — come si è visto – è attestata dai collaboratori di giustizia e collocata in tempi anche lontani, a dimostrazione dell’assunto accusatorio che la cooperazione di Malvaggio con il sodalizio non è una scelta estemporanea e circoscritta alla sola conduzione delle consultazioni elettorali amministrative, ma una vicinanza organica e stabile, come del resto emerge anche dalle captazioni effettuate nel presente procedimento». «Più in dettaglio – è scritto nell’appello –, va rammentato che Bruno Malvaggio è stato attivamente coinvolto nelle prime consultazioni elettorali, come diretto referente di Carmelo nella selezione dei candidati, nella gestione della campagna e successivamente nel controllo dei soggetti eletti nello svolgimento delle loro funzioni».

Elezioni 2018 e gli assidui contatti tra Pandolfo e il boss

Enzo Pandolfo è il «custode del cimitero dì Nocera Terinese, fratello di Massimo Pandolfo, candidato sindaco poi eletto anche grazie all’appoggio decisivo offerto da Carmelo Bagalà». Secondo il gip «La figura dell’indagato è emersa esclusivamente per gli assidui contatti intrattenuti con il Bagalà in vista delle elezioni». Al contrario, secondo la Dda, «il ruolo di Enzo Pandolfo non può certamente essere ridimensionato nei termini descritti» dal gip «dove, peraltro, lo stesso giudice sottolinea che, in occasione della campagna elettorale del Comune di Nocera Terinese, venivano monitorati “assidui contatti” tra il boss ed il Pandolfo. Ciò detto, se è pur vero che il predetto indagato emerge unicamente all’interno delle vicende di interessamento politico di Carmelo Bagalà nelle elezioni amministrative del citato comune lametino, occorre evidenziare come il “settore elettorale” è proprio uno di quelli in cui la cosca era particolarmente attiva ed in cui l’incidenza criminale del Bagalà è stata proficua, specie durante la tornata elettorale dell’anno 2018». Ma i rapporti tra il fratello del sindaco e il boss non si sono limitati alla campagna elettorale: «I rapporti tra Enzo Pandolfo e Carmelo  Bagalà proseguivano anche oltre la campagna elettorale del 2018, denotando una comunanza e uno scambio di interessi, come emerge, in particolare, da un episodio avvenuto il 22 luglio 2018, allorché Carmelo Bagalà riceveva la visita, presso la propria abitatone, di Enzo Pandolfo, fratello del neosindaco di Nocera Terinese Massimo, con il quale conversava di argomenti di rilevante interesse investigativo». L’incontro è significativo poiché «nell’occasione, Enzo omaggiava Bagalà con dei prodotti tipici locali, informandolo che Massimo, da quando si era insediato presso il comune di Nocera Terinese, stava ricevendo forti pressioni dal gruppo Ferlaino/Buoncore per l’interdizione della piscina ed annesso bar/chiosco del residence Sea Village. Da parte, sua, il capo cosca dichiarava di essere già intervenuto personalmente in favore dell’architetto Vittorio Macchione, ottenendo da Enzo Pandolfo la conferma che soltanto per rispetto verso la sua persona, il fratello Massimo si era determinato a non interdire le predette attività ricreative». Non solo: «Nel prosieguo del dialogo, Bagalà confermava che il tecnico comunale Luciano Esposito era uno dei due funzionati di suo riferimento all’interno del comune nocerese, per mezzo del quale riusciva a condizionare l’attività amministrativa. Al riguardo, Carmelo invitava Enzo a riferire al fratello Massimo che in caso di eventuale necessità, poteva come sempre confidate sul suo sostegno». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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