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Arresti per incendio nel Pavese, spunta l’ombra della ‘ndrangheta

Tre fermi per il rogo del 2017 appiccato per smaltire illecitamente i rifiuti. Il boss alla ex moglie del titolare: «Zitta o ti faccio fuori»

Pubblicato il: 07/10/2021 – 12:08
Arresti per incendio nel Pavese, spunta l’ombra della ‘ndrangheta

MORTARA Spunta anche l’ombra della ‘ndrangheta nell’inchiesta del pm di Pavia Paolo Mazza e del pm della Dda milanese Silvia Bonardi che oggi ha portato a tre arresti per il caso del maxi incendio, avvenuto nel 2017, all’interno dell’impianto di trattamento di rifiuti ‘Eredi Bertè’ di Mortara, nel Pavese. Emerge dall’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Milano Guido Salvini, che dà conto di «un episodio laterale rispetto ai fatti oggetto» della misura cautelare «ma rilevante al fine di comprendere l’insieme della vicenda», ossia presunte minacce all’ex moglie di Vincenzo Bertè, amministratore unico della società finito in carcere per aver dato fuoco ai «rifiuti stoccati», assieme ad un altro amministratore, Andrea Carlo Biani, anche lui arrestato. Nel maggio 2019 l’ex moglie del titolare dell’azienda avrebbe ricevuto minacce, come «stai zitta altrimenti ti faccio fuori», da un presunto ‘ndranghetista già «coinvolto» nella maxi indagine Infinito del 2010 “come componente di una Locale” del Milanese. Il motivo delle minacce, spiega il gip, «risiedeva nei dissidi» tra la donna e l’ex marito sulla «gestione dell’impianto e delle altre società collegate». E l’ombra della ‘ndrangheta, scrive il gip, «getta una luce poco rassicurante sull’episodio di minaccia in danno della testimone». La donna, tra l’altro, ha spiegato agli inquirenti di essere «certa che l’incendio sia stato dolosamente appiccato» dal marito «perché anche Biani me lo confermò la sera stessa, il 6 settembre 2017, nel corso di una conversazione (…) In quel frangente mi disse che era stato necessario incendiare l’impianto a causa delle difficoltà economiche dell’azienda, per incassare l’indennizzo dell’assicurazione ed anche perché sicuramente all’esito del sopralluogo dell’Arpa l’impianto stesso sarebbe stato chiuso per le irregolarità nello stoccaggio». Ai domiciliari, non per l’accusa di incendio, è finito Vincenzo Ascrizzi, amministratore di un’altra società, la Mwr srl.

Il tentativo illecito di spedire un carico di rifiuti in Pakistan

C’è anche il tentativo che «stava per andare in porto di una spedizione, organizzata da Sviluppo Industriale, una delle società al centro delle indagini, di un carico di rifiuti diretti ad una società del Pakistan in forma del tutto illecita», tra gli episodi che emergono dall’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Milano Guido Salvini, sul caso del maxi incendio del 2017 di una ditta di trattamento di rifiuti di Mortara, nel Pavese. Incendio che sarebbe stato provocato dal titolare dell’azienda e da un altro
amministratore.
Dalle intercettazioni della Dda milanese disposte «a partire dall’estate 2019 sino al febbraio 2020 è emerso, scrive il giudice, che i soggetti coinvolti nell’indagine ed altri a loro legati si sono adoperati costantemente per organizzare l’esportazione in forma illecita di notevoli quantità di rifiuti pericolosi da convogliare in siti esteri. Uno degli arrestati, Andrea Carlo Biani è attualmente, al centro di una rete di trafficanti di rifiuti a livello internazionale. Biani ha cercato – spiega ancora il gip – di avviare allo smaltimento in Bulgaria rifiuti stoccati in un impianto, la Ecoross, di
Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza. L’ultimo progetto, anche questo non andato a buon fine, aveva riguardato il conferimento dei rifiuti, anche per 10mila tonnellate al mese, intermediati dalla società Carpe Diem di Torino, in Bulgaria. Infine, il controllo su due container inviati da Sviluppo Industriale, sempre amministrata da Vincenzo Bertè, arrestato per l’incendio dell’omonimo impianto nel Pavese , al porto di Genova tramite uno spedizioniere per l’imbarco verso il porto di Quasim in Pakistan. Controllo che ha bloccato anche questo tentativo».

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