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L’intervista

Sviluppo della Calabria, Papillo: «Occorre investire in qualità e servizi»

Il presidente del Gal “Terre Vibonesi” e segretario provinciale Cisal indica la strada per la crescita dei territori: «Ci sia sinergia con i sindaci»

Pubblicato il: 16/10/2021 – 7:25
di Roberto De Santo
Sviluppo della Calabria, Papillo: «Occorre investire in qualità e servizi»

LAMEZIA TERME Maggiore coinvolgimento dei sindaci nella programmazione dello sviluppo della Calabria. Con un’attenzione all’ascolto anche dei sindacati e puntando a migliorare la qualità dei servizi a supporto della crescita del turismo e dell’agricoltura. Veri motori della crescita economica dell’intera regione. Sono le “linee guida” del pensiero di Vitaliano Papillo presidente dell’Agenzia di sviluppo Gal “Terre Vibonesi” che racchiude 49 comuni dell’area. Al secondo mandato come sindaco di Gerocarne, Papillo – 39 anni laureato in Economia aziendale e management – guida da aprile scorso anche la Cisal della provincia di Vibo Valentia. Un punto di vista dunque a 360 gradi su come programmare la crescita dei territori e riallacciare le fila del rapporto tra politica e cittadini. Su quest’ultimo punto, Papillo che è anche un esponente del Partito democratico, lancia una sfida: «Bisogna riprenderci le piazze, parlare, ascoltare, entusiasmare le masse, e soprattutto, dare risposte a tanti cittadini che sono ormai stanchi delle troppe parole spesso vuote».

Lei vive in una delle province più povere d’Italia e con un tasso di disoccupazione che la pone al penultimo gradino nel Paese. Le ragioni di questo quadro socio-economico disastroso sono ascrivibili solo alla politica?
«Al primo posto nella determinazione di questo stato di cose penso ci siano due mali: il malaffare e la criminalità diffusa. Un problema che non riguarda solo Vibo ma l’intera regione e il Sud in generale, in determinate situazioni posto sotto una cappa che impedisce di crescere al passo con le altre realtà italiane. Partendo, poi, dal presupposto che la provincia di Vibo oltre a essere una delle più povere d’Italia e a soffrire mille altri problemi è anche una tra le più belle e ricche di risorse, in gran parte inespresse e non valorizzate come meriterebbero. La politica ha la responsabilità di non riuscire a programmare in maniera decisa gli interventi necessari a incanalare questo territorio ricco di potenzialità sulla strada dello sviluppo auspicato e meritato. Tuttavia se la politica agisce in maniera “distorta” rispetto alle aspettative di un territorio è anche perché non vi è la partecipazione attiva dei cittadini. Sono loro che dovrebbero riuscire a sviluppare un’identità diffusa e consapevole, credendo di più alle potenzialità e bellezze della propria terra, difendendola e tutelandola come fosse un’unica grande casa comune. Io a casa mia cerco di ottimizzare la spesa indirizzando le risorse dove servono realmente e, allo stesso tempo, punto a valorizzare ogni angolo, rendendolo comodo, bello e attrattivo per far vivere agiatamente me e la mia famiglia e mettere a proprio agio gli ospiti. Immagini se la politica e i cittadini lo facessero all’unisono per il territorio».

Lei ha parlato della Calabria come di una terra dalle potenzialità inespresse. Dal suo punto di vista, dato che è alla guida anche di un’Agenzia di sviluppo, come trasformarle in reali occasioni di crescita del territorio?
«La Calabria è agricola e turistica allo stesso tempo e nelle stesse proporzioni. Turismo e agricoltura sono facce della stessa medaglia. Di questo ci si è accorti in maniera asincrona e incompleta. Asincrona perché si è avuta prima una presa di consapevolezza – sia pur non espressa al massimo – delle potenzialità turistiche rispetto a quelle agricole. Incompleta perché si è puntato maggiormente al turismo costiero. Occorrerebbe invece riconsiderare le tante risorse della montagna e dell’entroterra, valorizzando l’ambiente, l’artigianato tipico, il patrimonio storico e architettonico, il turismo religioso e tutto quanto possa rappresentare un’attrattiva “esperienziale”. Una forma di turismo particolarmente ora in voga. Quanto all’agricoltura, grazie alle risorse dell’Unione europea, si sta investendo molto per far sì che questo settore, seppure lentamente, possa contribuire allo sviluppo della Calabria. Puntano in tale direzione, ad esempio, le tante risorse investite dal nostro Gal per le “Terre Vibonesi” attraverso l’attuazione di misure volte ad ampliare e modernizzare il mondo agro pastorale. Recuperato questo “gap” tra sviluppo turistico e sviluppo agricolo, quello tra turismo costiero e turismo montano, i due settori possono e devono camminare insieme poiché il patrimonio enogastronomico unito al patrimonio paesaggistico consentirebbe di creare lavoro e ricchezza tutto l’anno. Non dobbiamo inventarci nulla ma solo investire in qualità e servizi. Gli strumenti ci sono e, se gestiti con passione, capacità e meritocrazia, possono dare il giusto supporto per ottenere i risultati voluti».

Le risorse europee che rappresentano una rilevante fetta delle somme che arrivano in Calabria sono gestite in gran parte dalla Regione. Crede, come sindaco, che occorrerebbe una maggiore sinergia tra istituzioni per programmare meglio strategie di sviluppo?
«Ritengo da sempre che i sindaci siano il primo e più importante avamposto dello Stato sul territorio. Sono quelli che per primi toccano direttamente con mano i problemi dei residenti, ne saggiano le esigenze, ne recepiscono le aspettative, ne valutano le richieste più pregnanti e i bisogni più impellenti. Se c’è una buca su una strada o un’arteria dissestata il cittadino si rivolge al sindaco e al Comune non alla Regione. Se nelle case non arriva l’acqua o questa è sporca il cittadino si rivolge al sindaco e al Comune, non alla Regione. Se una famiglia ha momentanee difficoltà economiche si rivolge al sindaco e al Comune, non alla Regione.  Perciò guai a non ascoltare i sindaci, attori principali dei territori che ogni giorno vivono i problemi reali senza filtri e conoscono punti di debolezza e di forza. Non ci si può più permettere di “sperperare” somme per opere che, anche se valide, non sono prioritarie per la nostra Terra. La vivibilità, i servizi, i trasporti, la salute sono fondamentali per la crescita dei nostri paesi. I sindaci sono la base della buona amministrazione per cui una schietta e reale sinergia tra istituzioni che ne tenga maggior conto, è ciò che serve e ciò che manca. Noi sindaci siamo i veri eroi, ogni giorno in trincea, sempre presenti a risolvere centinaia di problemi. Spesso soli, siamo contemporaneamente l’anello più debole della catena e quelli che producono gli effetti più imminenti per una migliore vivibilità dei territori. Ma questo non è sempre scontato. Occorrono sindaci “visionari”, innamorati della propria città, di ogni singola pietra, con tanta passione. Sindaci che dimostrano di saper amministrare, tenendo i conti in ordine e operando con serietà e trasparenza. Non a caso insieme ad altri colleghi avevamo prima delle Regionali tentato di costruire il progetto “sfida Calabria”, che aveva come cuore pulsante proprio il sano protagonismo dei sindaci. Un primo risultato siamo riusciti a portarlo: un sindaco dentro il Palazzo della Regione».

Sul fronte della concertazione con i sindacati, sono in molti ad aver recriminato che negli ultimi mesi questo aspetto sia stato trascurato dalla politica regionale nella programmazione di interventi in Calabria. Intravede un rischio di delegittimazione?
«Non vedo rischi di delegittimazione, ma ritengo sia necessario un confronto con le organizzazioni sindacali soprattutto in relazione all’attuazione di uno strumento di fondamentale importanza come il Pnrr. Conosciamo, per le categorie che rappresentiamo, molto bene le istanze che arrivano dai territori e per tale ragione la concertazione con le organizzazioni sindacali, soprattutto in Calabria, deve essere un passaggio indispensabile per la politica regionale».

E sempre sul ruolo dei sindacati, ritiene che occorra fare anche un minimo di autocritica. In tanti sottolineano alcuni aspetti che caratterizzano l’attività sindacale degli ultimi anni: troppa attenzione a lavoratori già tutelati e poca per quelle figure che rappresentano la situazione reale della regione come precari, partite iva e disoccupati storici.
«Penso che il ruolo del sindacato con l’evoluzione del mondo del lavoro sia cambiato ma ritengo che alcune attività, prerogativa delle organizzazioni sindacali, debbano rimanere dei punti fermi e stabili, e su questo ci si dovrebbe porre delle serie domande. Maggiori e più efficaci lotte sindacali devono essere portate avanti oggi più di ieri verso categorie che da troppo tempo attendono riconoscimenti fondamentali per le loro prestazioni, come la stabilizzazione e la contrattualizzazione. Dopo gli Lsu/Lpu ancora troppi sono i precari e il numero di disoccupati. Questa precarietà e disoccupazione è un’altra delle cause che determinano una “povertà” diffusa in Calabria. Il nuovo governo regionale dovrà avere il coraggio di fare delle scelte importanti su questi argomenti».

Questa distanza anche della politica da temi storici della sinistra – dalla difesa dei più deboli a quella dell’innalzamento delle tutele per i lavoratori – potrebbe essere una delle motivazioni che l’ha portata alla sconfitta alle recenti Regionali in Calabria?
«Sicuramente i temi con cui la sinistra di oggi si confronta con la società sono diversi da quelli classici e l’ascolto delle storiche istanze sociali si è un po’ affievolito per il mutamento generale della società, ma non addebiterei solo a questo la sconfitta. Intanto esiste in Calabria un’alternanza perfetta tra destra e sinistra, frutto delle altissime aspettative su ciò che di volta in volta si prospetta come il “nuovo”. Aspettative che non possono essere totalmente esaudite in soli 5 anni, con la conseguenza che a ogni tornata ci si predispone al cambiamento e, quindi, ogni volta si ricomincia da capo. Ciò non toglie che la sinistra deve smetterla di litigare continuamente con se stessa e dividersi su tutto. È giusto discutere e confrontarsi ma alla fine bisogna avere la capacità di trovare l’accordo. Non averlo fatto, e stavolta è stato più che mai evidente, è stato un grande limite e un punto sfavorevole. Per non parlare dei commissariamenti che durano da troppo tempo e soprattutto “dell’abbandono” dei territori. Bisogna riprendersi le piazze, aprire i circoli, parlare, ascoltare, motivare le masse, e soprattutto, dare risposte a tanti cittadini che sono ormai stanchi delle troppe parole spesso vuote. Solo così riusciremo a portare a votare quell’altissima percentuale di cittadini che oggi ha perso stimoli ed entusiasmo e con essi, purtroppo, anche la speranza di poter cambiare le cose». (r.desanto@corrierecal.it)

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