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«Calabria: altro che Piano ripresa e resilienza»

Gli intellettuali (con patente e green pass) che pontificano sulla Calabria si distinguono in tre grandi categorie. La prima: quelli che “i calabresi o sono ‘ndranghetisti o sono fiancheggiatori”,…

Pubblicato il: 19/10/2021 – 7:59
di Francesco Bevilacqua
«Calabria: altro che Piano ripresa e resilienza»

Gli intellettuali (con patente e green pass) che pontificano sulla Calabria si distinguono in tre grandi categorie. La prima: quelli che “i calabresi o sono ‘ndranghetisti o sono fiancheggiatori”, che “io la Calabria la studio dal finestrino della macchina” che “la politica ci ha rovinato”. La seconda: quelli “che siamo gli eredi della Magna Grecia”, che “la Calabria è più bella della California e delle Hawaii”, che “siamo vittime della politica”. La terza: quelli che “solo chi, come me, ha studiato può scrivere e parlare”, che “non avrai altro intellettuale al di fuori di me”, che “la causa dei nostri mali è la politica”.
Il fine degli intellettuali calabri è solo uno: far credere che il problema sia la politica; dimostrare che i calabresi hanno bisogno della loro tutela; stendere la Calabria ai loro piedi, senza sforzo. Al massimo qualche rifornimento di carburante per andare in giro a fare i voyeur. Tutt’al più qualche convegno finanziato da quella stessa politica che dicono di aborrire. Gli intellettuali calabresi sono quasi tutti disfattisti o come li chiama icasticamente Franco Arminio, degli “scoraggiatori seriali”.
Tutte e tre queste categorie hanno in comune un pianto continuo, una lamentazione, un “Calabri planctus”, come direbbe l’erudito Gabriele Barrio che nel Cinquecento, nel suo monumentale “De antiquitate et situ Calabriae”, proprio con un “pianto” denunciava la rapacità dei baroni sotto gli spagnoli. E questo pianto suona indistintamente così: “i politici ci hanno traditi e svenduti, la storia ci ha lasciati soli, ci salverà il PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza”.
Ebbene, sono almeno quarant’anni che questi intellettuali scrivono sempre le stesse cose, si scontrano e polemizzano fra di loro, sciorinano le stesse litanie, si appellano alla politica come ci si appellerebbe alla statua del patrono, attendono che la politica risolva i nostri problemi. Ma se si guardassero realmente intorno, se fossero meno narcisi, se la smettessero di pensare che ciò di cui parlano è cosa diversa da loro, si accorgerebbero forse che tra la società reale e la classe dirigente (loro compresi) c’è ormai un divario incolmabile.
La Calabria e i calabresi che ogni giorno devono sbarcare il lunario, che si sbattono da mattina a sera, che hanno a cuore le sorti dei loro territori, dei paesaggi, dei beni culturali, della civiltà, dell’economia reale, sono già molto più avanti della politica e degli intellettuali, hanno già fatto (e continuano a fare), per gran parte, tutto da soli. È una rivoluzione non dichiarata, un’utopia minimalista, una marcia silenziosa: piccole fabbriche che fanno leva sulle vocazioni del territorio; aziende che tornano a produrre beni e servizi antichi col valore aggiunto dell’innovazione e della creatività; strutture di accoglienza per visitatori consapevoli; centri di rianimazione culturale delle comunità; gruppi di volontariato sociale; associazioni, intraprese, iniziative dalle finalità più varie. Tutta gente che fa più politica dei politici, che è più intelligente degli intellettuali. Tutte persone a cui gli affanni della vita hanno prodotto un’iper-ossigenazione delle cellule cerebrali. Tutti uomini e donne che hanno a cuore l’avvenire proprio, quello dei loro figli, quello dei loro luoghi. Tutta gente cui non basta essere iscritta all’anagrafe del proprio comune ma vuol sentirsi abitante nel senso di Martin Heidegger: protetta dai luoghi, ma nel contempo protettrice dei luoghi stessi. Tutte persone che senza avere una convenzione o un ruolo nel servizio sanitario regionale hanno messo su tante piccole cliniche dei risvegli per curare il coma topografico che attanaglia la gran parte dei calabresi. Tutta gente che ha idee politiche ma che ha rinunciato a pietire alla politica la soluzione dei problemi. Tutte persone che sono mille miglia più avanti degli intellettuali che pretenderebbero di essere le loro guide. Ecco, questa Calabria non ha alcuna necessità di “piani nazionali di ripresa e resilienza”: sono anni che si rianima e resiste da sola, nonostante tutto e tutti; sono anni che fa il doppio del lavoro che occorre a chiunque altro, in Italia, per vivere e prosperare; sono anni che para i colpi, schiva i sassi, supera i muri di gomma apparecchiati per lei da coloro che dovrebbero semplificarle la vita (i politici) o dovrebbero indicarle la via (gli intellettuali). Ed è proprio questa la Calabria reale che gran parte degli inutili intellettuali calabresi non riesce o non vuol proprio vedere.

*avvocato e scrittore

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