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storia criminale

Amico di Cosa Nostra e riconosciuto da tutti i clan. Chi era Nino Gangemi, «inventore della ‘ndrangheta Piromalli»

I verbali del pentito Virgiglio su “Ninu ‘u signurinu”. «Era al centro del meccanismo mafio-massonico politico che garantiva potere alle cosche». Capace di evitare faide, «gestì la fase successiva …

Pubblicato il: 22/10/2021 – 7:02
di Pablo Petrasso
Amico di Cosa Nostra e riconosciuto da tutti i clan.  Chi era Nino Gangemi, «inventore della ‘ndrangheta Piromalli»

REGGIO CALABRIA Soldi innanzitutto. Perché «i soldi sono potere, i soldi fanno acquistare uomini, fanno acquistare armi, possono vincere qualsiasi battaglia. E quindi l’importante era mettere a posto i soldi, soldi che poi venivano nuovamente investiti in sistemi complessi, finanziari». E poi potere, contatti, alleanze criminali.
È il pentito Cosimo Virgiglio a raccontare le strategie delle cosche di Gioia Tauro. Indica due direttrici. Da un lato c’è lo spirito dei Molè. Il boss Rocco, dopo la morte di Peppino Piromalli. Per rilanciare l’azione dei clan «aveva riproposto il vecchio sistema di riciclaggio tramite il sistema bancario cooperativo, tra cui la banca “Credito Cooperativo del Tirreno” di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria».
Sull’altro versante c’è il «potere» dei Piromalli, di ascendenza massonica, “inventato” da un outsider, un uomo di rispetto divenuto un consulente speciale del casato mafioso. È Nino Gangemi, detto “Ninu ‘u signurinu” per la sua eleganza, fratello di Domenico Gangemi, indagato nell’inchiesta “Mala Pigna” della Dda di Reggio Calabria. Virgiglio, nei verbali resi alla Dda di Reggio Calabria, lo definisce «un uomo di ‘ndrangheta che aveva svolto un ruolo di pianificatore/garante delle operazioni di ripulitura tramite lo lor dei capitali mafiosi in cambio del pacchetto di voti, precisando che era un cugino di Rocco Molè, nipote di Nino Molè, in quanto la sorella era la moglie di Pino Speranza, e che già alla fine degli anni 80 quale consigliere o meglio “consigliori” di Mommo Piromalli aveva un grande ascendente sulle famiglie di ‘ndrangheta».

«L’ideatore della ‘ndrangheta Piromalli»

Mommo Piromalli

Per Virgiglio, Gangemi sarebbe stato «l’ideatore della ‘ndrangheta Piromalli», una sorta di «gran cerimoniere del Papa». Nel senso che «“Mommo” Piromalli ha il viso del capo della ‘ndrina, ma in realtà tutte le decisioni era Nino che gliele consigliava. Diceva: “Mommo, fai così, fai colì. Prendi… fai… allaccia i rapporti con questa famiglia, questi vedi che sono persone malefiche, persone che non vanno bene. I tuoi soldi investili così”». Gangemi – così riporta il collaboratore di giustizia – «ben presto si siederà ai tavoli di tutte le consorterie di criminalità organizzata della Calabria, principalmente ha la capacità, questo uomo ha la capacità di sedare vere e proprie faide, come avviene a Locri con i Cordì, come avviene a Siderno con me i Commisso e i Costa, come avvenne… addirittura lui fu l’ideatore di quei grande aggregato di ‘ndrangheta che si trova a Isola Capo Rizzuto, e riuscì ad unire tutte le famiglie di quei territori, a farli sedere in un tavolo e farti spartire, perché ii suo motto era questo: “Noi dobbiamo rimanere in silenzio in Calabria“». La frase riassume, in sostanza, la regola aurea della ‘ndrangheta, quella che ha permesso ai clan di prosperare per decenni a fari spenti.
«Tutte le famiglie si riconoscevano in Nino, “Ninu ‘u signurinu”. Da Cosenza alla Sicilia, sapevano che era (…) una testa pensante, ecco. Non è che lui comandava un omicidio, però lui era quello che sapeva interfacciarsi con queste famiglie, ma non era un Avvocato, era un portatore di un potere criminale, che erano i Molè-Piromalli, attenzione».

«Aveva creato la prima loggia massonica a Palmi»

Nino Gangemi, appuntano gli investigatori, «aveva creato la prima loggia massonica a Palmi (la Ettore Ferrari) e ne aveva costituito una anche a Milano, ideando altresì il sistema di scambio riciclaggio di denaro-flussi elettorali». Per Virgiglio, Gangemi aveva capacità criminali non comuni: «La capacità che aveva lui, no. Tant’è che, apro e chiudo una parentesi, lui fu colui che gestì il… no gestì, consigliò come gestire il prosieguo del rapimento Paul Getty, tant’è che a lui gli fu riconosciuto poi da quelli di Castellace, cioè dai Mammoliti, duecento milioni di vecchie lire solo per aver saputo gestire la cosa, cioè li ha consigliati di com’è che dovevano fare e com’è che dovevano anche ripulire all’epoca i soldi».

Gli emissari inviati da Cosa Nostra dopo la morte di “Ninu ‘u signurinu”

Era così centrale nei discorsi mafiosi, “Ninu ‘u signurinu”, che, dopo qualche tempo dalla sua morte, i siciliani mandarono in Calabria la sorella del boss siciliano Pippo Calò, che «era venuta per parlare con il fratello di Nino, Mimmo Gangemi, che però all’epoca era latitante». Questi «avrebbe dovuto proseguire nel ruolo che era stato del fratello Nino il quale muovendosi in un contesto trasversale tra componente criminale e massoneria garantiva alla ndrangheta il “potere politico” e lo sfruttamento dei contributi pubblici attraverso i quali avveniva pure una forma di riciclaggio. Nino Gangemi era al centro di questo meccanismo mafio-massonico-politico».
Le parole di Virgiglio, contribuiscono a delineare la figura di Nino Gangemi «come una testa pensante della cosca Piromalli, un outsider della ndrangheta, una mente criminale raffinata che aveva creato e alimentato l’intreccio ndrangheta e massoneria per rafforzare il potere politico ed economico della ndrangheta, al punto che la sua “autorità” era riconosciuta da tutte le famiglie di ‘ndrangheta calabresi, ma anche dalla mafia siciliana». (p.petrasso@corrierecal.it)

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