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l’intervista

Filippelli: «In Calabria ci si cura peggio che altrove? Non è sempre così per i tumori»

Il direttore di oncologia di Paola è il primo ospite del format “Salute e Sanità” in onda sabato alle 21 su L’altro Corriere Tv

Pubblicato il: 03/12/2021 – 6:43
di Anna Colistra
Filippelli: «In Calabria ci si cura peggio che altrove? Non è sempre così per i tumori»

LAMEZIA TERME Prima ancora delle cure e dei piani terapeutici un buon sistema sanitario si misura dall’efficacia delle campagne di prevenzione. “Prevenire è vivere” è lo slogan utilizzato dalle strutture sanitarie per incentivare i cittadini a sottoporsi a degli esami totalmente gratuiti, gli screening, che consentono di fare diagnosi precoci, di ridurre l’incidenza della mortalità e delle cure invasive, e che, inoltre, impatta in modo non importante sul sistema sanitario sia dal punto di vista economico che organizzativo. La prevenzione è una delle battaglie scelte e combattute da Gianfranco Filippelli, direttore di Oncologia medica al presidio di Paola, primo ospite del format “Salute e Sanità” in onda sabato alle 21 su L’altro Corriere Tv (canale 16 del digitale terrestre). Il programma si occuperà dei temi legati al binomio salute e sanità, e lo farà dialogando con le persone impegnate in prima linea negli ospedali, nella ricerca e nelle università, professionisti che contribuiscono a creare i punti di eccellenza del sistema sanitario calabrese, nonostante le ataviche criticità; in un momento storico molto delicato in cui la sanità calabrese è al centro dell’attenzione di politici e media, dopo la nomina del presidente Roberto Occhiuto a commissario del comparto. Il primo obiettivo della Regione sarà quello di (ri)stabilire una gestione ordinaria della sanità, per poi affrontare le due annose questioni: il debito e l’insufficienza dei Lea.

«Al Nord la bassa mortalità per i tumori è dovuta agli screening»

L’oncologia è un settore fondamentale per tutto il sistema sanitario, data l’incidenza sempre in aumento dei casi tumorali e il tipo di cure lunghe e continuative che questo tipo di patologie comporta. Filippelli entra nel vivo del dibattito sullo “stato di salute” di questo comparto in Calabria affermando che la “tautologia” «in Calabria ci si cura peggio che altrove» non è sempre vera e ne spiega il perché. «Spesso i media distorcono le informazioni e cavalcano l’immagine di una regione inefficiente e arretrata rispetto al Nord. Ma per quanto riguarda l’oncologia medica, i nostri reparti lavorano con gli stessi protocolli usati in tutto il mondo. I piani terapeutici e i farmaci oncologici sono uguali, al Sud come al Nord, come all’estero. Ad avere un peso notevole nella riuscita delle cure al paziente, in questo caso – spiega Filippelli accantonando per un attimo i fattori evidenti che distinguono le strutture calabresi da quelle settentrionali – sono i tempi e i modi delle diagnosi effettuate sui pazienti». Secondo il direttore di Oncologia medica di Paola, dunque, c’è un dato che incide più di altri sulla salute dei calabresi, ovvero il numero di persone che abitualmente sceglie di sottoporsi agli screening il 30% in Calabria, percentuale di gran lunga scoraggiante se paragonata a quella di Lombardia ed Emilia Romagna che si aggira attorno all’80%. In sostanza per Filippelli “per essere curati meglio” i calabresi non dovrebbero avere soltanto un sistema sanitario più efficiente, ma dovrebbero «rimuovere quella mentalità, dettata dalla paura, che gli impedisce di beneficiare (in assenza di sintomi) di esami gratuiti e disponibili, in un sistema noto per l’impossibilità di ottenere nell’immediato delle visite nelle strutture pubbliche». Se il cancro è una delle patologie che più contribuisce al fenomeno migratorio in Calabria per Filippelli la responsabilità potrebbe anche essere imputata ai media che divulgano dei dati senza spiegarli e creando, dunque, disinformazione. In campo oncologico l’informazione che arriva più facilmente ai pazienti è che «al Nord c’è una maggiore incidenza di casi ma una minore mortalità rispetto al Sud» il motivo, però, non risiede soltanto nell’efficienza delle strutture settentrionali. «Al Nord si fanno più diagnosi precoci – afferma il medico – e questo aumenta di molto le possibilità di sopravvivenza così come diminuisce gli interventi chirurgici invasivi o demolitivi». Si parla spesso di problemi strutturali o gestionali nella nostra regione, ma secondo Filippelli il problema culturale non va sottovalutato e anzi va attenzionato con urgenza per incentivare la partecipazione alle campagne di prevenzione. «Questo è un grosso problema nel campo oncologico e mi auguro che la nuova politica regionale lo capisca presto. Gli screening oncologici in tutta Italia esistono e possono salvare tantissime vite».

«I reparti di oncologia non hanno mai chiuso, nonostante il Covid»

Il Covid ha impattato in modo violento sul sistema sanitario nazionale e a pagarne un duro prezzo sono stati i malati affetti da altre patologie. «Abbiamo appena concluso un grosso appuntamento con tutti i primari di oncologia di Italia – dichiara Filippelli – il cui titolo era ‘l’oncologia nonostante il Covid’». Un titolo che lascia immaginare le difficoltà che si sono presentate negli ospedali durante la pandemia: «I reparti di oncologia medica non hanno mai chiuso – continua il medico – i cicli di chemioterapia hanno una periodicità che non può essere sospesa, dunque i reparti sono rimasti sempre attivi con un’abnegazione – ci tiene a sottolineare – del personale medico e paramedico». Al peso del lavoro, nei reparti oncologici calabresi si aggiungeva la paura del virus. «Basti pensare – continua Filippelli – al costo alto che c’è stato, da parte di medici e infermieri, soprattutto nella prima fase della pandemia, quando il fenomeno non era ancora ben conosciuto e si affrontavano le emergenze a mani nude». Per dei reparti che nell’emergenza hanno mantenuto attive le loro prestazioni ce ne sono altri che, invece, hanno sofferto di più l’effetto del Covid e hanno diminuito i servizi o si sono addirittura fermati. L’oncologo si riferisce ai reparti chirurgici «la loro chiusura ha comportato dei ritardi diagnostici gravissimi, impattando negativamente sulla salute dei calabresi». Il Covid, tuttavia, oltre ha provocare ritardi e blocchi nel normale andamento di prestazioni e ricoveri nelle strutture ospedaliere ha impattato sulla sanità attraverso le restrizioni anticontagio. Misure che hanno coinvolto tutti i malati e che hanno colpito maggiormente i pazienti oncologici, affetti da un morbo che dal primo momento diagnostico coinvolge l’intera famiglia per il lungo e difficile percorso di cure che si prospetta al paziente. «Le restrizioni sui malati oncologici e le loro famiglie hanno avuto conseguenze devastanti – spiega Filippelli – malati che improvvisamente si sono ritrovati da soli e ai quali talvolta non veniva consentito neanche l’uso del cellulare. In questi casi il personale ha provato a supplire a queste mancanze mettendo a disposizione, ad esempio, il proprio dispositivo per le video chiamate». Un ruolo quello del personale sanitario che andava oltre la specifica assistenza, ma che si caricava anche dei bisogni emotivi e psicologici di malati rimasti da soli con la propria malattia. In questo contesto per Filippelli non ci si può dimenticare del lavoro fatto (e che continuano a svolgere) le associazioni di volontariato. «La Federazione italiana delle associazioni di volontariato – racconta l’oncologo – ha inserito il nostro presidio nel circuito del volontariato civile e ogni anno ci invia dei volontari che migliorano il percorso diagnostico e terapeutico dei malati stabilendo una connessione tra pazienti, medici e familiari ». In conclusione il medico volge lo sguardo al presente e a questo momento specifico dell’evolversi della pandemia e commenta: «Ci approcciamo a una quarta ondata e non sappiamo ancora che dimensioni avrà, non si può ancora parlare al passato, ma solo e ancora nel presente. Noi medici – evidenzia – siamo stati i primi ad effettuare il vaccino, in una fase in cui non era ancora visibile l’effetto positivo delle somministrazioni. Oggi che scientificamente sappiamo molto di più sia sul vaccino che sul virus, con estrema fiducia noi sanitari ci sottoponiamo alla terza dose e ai 300mila non vaccinati calabresi dico che in questo momento il vaccino è l’unica arma contro il Covid».

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