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Fucili, bombe a mano e carichi di droga: gli affari tra Anello e i siciliani nel racconto (poi ritrattato) del pentito

Domenico Assinnata, rampollo del clan di Paternò, descrive le dinamiche con il “patrozzo”, boss di Filadelfia. «Eravamo a sua disposizione»

Pubblicato il: 09/12/2021 – 7:09
di Giorgio Curcio
Fucili, bombe a mano e carichi di droga: gli affari tra Anello e i siciliani nel racconto (poi ritrattato) del pentito

LAMEZIA TERME «Conosco Rocco Anello fin da quando ero bambino, era un amico di famiglia, molto legato a mio padre che lo indicava come suo “patrozzo” e spesso, nei periodi festivi, veniva a far visita alla famiglia».
A tirare in ballo il presunto boss della cosca Anello di Filadelfia è il collaboratore di giustizia Domenico Assinnata, cl. ’90, interrogato dal sostituto procuratore del Tribunale di Catanzaro, Antonio De Bernardo, il 12 dicembre del 2018 fra le mura del carcere “Bicocca” di Catania.
Domenico Assinnata, figlio del boss Salvatore, rampollo del clan omonimo di Paternò, nel Catanese, coinvolto in diversi procedimenti per traffico di droga e già condannato per estorsione aggravata. Ma Assinnata è noto anche per l’episodio dell’«inchino reverenziale» durante le celebrazioni in occasione della festa di Santa Barbara, a Paternò, nel dicembre del 2015. “L’annacata” davanti alla casa del pluripregiudicato che, in quel periodo, era detenuto per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Domenico-Assinnata
Il collaboratore di giustizia Domenico Assinnata

L’interrogatorio

Un interrogatorio, quello di Assinnata, finito agli atti del processo “Imponimento” in corso di svolgimento nell’aula bunker di Lamezia Terme nato dall’inchiesta della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri.
Dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, aiutano a definire il profilo criminale di Rocco Anello, ma anche le attività del clan attivo in un territorio compreso tra Vibo Valentia e Lamezia Terme e che, da quanto emerso, aveva anche legami “particolari” con clan legati, invece, alla mafia siciliana.
«C’era una forte amicizia con la mia famiglia – racconta Assinnata – anche io per rispetto di mio padre lo chiamavo “patrozzo”. Ricordo poi che una volta abbiamo avuto anche un lungo colloquio e poi mi regalò una pistola, una 7.65, che poi ho perso». «Per molto tempo – racconta Assinnata – non sono stato a conoscenza di vicende criminali che lo legassero alla mia famiglia fino a quando non c’è stato un grosso sequestro di armi – appartenenti al mio clan – a Paternò, un’epoca che va dal 2013 al 2015 circa, non ricordo».

«A completa disposizione»

Dal racconto di Assinnata, poi, emerge il legame strettissimo tra Rocco Anello e il padre, il boss Salvatore: «Ricordo che era già detenuto e che al colloquio in carcere che ho avuto con lui, dopo questo sequestro, mio padre mi indirizzò verso Rocco Anello per recuperare altre armi, dicendomi che potevo contare su questa persona». Richiesta che ebbe, poco tempo dopo, i primi effetti. «In effetti dopo il colloquio – racconta Assinnata ai magistrati – alla prima occasione incontrai Rocco Anello e poi ottenni numerose armi».
«(…) successivamente ho compreso che mio padre e la sua famiglia si consideravano a completa disposizione di Rocco Anello e della sua famiglia, così come questi e la sua famiglia erano disposti ad aiutarci. Mi ha spiegato poi che Rocco Anello era una figura analoga alla sua ossia era un “capo”, il capo cioè di una famiglia – nel senso di gruppo criminale – operante a Filadelfia. E poi l’ho capito avendo a che fare direttamente con lui».

Le armi

È ancora sulla vicenda legata al traffico di armi che si concentra, poi, l’interrogatorio del pm De Bernardo. Assinnata, spiega, che dopo il colloquio in carcere con il padre Rocco Anello scese in Sicilia, come faceva periodicamente. «In questa occasione gli ho detto ciò che avevo saputo da mio padre e gli ho chiesto di rifornirci di armi. Lui ha acconsentito e da quel momento mi ha consegnato delle schede telefoniche che cambiavamo ogni volta che lui scendeva in Sicilia e che utilizzavamo per mantenere i contatti tra di noi e prendere appuntamenti, chiamandoci con nomignoli affettuosi come “gioia” e “amore”».
Tra il 2013 e il 2015 il collaboratore Assinnata racconta a De Bernardo di due compravendite di armi con Rocco Anello. «In una prima occasione – racconta – acquistai 10 Kalashnikov che mi vendeva a 1.750 euro per arma». Pagamento alla consegna e in una campagna di proprietà di un compare del padre a delle persone straniere, arrivate a bordo di una Bmw X6 e dalla quale, spostando i sediolini, «hanno tirato fuori i dieci Kalashnikov nuovi e imballati». Dopo circa un anno, racconta ancora Domenico Assinnata, ci fu un secondo affare. «Io non dovevo far altro che recarmi all’appuntamento, farmi vedere e farmi seguire nella solita campagna». «In quel periodo – spiega il collaboratore di giustizia – era già in essere il debito del mio clan nei confronti di Rocco Anello di fornitura di droga ma tuttavia erano affari distinti (…) stavolta mi furono consegnati due Kalashnikov, Uzy, delle pistole 7.65 – 9×21 e cal. 38. Anche bombe a mano, fucili di precisione e mitragliatrici con tre piedi».

Rocco Anello

La droga

Armi, ma non solo. Gli affari di Rocco Anello con gli Assinata di Paternò e altri clan del catanese erano strettamente legati anche al business della droga. Di fatto l’unico vero canale calabrese di rifornimento. «Rocco Anello – racconta Assinata al pm – riforniva di droga mio cugino, Massimo Amantea, ma anche altre famiglie del catanese come i Nizza e quella di Saro “u ruosso”. Mio cugino Amantea – ho saputo dopo il suo arresto in Svizzera – aveva disposto l’acquisto da Rocco Anello di 500 kg di marijuana e 15 kg di cocaina. Questo lo appresi direttamente da Rocco Anello in occasione della consegna del carico (…) contenuto in un camion aperto che facemmo entrare in un garage» per un corrispettivo di 500mila euro.

Il weekend in Calabria

«Sono stato anche a casa di Rocco Anello a Filadelfia nel 2013, dove ho trascorso un fine settimana con mia moglie. Ricordo che venne a prendermi a Reggio Calabria dove io lasciai la mia macchina ed insieme viaggiammo per circa due ore fino alla sua abitazione». In quella occasione Assinata racconta di aver incontrato il figlio e la figlia e altre persone del suo gruppo. «Mi portò in due luoghi di campagna dove aveva un bellissimo cavallo nero e un allevamento di asini».

La ritrattazione in aula di Assinnata

Le dichiarazioni rese al pm da Assinnata, però, verrano presto ritrattate e lo farà nel corso dell’udienza dell’8 ottobre 2019 nel Tribunale di Catania, dove era imputato, attraverso una dichiarazione spontanea nella quale fa riferimenti a problemi psichici e di tossicodipendenza e alla volontà di abbandonare la collaborazione con la giustizia. «(…) io ho ritrattato tutta la mia collaborazione – ha affermato Assinnata – e voglio mettere a conoscenza che come risulta nelle cartelle cliniche da vari istituti penitenziari che sono tossicodipendente, trattato con psicofarmaci, e dichiaro che nei miei verbali fatti con la Procura di appartenenza io dichiaro di non ricordare più nulla. Sono incapace di intendere e di volere e. Chiedo alla Signoria Vostra di essere sottoposto al trattamento… a una visita psichiatrica presso la vostra Corte in quanto si attesti la mia tossicodipendenza da droghe e psicofarmaci e la mia incapacità di intendere e di volere. Le comunico che sono iscritto al Sert, sia in libertà che da detenuto». «Ho inventato tutte cose io, signor Presidente» – dice ancora al giudice  «… mi sono inventato tutto!». E ancora: «Non stai’ capennu nenti, signor Presidente, perché sono pieno di psicofarmaci! Mi riempiono dalla mattina alla sera, da quando mi alzo a quando mi vado a coricare. Ora sono tutto pieno di psicofarmaci, sto tremando tutto e non so niente!». 

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