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Imponimento, l’alleanza Anello-Bonavota e “i confetti” dalla Svizzera. «Volevamo scalzare i Mancuso dal litorale»

Dai territori di influenza ai “pizzini millimetrici” di Rocco Anello dal carcere. E poi le armi portate dai Masdea e l’omicidio Cracolici per controllare la costa vibonese. Il racconto del pentito …

Pubblicato il: 28/01/2022 – 19:55
di Giorgio Curcio
Imponimento, l’alleanza Anello-Bonavota e “i confetti” dalla Svizzera. «Volevamo scalzare i Mancuso dal litorale»

LAMEZIA TERME «All’inizio commettevo piccoli reati, quando avevo 17 anni, e insieme a Massimo Gugliotta facevamo piccoli furti. Rubavamo soprattutto armi, andavamo nelle abitazioni dove sapevamo di trovarle. Un giorno però fummo avviccinati da Vincenzino Fruci che minacciò di prenderci a schiaffi ma non lo fece perché Gugliotta era nipote di Franco Bova, cugino di Rocco Anello. Qualche tempo dopo facemmo amicizia con Vincenzino Fruci. Era il 1997, forse il 1998». A parlare è Francesco Michienzi, classe 1980, collaboratore di giustizia dal 2006. Le sue conoscenze e le sue dichiarazioni rese nel corso degli ultimi 15 anni sono finite agli atti del maxi processo “Imponimento” contro i clan Anello-Fruci di Filadelfia, e ascoltate in aula bunker nel corso dell’ultima udienza, interrogato dalla pm, Chiara Bonfadini.

I pizzini “millimetreci” di Rocco Anello dal carcere

«Di giorno ero sempre in giro, non lavoravo, e Vincenzino Fruci mi portava con lui. All’inizio stavo in auto quando andava da Fiumara o da Bertucca che gli consegnavano le direttive di Rocco e Tommaso Anello che erano detenuti, poi cominciai a scendere dalla macchina e sentivo i loro discorsi». Il peso criminale di Michienzi, poi, negli anni è accresciuto. «Il mio ruolo – ha spiegato – consisteva nel seguire gli ordini: intimidazioni, eseguire omicidi come quello di Raffaele Cracolici ma anche dare alloggio a rapinatori siciliani e portare le “‘mbasciate” da un clan all’altro. Prendevo ordini dai Fruci, non da altri, e direttamente da Rocco Anello o Tommaso Anello. In questi ultimi casi non c’era neanche bisogno di riferire ai fratelli Fruci». Poi il dettaglio: «All’epoca Rocco Anello preparava dei pizzini scritti in modo millimetrico, piccolissimo, e li attaccava alle cuciture dei vestiti oppure dentro alle brioches».

Il controllo sul territorio l’alleanza con i Bonavota

«Come cosca Anello controllavano il territorio del comune di Curinga – racconta ancora Michienzi – mentre su Francavilla e Pizzo c’era Claudio Fiumara. Poi, dopo essere entrato nel clan, ho capito che il potere, grazie a Giovanni Bruno, si estendeva fino a Vallefiorita. Inizialmente ci fermavamo all’Angitola, poi ci fu un’unione con i Bonavota, nel 2003, dopo l’arresto dei fratelli Anello e Fruci, e ci siamo uniti a loro su Pizzo e il litorale. Loro comandavano su Sant’Onofrio e la zona industriale di Maierato, ma solo dopo l’omicidio di Raffaele Cracolici perché era d’intralcio in quella zona e dopo il suo omicidio – per il quale sono stato condannato – mi commissionaro una serie di intimidazioni». A dare una direzione precisa alle dinamiche e i legami tra i clan del territorio è poi l’operazione “Prima” che colpì proprio le cosche di Filadelfia nel 2003. «Io conoscevo già Onofrio Barbieri e Francesco Fortuna. Poi – ha spiegato Michienzi – Domenico Bonavota mi fu presentato da un imprenditore, Vito Santacroce. L’unione però avvenne solo la mattina del 7 gennaio 2003. Quel giorno scese Domenico Bonavota e Francesco Fortuna, con una Alfa 147, al confine tra i comuni di Filadelfia e Curinga. Con loro c’era Rocco Anello, Roccuzzo come lo chiamavamo noi, ancora un ragazzo, e ci disse che eravamo tutti “pulcini della stessa chioccia” in dialetto, ovvero tutti eravamo sotto Rocco Anello perché ci disse che si erano già accordati così». 

«Volevamo scalzare i Mancuso dal litorale»

Già perché l’obiettivo primario delle cosche e degli Anello era essenzialmente contenere lo strapotere dei Mancuso di Limbadi. «Volevano scalzare i Mancuso da Pizzo e del basso vibonese perché c’erano arrivati alle porte tramite Raffaele Cracolici e gli Accorinti in un villaggio turistico, ci siamo insomma adoperati per farli allontanare». «Pizzo – racconta Michienzi – non aveva proprio un unico comando, era un porto di mare per noi, sapevamo che i Mancuso prendevano soldi da parcheggi a pagamento, a noi interessava scalzarli dalle strutture turistiche».  «L’accordo con i Bonavota era di prevalere sugli altri: l’imprenditore legato ai Lo Bianco, Salvatore Evalto, aveva ottenuto i lavori per sistemare il costone sulla Nazionale. I Bonavota, invece, gli bruciarono un escavatore. Facevamo così, o intimidazioni o uccidevamo chi ci dava fastidio come Cracolici. I soldi per le estorsioni, invece, ce li dividevamo. Dopo la realizzazione della pista per il metanodotto, nel 2005, abbiamo dato attraverso Vincenzino Fruci una parte delle estorsioni nonostante il metanodotto non passasse da Sant’Onofrio ma solo da Maierato. Un titolo di rispetto, simbolico, mille o duemila euro, anche perché Pasquale Bonavota all’epoca era detenuto». 

Le armi

Altro capitolo, poi, quello della disponibilità delle armi per gli Anello-Fruci. Secondo il racconto di Michienzi era Antonio Napoli a passarle da Melicucco. «Lo chiamavamo “compari ‘Ntoni”, era vicino ai Molè di Gioia Tauro, aveva il monopolio della frutta. Era quello che, a livello di furti, ci manteneva, ci pagava i mezzi. A lui ho portato una trentina di trattori, aveva anche armi e un giorno ci diede un Kalashnikov che poi abbiamo utilizzato per l’omicidio Cracolici.Aveva una mezza pedana di armi nuove». «Da Antonio Napoli – – ha raccontato il pentito – andammo però solo una volta, almeno in mia presenza. Il Kalashnikov fu un regalo, eravamo in buoni rapporti con lui, andammo anche al matrimonio della figlia. Lui ci vendeva i mezzi. Gli portavi un trattore, diceva lui il prezzo quindi era sicuramente una parte degli introiti perché lui doveva “doppiarli”. Se vai in un’officina dove stanno riparando un trattore, basta copiare il numero di telaio e tirar fuori un’altra targa per un nuovo mezzo».

Il canale svizzero

Un altro “canale” cruciale per l’arrivo delle armi era poi la Svizzera, sulla rotta che dagli Anello portava ai Masdea, Carmelo e Fiore. «Una volta, Franco Bova, cugino degli Anello, portò un mitra e due pistole svizzere con una croce. Ci portava anche le munizioni perché spesso non si trovavano. Quando parlai con Gugliotta mi disse che una volta portarono un fucile con un laser. Più di una volta Rocco Anello ci parlò di “confetti”, ovvero le munizioni». Secondo Michienzi, infatti, gli affari in Svizzera di Rocco Anello erano legati ai locali notturni e ai night club. «I Masdea in Svizzera aprivano attività che alla fine erano finanziate da Rocco Anello. Erano evidentemente soldi che provenivano dalle estorsioni, così mi raccontava Vincenzino Fruci, ma anche il padre di Rocco e Tommaso Anello». (redazione@corrierecal.it)

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