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«Le due umanità. I volti-paesaggio di Santino Amedeo»

di Francesco Bevilacqua

Pubblicato il: 07/02/2022 – 7:56
di Francesco Bevilacqua*
«Le due umanità. I volti-paesaggio di Santino Amedeo»

Distinte, separate, diseguali. Statuti sociali e politici agli antipodi. E non per loro scelta. Sono le due umanità che abitano la Terra. Da un lato, l’Umanità dei privilegi, della protezione, della sicurezza, delle opportunità. Dall’altro, l’Umanità negletta, che si difende e si arrangia come può, ritenuta dagli economisti, uno scarto, un peso morto. È la dicotomia più tipica ma meno considerata delle nostre società ipertecnologiche, fondate sulla concentrazione demografica in aree urbane di milioni di abitanti, regolate dal mercato, dalla competizione, dall’innovazione, dalla crescita, dalla bulimia dei consumi, dall’aumento del “prodotto interno lordo” (PIL): l’indicatore che stabilisce la capacità di un sistema socio-economico di produrre e vendere beni e servizi, ma che ignora l’attitudine reale della gente a generare “felicità esterna netta” (FEN, acronimo che ho creato per questo indicatore alternativo).
Mi ricordano, ogni giorno, questa dicotomia, i “volti paesaggio” ritratti nelle splendide foto analogiche di quel grande fotografo che è Santino Amedeo, classe 1938, una vita in giro per l’Italia, il rientro definitivo a Melito di Porto Salvo.
Dopo tante mostre, libri, articoli, collaborazioni giornalistiche, Amedeo pubblica sui social, quotidianamente, le sue foto di uomini, donne, anziani, ragazzi, dal Friuli alla Toscana, alla Calabria e molto altro, accompagnate da brevi narrazioni. Immagini sempre nuove, differenti, come estratte da un ripostiglio segreto, da un ricettacolo di memorie vissute con impegno civile e passione. Volti segnati dal sole e dal vento, espressioni assorte ma anche liete, sguardi pieni di compassione, gesti antichi, carichi di saperi, atteggiamenti colmi di serena accettazione, di umiltà profonda. Con le sue foto Santino dimostra che esiste un’Umanità radicalmente diversa da quella artefatta, ipocrita, opportunista, che siamo abituati a vedere in TV, sui magazine alla moda, sul web. Sotto una delle ultime sue foto pubblicate, che ritrae un agricoltore della Carnia, mentre affila la grande falce fienaia con la quale taglierà il fieno da utilizzare per i suoi animali nel rigido inverno alpino, ho commentato di getto: “Davvero esistono due umanità … Anche se molti credono che ve ne sia una sola”. E Santino ha risposto: “Si, Francesco, ci sono le città e ci sono le campagne e le montagne. Come scrivi tu, due umanità differenti. E non è solo archeologia sociale. I due mondi coesistono anche ora”.
I volti delle foto di Amedeo sono quelli di contadini, braccianti, pescatori, donne e uomini dei paesi dell’Italia di quella “mutazione antropologica” di cui scriveva accoratamente Pier Paolo Pasolini intorno al 1970 (chi vuole leggere quelle pagine si procuri “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, oggi editi da Feltrinelli): la grande trasformazione dell’Italia agricola in un’Italia industriale. Con tutte le conseguenze del caso, in termini di spostamenti demografici, sfruttamento di risorse naturali, inquinamento, deculturazione, rovesciamento di valori, ideali, modi di concepire il mondo. E con l’imperante strategia economicista, oggi dominante, che si ostina a togliere i servizi essenziali alle comunità più lontane dagli agglomerati urbani, con la scusa dei costi eccessivi, per costringerle ancor di più a piegarsi, ad omologarsi.
Il 23 maggio del 2007, secondo uno studio dell’Università del North Carolina, la parte dell’Umanità che vive ammassata nelle città (i “civili”) ha superato nei numeri quella che vive nelle campagne (i “selvaggi”). È la data di svolta. Salvatore Settis, in “Architettura e democrazia” (Einaudi) riporta una sintesi eloquente dei rapporti ONU sullo sviluppo umano: nel 1850 solo il 3% della popolazione mondiale viveva nelle città. Mentre già nel 2014 essa aveva già raggiunto il 54% e si prevede che nel 2030 si avvicinerà al 70%, i 2/3 dell’Umanità. Nel 1950 solo 83 città al mondo superavano il milione di abitanti. Mentre oggi sono più di 500 e almeno 15 città hanno superato i venti milioni di abitanti, fra cui Tokio (38 milioni) e Chogquing nella Cina centrale (33 milioni).
L’eclisse della seconda Umanità, quella ritratta da Santino Amedeo, per quanto sia stata raccontata, soprattutto da antropologi e sociologi, non si è ancora compiuta. Quello che Nuto Revelli chiamò, nella famosa inchiesta del 1977, “Il mondo dei vinti” (Einaudi), pur avendo subìto anch’esso una mutazione, si oppone coraggiosamente all’ “apocalisse culturale”, come la definirebbe Ernesto De Martino. E, come scriveva Revelli, “Una società che abbandona al proprio destino le sacche di depressione e di miseria, che soffoca le minoranze, è una società malata”.
Riconoscere apertamente, senza timore di scomuniche accademiche, l’importanza di questa seconda umanità, criptata dai media e, quindi, “apparentemente” inesistente o inutile, non è operazione passatista, immobilista, museale, non è affatto “retorica identitaria”. Quell’umanità esiste ancora oggi! È cambiata, certo. Non è più quella degli anni cinquanta e sessanta. È disciolta in una società “liquida”, come ci ha abituato a chiamarla Zigmut Bauman. Ma occupa pur sempre spazi “separati” rispetto all’altra Umanità: la separatezza del sacro rispetto al profano. Una separatezza che però non è solo fisica, topografica, ma ideale anche, esistenziale, antropologica, di pensiero. Come scrive Amedeo in uno dei suoi libri dedicato a tre minoranze linguistiche italiane: “Si ha più volte, in tali luoghi, il senso di un tempo lontano tuttora presente; e si avvertono i frammenti, anche disarticolati, di altri mondi e culture che improntano di sé, almeno in parte, discorsi, comportamenti, riti eventi. E si sentono come non fatali né inarrestabili il degrado e la perdita di identità.”
Quel che traspare dal lavoro fotografico di Amedeo è, per l’appunto, un senso di speranza: l’estinzione della seconda Umanità, la scomparsa dei volti-paesaggio non è affatto ineluttabile; la resa ai valori della prima Umanità non è definitivamente compiuta. Viviamo uno spazio e un tempo che ci hanno chiaramente indicato i nostri errori e che ci invitano ad essere attivi costruttori di una nuova etica che parta dall’uomo e si diffonda alla Terra nella sua interezza. Forse è un’utopia, un relitto idealista, ma è l’unica ragione per cui valga la pena di battersi ancora per una società più vera, autentica, egalitaria.

*Avvocato e scrittore

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