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Il latitante arrestato in Sila e la promessa di morte per il rivale. «Se si deve ammazzare si ammazza»

Chi è Fernando Spagnolo. Le pressioni sul Comune di Stilo per il pascolo delle capre sul sito Unesco e il delitto Geracitano. Quando il vigile diceva di lui «è l’anti-legge»

Pubblicato il: 20/03/2022 – 15:27
di Pablo Petrasso
Il latitante arrestato in Sila e la promessa di morte per il rivale. «Se si deve ammazzare si ammazza»

REGGIO CALABRIA «Entrambi abbiamo famiglia, io ho una nipote piccola… Dobbiamo stare attenti perché questa è gente pericolosa… Io posso mediare tra la legge e l’anti-legge». La frase è di un vigile urbano di Stilo preso nel mezzo tra l’amministrazione che vuole vietare il pascolo delle capre del presunto boss Fernando Spagnolo su un sito Unesco e una famiglia determinata a far valere un diritto che tale non è. Dalle carte dell’inchiesta “Doppio Sgarro” emerge la figura del presunto capoclan arrestato ieri in Sila dopo più di due anni di latitanza. Proprietario di una macelleria, interessato oltremodo al pascolo del proprio gregge su monte Consolino, condannato per un efferato omicidio commesso nel 2005, per la Dda di Reggio Calabria Fernando Spagnolo avrebbe «ricoperto il ruolo di vertice in seno alla “locale” di ‘ndrangheta di Stilo, confederata con la “locale” di Gerocarne». Aspetto che – se fosse confermato dal prosieguo dell’inchiesta – aprirebbe un capitolo a parte sui legami e gli accordi stretti per far sì che il presunto boss potesse nascondersi in Sila, area storicamente “governata” – nel Risiko criminale delle reggenze mafiose – dalle cosche del Crotonese.

Le «quattro vecchie capre» di Spagnolo

Che Spagnolo incuta timore a Stilo, per i magistrati antimafia reggini non sarebbe in discussione. I pm della Dda riportano, a conferma della tesi, una conversazione che risale al 2014 e avviene nella macelleria di proprietà dell’ex primula rossa. Vi partecipa anche l’allora sindaco del Comune, al quale Spagnolo spiega che «in questa mia mancanza (si riferisce a un precedente arresto, ndr) ho avuto un po’ di delusioni, giusto? Allora vorrei avere un colloquio tra voi, il tecnico e il maresciallo del carabinieri, se è possibile». Il tema è sempre quello del pascolo: vietato dal Comune, preteso da Spagnolo. «Siccome io ho quattro, quattro vecchie capre – spiega il “capo” – che in tutta Italia, in tutta Italia i Comuni pagano i pastori per mangiare l’erba, che non prende fuoco…». «Qua è patrimonio dell’Unesco – risponde il primo cittadino (…) – i carabinieri dicono che dobbiamo fare l’ordinanza e noi la dobbiamo fare». Il primo cittadino prova a spiegare che certi diritti non si acquisiscono e che «la commissione d’accesso, la prima cosa che ha fatto, le capre di Spagnolo. Mi hanno interrogato… voglio dire, noi ci siamo solo tutelati».
Spagnolo però insiste e a quel punto il sindaco cerca di uscire dall’angolo: «Ti voglio dire figurati che fino a che noi abbiamo potuto… non chiudere un occhio ma tutti e due gli occhi».
Il primo cittadino riferisce al comandante della stazione dei carabinieri una versione dell’incontro che i magistrati ritengono «di comodo», elaborata per non apparire «soggiacente» rispetto al presunto boss, del quale evidenziano «il ruolo di supremazia in ambito delinquenziale».

«La forte personalità mafiosa della famiglia Spagnolo»

Questa supremazia emergerebbe anche dai rapporti con un assessore esterno al comune di Stilo, sollecito a contattare il figlio del “capo” «di un fatto che si stava verificando davanti a lui, in consiglio comunale, ossia di qualcuno che stava lamentando» per il solito pascolo abusivo. Il figlio, avvisato in tempo reale, invitava il politico «a prendere le sue difese ed essere parte attiva nell’accaduto, suggerendo agli addetti ai lavori il da farsi per non danneggiarlo e quindi autorizzarlo a effettuare il pascolo del proprio gregge sul citato Monte Consolino». Il gip distrettuale non ritiene che i due politici (sindaco e assessore esterno) intercettati avessero intenzione di avallare le attività illecite di Spagnolo. Da quelle conversazioni, però, «emerge ancora una volta la forte personalità mafiosa dei membri della famiglia Spagnolo, probabilmente considerati “insidiosi” anche dallo stesso primo cittadino, dal comandante dei Vigili Urbani e dal responsabile dell’Ufficio Tecnico del comune di Stilo, cui costantemente cercavano di fare pressione».
«O a finimu o a finimu i n’atra manera», avrebbe detto il presunto boss a chi si lamentava per il pascolo abusivo nei terreni. Segnali intimidatori che diventano richieste di assunzioni in cantieri edili. E comportamenti «anti-legge», per riecheggiare il vigile, che si propongono anche nella presunta truffa alla Comunità europea generata dalla falsa dichiarazione del comodato d’uso gratuito su un terreno agricolo. A Spagnolo viene contestato anche l’incendio della casa del sindaco, ideato, secondo gli inquirenti, per scoraggiarlo dal proseguire «azioni di repressione contro gli allacci abusivi alla rete idrica».

«Se abbiamo detto che si deve ammazzare, si deve ammazzare»

Se tutte queste sono accuse ancora da provare, la fine della latitanza di Spagnolo è dovuta alla condanna passata in giudicato per l’omicidio di Marcello Geracitano, vittima di un agguato il 17 gennaio 2005 in località “Pomara” di Stilo. Due pallottole 7,65 hanno posto fine alla vita dell’uomo, trovato morto all’interno della propria auto all’imbocco di una stradina sterrata. Fatale sarebbe stata la frequentazione con una donna, relazione mal tollerata da Spagnolo. Geracitano – sono le testimonianze raccolte all’epoca – aveva ricevuto due segnali inequivocabili: alcuni bossoli e una tanica di benzina, monito a interrompere quella relazione. «È pazzo, è pazzo», avrebbe detto la donna “contesa” riferendosi a Spagnolo che, da parte sua, nei giorni dell’omicidio avrebbe cercato di costruirsi un alibi, dicendo di trovarsi a Bari mentre il suo telefono cellulare impegnava, però, una cella di Rossano. C’è poi una frase agghiacciante del presunto boss, captata qualche tempo prima del delitto (nel dicembre 2004), e riportata in un’annotazione di Polizia giudiziaria: «Quando uno promette una cosa la deve mantenere; se abbiamo detto che si deve ammazzare, si deve ammazzare». Alla base dell’omicidio vi sarebbe un doppio movente: oltre a quello passionale, sarebbe emersa «una pregressa inimicizia tra Spagnolo e Geracitano, presumibilmente dovuta alla circostanza che Marcello, frequentando i terreni di campagna di contrada “Mila” di Stilo, aveva visto qualcosa di compromettente per gli Spagnolo». Qualche giorno prima dell’agguato, ignoti avevano avvelenato tre cani della vittima. E forse proprio per chiarire i contrasti, i due “nemici” avevano deciso di incontrarsi il 16 gennaio 2005 dopo cena. Lo riferisce, ancora, la donna frequentata da Geracitano. Che, da quell’incontro, non fece mai ritorno. (p.petrasso@corrierecal.it)

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