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L’economia multietnica spinge la Calabria. Ecco come

In dieci anni il numero di imprese a trazione straniera è cresciuto del 31,7%. Un trend che è proseguito anche durante la pandemia. Marino: «Puntare sull’innovazione per attrarre capitali dall’estero»

Pubblicato il: 02/04/2022 – 13:30
di Roberto De Santo
L’economia multietnica spinge la Calabria. Ecco come

REGGIO CALABRIA C’è un’economia che soffre, subisce ma non molla e che dimostra così una certa dose di resilienza. Tanto da incrementare il numero di attività anche in tempo di crisi pandemica e riuscire a scattare in avanti ai primi timidi segnali di ripresa post Covid. Contribuendo in questo modo alla crescita dell’intero sistema produttivo calabrese. Si tratta dell’universo mondo delle imprese condotte da immigrati nella regione. Una miriade di realtà costituite da aziende piccole o piccolissime che via via negli anni sono sempre più proliferate. Nonostante tutto. Nonostante anche le crisi economiche che si sono succedute flagellando pesantemente il tessuto produttivo calabrese.
Un trend che non si è arrestato neppure davanti all’evoluzione dell’epidemia da Coronavirus che da oltre due anni imperversa anche nella regione. Infatti il numero di imprese con matrice multietnica in Calabria è cresciuto costantemente, perfino durante e dopo le fasi critiche della pandemia. Dimostrando un grado di duttilità anche superiore a quello manifestato dalle altre imprese che operano nella regione. Una caratteristica – per la verità – che accomuna queste realtà a conduzione straniera presenti in Calabria con le centinaia di migliaia che si sono radicate in tutta Italia costituendo ormai un pilastro del tessuto economico del Paese. In Italia, infatti, un’impresa su dieci è portata avanti da stranieri.


In numeri assoluti si tratta di oltre 642mila imprese disseminate su tutta la Penisola. Negli ultimi dieci anni la massa di aziende condotte da immigrati nel Paese è cresciuta vorticosamente: oltre un terzo (+34,6%). Confrontando il dato tra il 2012 e il 2021 risultano iscritte nei registri delle Camere di Commercio 165.119 imprese in più, mentre il numero di imprese complessive in Italia è calato di oltre 25mila unità. Un trend di crescita che non si è fermato neppure a causa della pandemia. Tra il 2019 e il 2021, infatti si annotano 26.650 imprese in più condotte da stranieri che tradotti in termini percentuali significano una crescita di 4,3 punti. Nello stesso lasso di tempo in Italia ci sono state 24.505 aziende in meno. Ed è, perciò, solo grazie a quella crescita delle imprese a matrice multietnica che l’intero sistema produttivo ha tenuto: ha solo registrato una lievissima flessione della demografia delle imprese, nella fase più acuta dalla pandemia (-0,4%).  Una dimostrazione della capacità di resistere del sistema imprenditoriale a conduzione straniera anche sotto pressione. Una qualità presente in Calabria e che per questo può rappresentare un elemento di riscatto per l’intera economia regionale.

L’economia multietnica in Calabria

In Calabria la presenza di imprese straniere ha contribuito a rafforzare il tessuto produttivo della regione. Una presenza che via via è crescita in modo sempre più robusto. Dai dati elaborati da Unioncamere-InfoCamere, in esclusiva per il Corriere della Calabria emerge che tra il 2012 e il 2021, il numero di imprese a conduzione di immigrati nella regione è cresciuta del 31,7%. In questo lasso di tempo il numero di imprese è passato da 11.626 di dieci anni addietro a 15.309 di dicembre scorso. Anche nei due anni di pandemia, il trend non si è fermato neppure in Calabria, tra il 2019 e il 2021, il saldo netto ha registrato una crescita del 3,4%. 
Una crescita che ha determinato un balzo in avanti dell’incidenza delle aziende multietniche, sul totale delle imprese presenti sul territorio. Ora rappresentano l’8% dell’intero sistema produttivo calabrese: 1,5 punti percentuali in più rispetto a dieci anni addietro.
La crescita più sensibile si è registrata nel Reggino sia in numeri assoluti che di incidenza sul totale. In questo lasso di tempo si sono infatti registrate 1.612 nuove realtà che rappresentano al 31 dicembre scorso il 9,2% del complesso di aziende che operano sul territorio.

L’identikit delle imprese straniere in Calabria

Passando a setaccio i dati forniti al Corriere della Calabria da Unioncamere-InfoCamere, emerge che i settori dove maggiormente operano le imprese a trazione straniera sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (67,5%) e le costruzioni (7,8%). Seguono poi, tra i comparti dove svolgono le loro attività principali, i servizi di ristorazione e alloggio, l’agricoltura e il manifatturiero. Nel confronto tra anni, in numeri assoluti resta sempre il settore del commercio al dettaglio quello che registra il trend maggiore di crescita: 2.132 nuove realtà in dieci anni. Anche il comparto delle costruzioni mostra una certa vivacità tra le attività preferite dagli immigrati: qui si registrano 500 imprese in più. Soprattutto se si analizza il periodo pandemico. Negli ultimi due anni infatti è il segmento produttivo che registra la migliore performance per numero di nuove imprese a gestione multietnica. Spinta soprattutto dai bonus edilizi varati dal Governo per finanziare le ristrutturazioni, le riconversioni ecosostenibili e la prevenzione dai sisma.
Ma il dato che emerge soprattutto è la dimensione aziendale, che restituisce un quadro costituito per lo più da micro realtà. Infatti, buona parte delle realtà produttrici condotte da stranieri sono imprese individuali (88,2%), mentre le società di capitale rappresentano il 9,1% ed il resto sono costituite per lo più da società di persone (1,7%) e cooperative (0,7%). La Calabria così si dimostra nei fatti incapace di attrarre importanti capitali dall’estero. Pochissime infatti le aziende di grandi dimensioni che hanno sede nella regione.

Marino: «Innalzare gli investimenti in ricerca e sviluppo per attrarre capitali esteri»

Maggiore attenzione per politiche di inclusione che favoriscano il nascere di realtà imprenditoriali a conduzione di immigrati. Per consentire di trasformare il fenomeno migratorio, da problema a risorsa in Calabria. Lo sostiene Domenico Marino, docente di Politica Economica nonché direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria. E sull’incapacità della Calabria di attrarre capitali stranieri, Marino – che è anche direttore del Master di II° livello in “Economia dello Sviluppo e delle Risorse Territoriali Culturali e Ambientali” dell’Ateneo reggino – lancia un appello: «occorre incrementare il livello della spesa in ricerca e sviluppo».

Domenico Marino, docente di Politica Economica nonché direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria

Professore, la presenza di imprese condotte da cittadini stranieri in Calabria cresce in modo rilevante. Come giustifica questo fenomeno?
«Questa maggiore propensione può essere spiegata in parte con aspetti di natura demografica: gli immigrati sono per la quasi totalità in età lavorativa e giovani; tuttavia, anche lo sforzo di integrazione può essere una molla che spinge a cercare di creare nuove imprese come forma di emancipazione sociale. Non sempre queste imprese sono effettivamente attive e nella maggior parte dei casi non hanno fatturati rilevanti, tuttavia, sono un segnale positivo che va incoraggiato con politiche specifiche, anche di tipo formativo per aumentare la qualità e la quantità delle abilità che gli imprenditori stranieri hanno e che generalmente non è molto elevata».

Fonte: Unioncamere-InfoCamere

Quanto è importante per il sistema economico complessivo calabrese avere una presenza costante di imprenditori stranieri?
«La capacità in termini di inclusione di un territorio o di una regione è un fattore importante per spiegare la propensione all’imprenditoria degli stranieri residenti. Se è vero che un contesto poco inclusivo può essere uno stimolo ad emergere e, quindi, rafforzare le motivazioni, tuttavia a mio avviso, è in un contesto caratterizzato da un alto tasso di inclusività che le imprese condotte da stranieri residenti, hanno migliori possibilità di crescere e di svilupparsi. La Calabria, che è una terra culturalmente e socialmente inclusiva, può quindi rappresentare una grande opportunità per gli stranieri residenti, a loro volta questi stranieri residenti che partecipano attivamente alla costruzione del Pil calabrese sono un’opportunità per la Calabria. In primo luogo, ma questo forse è l’aspetto meno importante, in termini di creazione di ricchezza significa maggiore gettito fiscale e previdenziale. Ed inoltre queste imprese possono creare nuovi posti di lavoro e contribuendo ad integrare gli stranieri che da problema possono diventare risorsa per questa terra e contribuire a facilitare il suo riscatto».

Come favorire al massimo la crescita di imprese a conduzioni straniere in Calabria?
«Sono quindi in primo luogo necessarie delle politiche di inclusione e di integrazione che permettano di superare i problemi connessi con l’impatto di un ambiente economico e sociale diverso dal paese di provenienza (problemi di conoscenza della lingua italiana e di comprensione del sistema di norme e di regole). Occorre, poi, procedere alla rimozione degli ostacoli contestuali, che anche le imprese calabresi hanno, soprattutto in relazione al rapporto con una burocrazia e una pubblica amministrazione che non sono sempre benevoli nei confronti delle imprese e che rischiano di esserlo ancora di meno quando si tratta di un’impresa che è condotta da stranieri. Non ultimo il problema dell’accesso al credito, già molto difficile per le imprese condotte da cittadini italiani e quasi impossibile per uno straniero. È importante, quindi, prevedere apposite attività formative, sia tese all’integrazione, sia tese ad aumentare le capacità manageriali, ma è fondamentale anche costruire un sistema di incentivi per far crescere queste imprese e proteggerle con dei sistemi di garanzia che permettano l’accesso al credito e un rapporto virtuoso con la PA. Ma politiche di questo genere sono oggi poco presenti».

Gran parte di queste imprese registrate dalle Camere di Commercio interessano piccole o piccolissime aziende. Mentre sono poche le grandi realtà che decidono di investire in Calabria. Perché?
«È facile trovare consenso nell’individuare punti di debolezza del settore manifatturiero calabrese. La dimensione medio bassa, la sottocapitalizzazione, la scarsa apertura ai mercati, sia nel senso di ridotta competizione che nel senso di limitatezza dei mercati di sbocco e i limiti di carattere organizzativo sono alcuni degli elementi che spiegano il ritardo strutturale del sistema imprenditoriale. Il venire meno nel tempo dell’industria esterna ha contribuito a indebolire un settore dell’economia nel quale le risorse locali, sia finanziarie che umane, non appaiono sufficienti ad attivare processi di crescita. Casi di eccellenza sono presenti nella nostra regione, ma non sono sicuramente frequenti e sufficienti per uno sviluppo autopropulsivo. La piccola, spesso microdimensione delle imprese, è un altro elemento di debolezza di questo quadro. Una microdimensione che sicuramente lascia intravedere il tentativo di una miope riduzione dei costi del lavoro per recuperare quella competitività che invece andrebbe cercata con altri strumenti e in particolare investendo in conoscenza, capitale umano e innovazione di processo e di prodotto.  Alla luce di queste considerazioni il sistema produttivo appare come un sistema che ha paura di crescere, ha paura di confrontarsi con il mercato in una perversa “sindrome di Peter Pan” che impedisce di sfruttare i punti di forza che pure esistono e che, di conseguenza, diventa poco attrattivo per le grandi imprese.  Non si può non notare la presenza di un numero significativo di imprese con zero dipendenti. Un’impresa di questo tipo dovrebbe essere un’eccezione, mentre in questo contesto territoriale sembra essere una tipologia abbastanza frequente e con ogni probabilità questo tipo di situazione nasconde il ricorso a forme di lavoro irregolare e/o informale».

Quali misure andrebbero attivate per riuscire ad attrarre capitali stranieri nella regione?
«Per la Calabria la prossima programmazione (Pnrr e Fondi Strutturali) sarà fondamentale. Oggi la mancanza di innovazione ci ha fatto perdere capacità competitiva e ci ha spinto verso una situazione di declino dalla quale, se non si interviene subito, sarà difficile sollevarsi, anche a causa delle politiche regionali che hanno privilegiato la spesa assistenziale sulla spesa di investimento. E in questo scenario è difficile essere attrattivi nei confronti di capitali “stranieri”. Le risorse non mancheranno e il prossimo quinquennio potrà essere l’occasione per incrementare il livello della spesa in ricerca e sviluppo che è sempre stata la cenerentola fra tutte le spese di investimento e che è quella che poi attrae imprese dall’esterno. La mancanza di innovazione è una delle cause principali del fallimento di fondo, delle politiche strutturali e di sviluppo regionale. Perché un paese che non innova o innova poco è un paese che perde competitività e la perdita di competitività è l’anticamera del declino. Occorre, allora, avere il coraggio di investire sull’innovazione attraverso progetti ambiziosi, coordinati e di ampio respiro. Bisogna pensare a grandi progetti rivoluzionari a cui assegnare risorse sufficienti evitando di usare le risorse a scopi clientelari, distribuendoli a pioggia e disperdendoli in mille rivoli. Il vizio di fondo delle passate programmazioni dei Fondi strutturali è stato anche questo e il risultato evidente è stata la scarsa qualità e quantità dell’innovazione prodotta dal sistema Calabria. Riconoscere gli errori del passato è sicuramente il primo passo per evitare di commetterli nuovamente in futuro ed è, quindi, auspicabile che il Pnrr e la Programmazione 2012-2027 facciano tesoro di queste analisi e programmino in maniera più accorta ed efficiente. Perdere competitività e capacità innovativa oggi è molto pericoloso. Trent’anni fa una perdita di competitività produceva effetti ritardati sul Pil anche di decenni. Oggi la perdita di competitività si riflette quasi in tempo reale sul Pil. La programmazione del prossimo quinquennio deve essere l’occasione per invertire la rotta e per avviare un percorso di crescita dell’innovazione e di crescita della competitività e di attrazione di investimenti stranieri. Se non sfrutteremo questa occasione il nostro futuro sarà caratterizzato solo dalla parola declino».  (r.desanto@corrierecal.it)

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