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«Dopo Milano e New York meglio la Calabria». Così il south working a Pizzo migliora la vita

Su Repubblica la storia dell’ingegnere Roberto Ceravolo. «I risultati si ottengono anche con il lavoro a distanza»

Pubblicato il: 16/04/2022 – 16:27
«Dopo Milano e New York meglio la Calabria». Così il south working a Pizzo migliora la vita

LAMEZIA TERME «L’altro giorno sono andato con un amico a vedere il tramonto sul mare, e ci siamo detti quanto vale la possibilità di concludere così la giornata lavorativa, guardando le onde». Repubblica racconta, tra le altre, la storia di Roberto Ceravolo. Ingegnere gestionale, 35 anni, ha ottenuto dalla sua azienda, Vodafone Automotive, lo smart working all’80%, che gli ha permesso di continuare a vivere a Pizzo Calabro, e persino di ottenere una promozione, «perché i risultati ci sono anche con il lavoro a distanza». L’aeroporto di Lamezia Terme a pochi minuti di macchina aiuta a mantenere il 20% di presenza obbligatoria a Milano, «anche se l’ultima volta che ci sono stato – spiega Ceravolo a Repubblica – ho passato poi un’ora e mezza imbottigliato nel traffico per raggiungere l’ufficio, e comunque lì non mi concentro come a casa».
L’ingegnere, così, è tornato in Calabria, dopo gli anni di lavoro tra Milano e New York, poco dopo il lockdown. Altri suoi contatti, invece, sono dovuti rientrare in sede: «Molti si stanno arrendendo alle dinamiche aziendali. Per me ormai l’ufficio è solo un posto dove si va a fare team building, quando ci si deve necessariamente confrontarsi con gli altri. Se si lavora per obiettivi e si hanno gli strumenti giusti si può lavorare ovunque».

Dove va lo smart working: l’indagine Aidp

Quello dello smart working è uno dei grandi temi per il lavoro post Covid. La soluzione, per ora, è ibrida, per quasi tutti: l’88% delle aziende continuerà in modalità smart working per uno o più giorni la settimana anche dopo il 30 giugno, quando si concluderà la fase del lavoro in emergenza. Dall’indagine Aidp (l’Associazione italiana per la direzione del personale) emerge che il 75% delle aziende non intende predisporre alcun tipo di controllo da remoto per gli smartworker, ma solo il 15% consentirà ai dipendenti che vivono in altre Regioni di continuare a lavorare da remoto, contro il 58% che non intende farlo e il 28% che ci sta ancora riflettendo.
«La richiesta di continuare a lavorare da casa – si legge ancora su Repubblica – viene soprattutto da una fascia di giovani laureati (tra i 18 e i 35 anni), in prevalenza del Mezzogiorno. Ma il modello che prevale è piuttosto quello dello smartworking con un’alternanza su base settimanale». Un tipo di organizzazione che potrebbe mettere fine al fenomeno del south working: «È un’esigenza che nasce dal desiderio di libertà nell’organizzazione del lavoro che contraddistingue la nostra generazione – dice Mario Mirabile, vicepresidente dell’associazione South Working, nata nel marzo 2020 – anche se probabilmente non va bene per un giovane al primo impiego, che ha bisogno di integrarsi nel contesto aziendale. Ma è un tipo di esperienza che adesso viene valorizzata anche dal Pnrr, con i progetti sui borghi, che spingono il coworking. E abbiamo appena siglato una partnership con Randstad che ci sta permettendo di raccogliere molte richieste di aziende che cercano risorse al Sud».
«Il dato che emerge dalla nostra indagine e che dà maggiore speranza è quel 75% di aziende che non intende controllare i lavoratori da remoto. – ragiona Matilde Marandola, presidente Aidp – Significa che la fiducia sta diventando la base delle relazioni di lavoro».

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