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«La migliore libertà è essere sé stessi»

«Un ritorno a periodi lontani di conservatorismo, tra le mura scolastiche, che si manifesta con azioni lesive nei confronti di una ragazza umiliata nella sua zona di comfort. Non esiste alcun tipo…

Pubblicato il: 26/05/2022 – 12:24
di Rosi Caligiuri e Maria Pia Funaro*
«La migliore libertà è essere sé stessi»

«Un ritorno a periodi lontani di conservatorismo, tra le mura scolastiche, che si manifesta con azioni lesive nei confronti di una ragazza umiliata nella sua zona di comfort. Non esiste alcun tipo di regolamento interno nell’istituto che vieti l’uso di jeans di tendenza tra i/le giovani. Assente anche una norma nazionale specifica, che si limita ad invitare ad attenersi ad un abbigliamento “decoroso”. Ma il punto è: cosa si intende per “buon senso” o “decoro” nell’abbigliamento e, soprattutto, chi lo stabilisce? Non ci si può attenere a generici “dress code” in base a come ci percepiscono gli altri. Per quale motivo, poi, dei/delle ragazz* dovrebbero vestirsi in maniera diversa da come si vestono nella loro quotidianità? In queste vicende il concetto di corpo è cruciale. Perché il corpo femminile viene concepito come qualcosa da nascondere nelle sue forme? La scuola ha di certo il compito di istruire, ma non può prescindere dal compito primario che è quello di accompagnare la crescita e lo sviluppo della propria identità. La formazione della personalità si manifesta anche nell’esteriorità che si decide di adottare, deve perciò essere più libera possibile, non può essere vincolata da regole che stabiliscano cosa mostrare di sé e come. La libertà di espressione, di essere ciò che si è, passa anche per l’abbigliamento. E risente dei modelli della società. Chiara Ferragni, influencer che fa del suo corpo la sua bandiera, viene invitata da Liliana Segre al Memoriale della Shoah a prescindere dal codice di vestiario. Nei manga giapponesi le gonne da divisa sono socialmente accettate. È, perciò, impossibile definire un solo concetto di buon senso, motivo per il quale, è necessario che taluni “dress code” vengano eliminati. Ciò che conta, a scuola, è quello che si mostra di valere, non come ci si veste. La validità di una scuola non dipende dall’abbigliamento adottato, piuttosto da quanto l’istituzione scolastica si preoccupi di arginare episodi di bullismo, di bodyshaming e di altre problematiche ben più importanti. Tutto questo è strettamente legato agli obiettivi di equità generazionale (fatta di cooperazione, ci si salva solo se si è insieme) che noi abbiamo il compito di fornire, non solo alle future generazioni, ma anche a quelle attuali. Per questo motivo, auspichiamo un ritorno ad un clima di serenità che parta dalla tutela dell’autonomia individuale e personale di ragazz* che hanno il diritto di esprimere sé stessi invece che essere oppressi in burocratici e improbabili dress code. Restiamo fermamente convinti che di base valga lo slogan “my body my choice” in tutte le dimensioni in cui rientra la tematica corporea».

*Segretaria cittadina Pd Cosenza
*Vicesindaca di Cosenza

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