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Lombardo: «Trent’anni fa Cosa Nostra prendeva ordini dalla ‘ndrangheta»

Clan, Servizi deviati e massoneria. Il procuratore aggiunto di Reggio smonta decenni di «disinformazione» sulle cosche calabresi

Pubblicato il: 25/06/2022 – 7:22
Lombardo: «Trent’anni fa Cosa Nostra prendeva ordini dalla ‘ndrangheta»

LAMEZIA TERME «La Calabria trent’anni fa era un laboratorio criminale molto evoluto anche se veniva raccontata per quello che non era: sul versante criminale era considerata casa madre di organizzazione di tipo mafioso di seconda fascia. E per me che sono nato e cresciuto nella Locride era una percezione distorta e inaccettabile di un fenomeno particolarmente avanti rispetto al metodo mafioso di infiltrare i centri di potere». Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, risponde alle domande di Giovanni Tizian, giornalista di Domani e direttore artistico di “Trame”. E spiega che negli anni delle Stragi di mafia i clan calabresi non erano un’accolita di «straccioni e disperati che attuavano un crimine inumano come i sequestri». Quel «crimine inumano» no aveva la scopo di «soddisfare logiche predatorie». Aveva un senso più profondo e inquietante: «È in quell’ambito che si realizza il primo contatto tra ambienti criminali mafiosi e ambiti istituzionali». È storia del processo ‘Ndrangheta stragista: i contatti tra cosche della Locride, già ricche e potenti, e servizi segreti matura negli anfratti dell’Aspromonte, prosegue nelle prigioni del Nord, si concretizza in Lombardia. Quel racconto distorto inizia, per Lombardo, «perché qualcuno ha sbagliato e non ha capito cosa fosse questa organizzazione. Oggi possiamo dare risposte su questo versante». 

«La mafia prendeva ordini in Aspromonte per imparare a gestire il vero potere»

Oggi la ‘ndrangheta viene raccontata come la mafia più potente al mondo e lo scarto appare inaccettabile rispetto a quella narrazione. La verità, dice il magistrato in piazza a Lamezia, è che «la ‘ndrangheta non è isolata e non lo è mai stata. Pensare alle strutture criminali identificate con mafie storiche non deve fuorviare, sono componenti di un sistema. Non esistono la ‘ndrangheta come fenomeno calabrese, Cosa Nostra come realtà siciliana, la Camorra come fenomeno tipicamente campano e la Sacra Corona Unita come filiazione della ‘ndrangheta. Esiste quello che un collaboratore di giustizia palermitano, che si autodefinisce un “riservato” (cioè un soggetto apicale di contesti criminali che non appare come partecipe delle struttura organizzativa di base) ci ha raccontato quando lo abbiamo interrogato a Palermo». Lombardo riferisce di un colloqui nel quale il pentito si stupisce del fatto che la giustizia sia arrivata così in ritardo a sentirlo: «Mi dice che “È il 2014 e io – sono le parole del pentito – ho parlato di Reggio e della ‘ndrangheta del 1994; ci avete messo 20 anni, avevo parecchio da dire». Poi il collaboratore racconta dei suoi viaggio a Reggio Calabria assieme a suo zio: «Ogni 15 giorni con mio zio venivo a Reggio e lui mi lasciava lì con il suo guardaspalle e andava in Aspromonte dove passava il fine settimana, tornava la domenica sera». Qualche anno dopo, in seguito alla morte dello zio, «Stefano Bontade – continua il racconto del collaboratore riferito da Lombardo –  mi chiamò per completare il progetto che portava avanti mio zio e mi spiegò che andavano in Aspromonte per prendere ordini, visto che c’era un progetto comune con la ‘ndrangheta reggina. Era quello di costituire un comitato d’affari con pezzi di istituzioni, politica e massoneria perché il potere reale è proprio quello lì. E mentre in Calabria funzionava da anni, in Sicilia ancora non era partito». 

«Ciancimino diceva che la massoneria che conta sta in Calabria»

È, per Lombardo, «una cosa che stride in maniera evidente rispetto a ciò che ci è stato raccontato. È la forza della ‘ndrangheta: per anni ha nascosto la sua vera natura e quanto sia avanti rispetto ai sistemi criminali di tipo evoluto. La ‘ndrangheta non era una banda di straccioni; da molti anni si muoveva a un livello più avanzato della mafia siciliana che veniva raccontata come particolarmente avanzata. E questo ci pone un problema di comprensione: se non comprendiamo il fenomeno mafioso non possiamo contrastarlo fino in fondo».
Altro esempio arriva dalla storia dei cosiddetti movimenti separatisti e delle Leghe meridionali, cavalli di Troia politici attraverso i quali le mafie miravano a “conquistare” intere regioni. «C’è una fase – spiega il magistrato reggino – in cui si pensa sia arrivato il momento di separare l’Italia in più macroaree e dare vita a movimenti politici con un’ideologia che risponde alla necessità di avvicinare i centri di spesa a determinati territori. Bene, anche in questo caso la prima componente in assoluto del progetto è “Calabria Libera”, non “Sicilia Libera”. E quando un pentito palermitano va a parlare con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, quello gli dice che il progetto è interessante però, perché vada a buon fine, bisogna partire dalla Calabria perché la massoneria che conta e che può dare il sostegno necessario sta lì. Parliamo di un contesto in cui anche la componente massonica ha un ruolo. E lì ci stava la ‘ndrangheta, oltre 30 anni fa». 

La «disinformazione» sulla Lombardia e la “Cosa Nuova”

Questa narrazione distorta riguarda anche il ruolo delle cosche calabresi in Lombardia. «La Lombardia – dice Lombardo – non viene scoperta nel 2010 con l’operazione Crimine, che attualizza soltanto una serie di acquisizioni che si erano consolidate e stratificate nei primi anni 90. Dire che si scopre l’operatività della ‘ndrangheta in Lombardia soltanto nel 2010 è disinformazione. La Lombardia già nei primi anni 70 è il quarto mandamento perché la ‘ndrangheta vi stabilizza la sua presenza, non estemporanea, e viene scelta perché c’è la presenza contestuale di tutte le principali componenti mafiose in Italia. È quello che oggi chiamiamo impropriamente Consorzio (tra le mafie, ndr) perché così lo chiama un collaboratore di giustizia che non sa come definirlo diversamente».
Invece una definizione c’è. E si fonda sulle parole di Leonardo Messina, pentito siciliano che nel dicembre 1992, davanti alla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, parla di “Cosa Unica” e “illumina” i politici sbalorditi riguardo all’esistenza, da decenni, di due “commissioni” – una nazionale e una mondiale – che governano gli affari di quella che per lui è semplicemente la Cosa Nuova, senza distinzioni territoriali tra le mafie storiche. Prova è il fatto che «la struttura che governava la Lombardia aveva una gerarchia che dipendeva dalla componente calabrese, ed era l’espressione più alta della ‘ndrangheta di Platì». 

La nuova mutazione. «La ‘ndrangheta vuole poter creare problemi politici» 

Trent’anni dopo quella prima mutazione, i sistemi criminali trovano altri mezzi per piegare la realtà alle proprie esigenze. A loro serve «l’individuazione di un potere reale che possa influire sulle tenute democratiche degli Stati. La ‘ndrangheta – racconta il magistrato – non è il player del narcotraffico perché vuole un forziere in cui accumulare denaro per nuotarci sopra. Individua il narcotraffico come la leva per aumentare l’autorevolezza di un sistema criminale che movimenta ricchezze e può determinare problemi politici, quale può essere l’inquinamento dei mercati con denaro sporco. Il sistema mafie, secondo alcune stime, movimenta 220 miliardi di euro all’anno. Pensate cosa potrebbe provocare una cifra simile se collocata sul mercato, specie in un momento di fragilità come questo e ditemi se non è un problema politico in grado di condizionare le scelte delle democrazie».
A proposito di democrazia, stimolato da Tizian, Lombardo offre una risposta sulle esternazioni del boss Graviano nel processo ‘Ndrangheta stragista: «Quando Graviano ha iniziato a parlare di Berlusconi non ho pensato niente perché aveva già parlato di quegli argomenti, era stato intercettato. Non ci aspettavamo che arricchisse il proprio racconto come ha fatto. Non sono state udienze facili: c’è un bel tratto di strada da percorrere per dare risposte indispensabili alla tenuta democratica di questo Paese».

«Il 416 bis è antistorico, va adeguato ma non demolito»

Le cifre, le dinamiche, gli effetti delle mafie sulle democrazie restituiscono la vastità di un problema che, oggi, si rischia di governare con grande difficoltà alla luce (anche) degli interventi normativi pensati dal governo Draghi. Lombardo ritiene impossibile «per noi e per il legislatore dire qual è la riforma perfetta. Certo sarebbe necessaria un’interlocuzione prima di arrivare alle riforme, mentre si è arrivati a una modifica senza partire dal problema che è la lentezza della risposta giudiziaria». Il magistrato ritiene, per stare alla normativa antimafia, che sia «necessario prestare attenzione alle caratteristiche della norma chiave, il 416 bis, che ha 40 anni di vita e deve essere seriamente adeguato, senza un approccio demolitorio. Gli strumenti di contrasto devono rimanere attuali, se diventano antistorici diventano anche inutili». (ppp)

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