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Il pensiero

«In ricordo di Franco Dionesalvi, “l’assessoreta”»

Scrivere di Franco è un esercizio complesso. Il dolore per la sua scomparsa e la sua poliedrica e immensa attività, rendono difficile ricostruire il profilo di una personalità che ha spaziato tra …

Pubblicato il: 06/07/2022 – 11:45
di Mimmo Talarico*
«In ricordo di Franco Dionesalvi, “l’assessoreta”»

Scrivere di Franco è un esercizio complesso. Il dolore per la sua scomparsa e la sua poliedrica e immensa attività, rendono difficile ricostruire il profilo di una personalità che ha spaziato tra la poesia, la letteratura, il teatro, la politica.
Solo di recente avevo appreso della sua grave quanto breve malattia; il tempo di uno scambio di messaggi e oggi la triste notizia. Lo è per tutta la città. Per la Cosenza più bella vivace degli anni 90, di cui nella giunta Mancini, fu assessore, animatore culturale, ideatore di cose belle e fino allora mai viste da queste parti.
La “Casa delle culture” e “Invasioni” rimarranno per sempre impresse nella storia civile e culturale della città. La sua attività di poeta e assessore gli vale il titolo ironico di “Assessoreta”.
Fu tra i primi a cogliere il valore della concertazione e della collaborazione in quella che chiamavano area urbana. Fu lui a spingere per realizzare, sindaci Giacomo Mancini e Sandro Principe, il primo cartellone unico degli spettacoli. E quando un sindaco molto di destra sfrattò da Castrovillari “Scena verticale”, Franco organizzò l’esilio nell’area urbana di Saverio La Ruina e Dario De Luca, chiedendo a tutti noi il necessario sostegno che arrivò puntuale.
Fu in quel frangente che iniziammo a conoscerci meglio, a lavorare insieme, a intraprendere un sodalizio umano che non si è più interrotto. Fino allora, per me e per tutti quelli della mia generazione, Franco era un poeta mite e garbato con la faccia da bambino, radicale nelle sue analisi ma dal tratto umano che rasentava la timidezza. Per alcuni era semplicemente il fratello di Claudio, il Dionesalvi rumoroso e ultrà. Con Franco e il comune di Cerisano, che già allora ospitava il bellissimo Festival delle Serre, lanciammo con successo il Network culturale, poi ripreso dalla Regione, che prevedeva l’uso delle strutture dello spettacolo, l’eliminazione delle sovrapposizioni e soprattutto l’ingaggio degli artisti, facendo ricorso ad un unico soggetto per tutti e tre i comuni. Ci confrontammo con i grandi del settore.  Molti ricorderanno l’incontro nel centro storico di Rende provocatoriamente intitolato “Come si fa un Festival” con Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate romana; Carlo Pagnotta, fondatore e direttore artistico di Umbria Jazz; il compianto Sisinio Zito di Roccella Jazz e il Presidente di Taormina film festival.
Il percorso non poteva che continuare al di qua del Campagnano. Sandro Principe lo chiamò per dare maggiore dinamismo a un’Amministrazione che non difettava di visione e ambizione. Un giornale locale per evidenziare il passaggio da “Invasioni” al “settembre rendese”, titolò ironicamente: “da Alarico a Talarico”.
È di Franco l’idea di denominare come tale il Museo del Presente. Sandro Principe lo incoraggiò.  In quel periodo le suggestioni di Marc Augè erano molto forti in lui, al punto da coglierne l’ispirazione per dare un’anima a una struttura che nasceva ai margini di un grande centro commerciale. Al non luogo descritto da Augé, caratterizzato dalla fretta e dal consumo anonimo e ansioso, egli contrapponeva, a poche decine di metri, lo spazio creativo, riflessivo e rappresentativo del Presente. Ne divenne direttore, creando le basi per tante iniziative, in sintonia con le migliori espressioni artistiche culturali, in particolare con Tonino Sicoli direttore del MAON anche egli recentemente scomparso.
Le sue incursioni nel campo dell’arte moderna e contemporanea erano felici e produttive di eventi partecipati e apprezzati. Il retro tribuna dei campi da tennis di Rende divenne il Culture club, serate in cui si associava il cinema al cibo. Ma le sue tentazioni “globali” erano forti: Franco viaggiava e spaziava molto, pur rimanendo fermo. Ne voglio ricordare solo una sul Giappone. Grazie ai suoi buoni uffici con un corrispondente dell’Espresso, Pio D’Emilia, ancor oggi uno dei più apprezzati inviati in Oriente, demmo vita a una mostra originalissima, in occasione della quale ricevemmo a Rende la gradita visita dell’Ambasciatore del Giappone. La nostra collaborazione venne sospesa per gli imprevedibili e immancabili capricci della politica. Riprese qualche anno dopo. Da consigliere regionale mi rivolgevo al lui ogni qual volta avevo bisogno di un aiuto su temi e questioni su cui continuava a mostrare grande competenza e sensibilità. Con lui demmo alle stampe anche un libro intervista “Onorevole sarà lei. La politica al tempo del disonore”. Un modo per fermarci e capire che cosa stava avvenendo (che poi avvenne) nell’ intricato e complesso mondo della rappresentanza.
Il professore aveva ripreso a fare il professore. Milano è stata la sua ultima residenza. La città lo aveva accolto come meritava e i circoli culturali milanesi ne avevano apprezzato le sue qualità. In “patria” non ebbe, inspiegabilmente, la stessa attenzione dal mondo accademico.
Nel frattempo non sono mai mancate sporadiche e serate lievi e ridanciane. In queste occasioni Franco dava il meglio di sé. Perché lui era un buontempone curioso e sornione che amava la poesia, la convivialità, la famiglia, gli amici, la vita.

*ex assessore comune di Rende ed ex consigliere regionale

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