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Caos sugli ospedali montani: una norma (mai applicata) potrebbe salvarli

La legge dispone che siano presenti una serie di discipline, ma nessuno se n’è mai accorto. Brisinda: «È tempo di considerare questi aspetti»

Pubblicato il: 21/09/2022 – 6:35
di Emiliano Morrone
Caos sugli ospedali montani: una norma (mai applicata) potrebbe salvarli

CATANZARO «Negli ultimi anni c’è stato molto rumore per nulla sugli ospedali montani della Calabria». È diretto il giudizio di Giuseppe Brisinda, docente nell’Università Cattolica di Roma, chirurgo del policlinico Gemelli e già primario dell’unità complessa di Chirurgia generale dell’ospedale di Crotone. «La fretta di vari manager sanitari e l’inguaribile conflittualità della politica – aggiunge – hanno camminato a braccetto, ma in mezzo a tanto caos quasi nessuno si è accorto che dal 2015 le norme del ministero della Salute consentono di ampliare le dotazioni di codesti presìdi indispensabili, dunque di dare risposte ai rispettivi territori e di evitare peregrinazioni all’interno della Calabria e altrove. Ora che il timone del Piano di rientro è tornato nelle mani di un politico, cioè il presidente Roberto Occhiuto, spero che per questi ospedali calabresi, a lungo dimenticati, si applichino le deroghe ammesse dagli standard vigenti, che in linea di massima dovrebbero essere riconfermati a breve».
Brisinda si riferisce al regolamento che definisce le diverse tipologie ospedaliere per livelli di complessità assistenziale e in relazione ai volumi di utenza corrispondenti, cioè il D.M. numero 70/2015. Nel contempo, lo specialista allude alla bozza del decreto sostitutivo, di prossima uscita, che ne aggiorna il contenuto pur mantenendone l’impianto. 

«Per la normativa devono essere presenti una serie di discipline. Ecco quali»

Giuseppe Brisinda

«Partiamo – spiega il docente della Cattolica – dalla normativa esistente, posto che il suo aggiornamento, per come concepito, non cambierebbe, una volta pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, la questione che ci occupa. Vado a memoria. Nel definire gli ospedali sede di Pronto soccorso, gli standard attuali stabiliscono che può essere prevista codesta specifica funzione, per come lì descritta, in presidi ospedalieri di aree disagiate, ad esempio le zone montane, anche se avessero un numero di abitanti di riferimento inferiore ad 80.000. In questo caso, devono, non possono, essere presenti le discipline di Medicina interna, Chirurgia generale, Anestesia, Ortopedia e servizi di supporto in rete di guardia attiva e/o in regime di pronta disponibilità ininterrotta di Radiologia, Laboratorio ed Emoteca». 
«La norma predetta – osserva Brisinda – ha un senso preciso. In pratica, gli ospedali delle zone montane, caratterizzate da clima rigido e obiettive difficoltà di spostamento, devono garantire i trattamenti principali in caso di urgenza. Per questo non possono essere sprovvisti delle dotazioni ivi contemplate, indispensabili alla stabilizzazione clinica e, ove occorra, al successivo trasferimento tempestivo al Dea (Dipartimento di Emergenza-Urgenza e Accettazione, nda) di livello superiore di cura. In Calabria, il decreto in parola è stato invece attuato in maniera confusa: in parte utilizzando la norma ricordata; in parte quella seguente, che, dedicata alle aree disagiate, ne riduce i presidi ospedalieri a poco più di Punti di primo intervento, lasciandovi soltanto un piccolo Pronto soccorso, una Medicina interna, una Chirurgia generale limitata a interventi con dimissioni nella stessa giornata o appena dopo, un laboratorio analisi per soli ricoverati e un’emoteca giusto per il bisogno. È evidente che con tale configurazione le popolazioni montane sono penalizzate e i cittadini devono sperare di non avere necessità assistenziali nei mesi più freddi. Mi lasci dire, su questa linea di ragionamento, che la chirurgia è un mestiere. Pertanto, chirurghi non allenati con l’attività in elezione, finirebbero per non gestire adeguatamente l’urgenza e l’emergenza».

Brisinda: «Dopo le elezioni la struttura commissariale tenga conto di questi aspetti»

«Voglio essere fiducioso – tiene a precisare il chirurgo del Gemelli – che dopo le elezioni del prossimo 25 settembre la struttura commissariale del governo tenga conto di questi aspetti e, insieme ai commissari delle Asp interessate (quella di Cosenza per gli ospedali di Acri e di San Giovanni in Fiore, quella di Catanzaro per l’ospedale di Soveria Mannelli e quella di Vibo Valentia per l’ospedale di Serra San Bruno, nda), provveda a riorganizzare la rete dell’assistenza ospedaliera sulla scorta delle possibilità che la citata normativa, e, se confermata, la nuova in uscita,  consente in favore dei presìdi di montagna».
Sul piano intellettuale non sarebbe onesto, all’antivigilia delle Politiche, strumentalizzare questo approfondimento di Corriere Suem, che resta fuori dalla dialettica politica e dà sempre spazio alle proposte, alle idee, agli sforzi, da qualunque parte provengano, di migliorare il Servizio sanitario della Calabria. (redazione@corrierecal.it)

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