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La ‘ndrangheta “variabile” nella terra dei Gonzaga, dove i colletti bianchi si adeguano ai clan

Viaggio a ritroso tra le ‘ndrine di Mantova. Dall’inchiesta “Sisma” al confino di Dragone. Le 604 imprese calabresi di edilizia e costruzioni. E una presenza che confonde legale e illegale

Pubblicato il: 19/01/2023 – 8:11
di Paride Leporace
La ‘ndrangheta “variabile” nella terra dei Gonzaga, dove i colletti bianchi si adeguano ai clan

Mantova nel 2014 era al terzo posto in Italia per la qualità della vita. Lo annunciava con giusto orgoglio il sindaco dell’epoca Nicola Sodano, architetto originario di Crotone. Evidentemente all’epoca il Festival della letteratura, gli splendidi teatri, il fasto di una delle corti rinascimentali d’Europa che ospitava Torquato Tasso e Mantegna prevaleva. Oggi la classifica tende al centro e gli indicatori sono precipitati. Classifiche umorali e variabili quelle delle città e delle province.
L’inizio anno ha ricordato a tutti che in zona c’era stato un terremoto. Quello del 2012. Ma non era un anniversario. “Sisma” è il nome dell’operazione dei carabinieri che ha arrestato nove persone per l’assegnazione di fondi. Non è semplice corruzione. C’è l’aggravante mafiosa. Logata ‘ndrangheta.
Nell’ordinanza infatti si è letta un’intercettazione: «Io, come ditta, non posso lavorare nel sisma perché mio nonno era mafioso». Chi parla è un tecnico attrezzato. E lo dice per intimidire secondo i magistrati. Fa il rup, il responsabile del procedimento amministrativo nei piccoli comuni di Poggio Rusco, Villa Poma, Magnacavallo, Sermide, Borgo Mantovano. È quello che istruisce, assegna i fondi. E’ unico in questa funzione. Il rup è un architetto, ha 37 anni. Si chiama Giuseppe Todaro, nipote di Antonio Dragone, mammasantissima calabrese morto ammazzato nella sua Cutro nel maggio del 2004.

Il B&B aperto a Cuba con i soldi della società di famiglia

Todaro parla molto al telefono con amiche e conoscenti. Racconta della società di famiglia schermata da prestanome e di un B&B aperto a Cuba con i soldi dei proventi. Rup nei comuni e imprenditore occulto. Perché Todaro non ha solo un nonno mafioso, ma anche tre cugini condannati per mafia e per l’omicidio di Salvatore Blasco, ordinato dal boss Dragone ai suoi nipoti nel 2004 nell’ambito della guerra contro la cosca Grande Aracri. Il padre Raffaele aveva sposato la figlia del boss Dragone, e in famiglia tra calabresi le attitudini si valorizzano, e pur se il matrimonio era finito, molte aziende di subappalto le controllava ancora Todaro senior. Si pensava che i perdenti Dragone di Cutro al Nord fossero in ritirata. Invece sommersi continuano a far soldi. Il rup assegna i finanziamenti del terremoto e impone le ditte che fanno capo alla famiglia.

I colletti bianchi si adeguano al clan. Poi arriva l’esposto di un “uomo normale”

L’operazione “Sisma” è emblematica della ‘ndrangheta moderna del Nord. Il clan direttamente controlla i soldi pubblici in nome della casa madre e gli ingegneri, i direttori di banca, i colletti bianchi, imprenditori si adeguano. E infatti si legge in uno dei verbali: «Mi ero sentito costretto ad accettare l’imposizione per non avere problemi… Io avevo il timore di ritorsioni per il fatto che sapevo dei collegamenti di Todaro con la ’ndrangheta..». Ma c’è anche chi dice no. Un geometra mantovano che cura una pratica di risarcimento a Magnacavallo si rifiuta di cambiare la ditta incaricata dei lavori per preferire quella indicata dal Rup. Ha scritto Armando Stella in un incalzante editoriale sul Giorno: «Dalla segnalazione di questo piccolo eroe normale è nato un terremoto giudiziario. Dieci arresti e un sistema affaristico-criminale alla gogna. È l’undicesimo patrimonio Unesco della Lombardia: il geometra di Magnacavallo». Un uomo normale, il quale ravvisate le richieste di Todaro ha scritto un esposto alla Regione Lombardia che ha fatto scoprire la ‘ndrangheta sommersa collusa con i colletti bianchi. Il governatore Fontana che è in campagna elettorale per il rinnovo della carica non ha perso tempo a metterci il cappello sopra scrivendo in un comunicato diramato a poche ore dagli arresti: «L’inchiesta è nata proprio da un esposto trasmesso dalla Struttura commissariale di Regione Lombardia per l’emergenza e la ricostruzione, a seguito di una serie di lamentele evidenziate da parte di un cittadino».

Le 604 imprese calabresi di edilizia e costruzioni nel Mantovano

Mantova che nelle inchieste si fonde con la confinante Emilia infestata dalle feroci e fameliche cosche crotonesi non ha grandi narrazioni mafiose. Non ha locali di ‘ndrangheta accertata, ma le ndrine ci sono in uno schema diverso da quello solito. C’è altro. Nei quindici anni dal 2002 al 2017 le imprese mantovane locali sono diminuite del 21,6% a fronte di un aumento del 9,5% delle imprese cutresi che si sono insediate nella provincia mantovana. C’è stato uno stravolgimento antropologico dell’economia del territorio. Per questo motivo l’ex parlamentare Luigi Gaetti ha investito il suo Tfr per finanziare una ricerca ad hoc condotta dal ricercatore universitario Patrizio Lodetti che ha accertato questa infiltrazione che confonde legale e illegale. Una presenza di imprese crotonesi, in grande maggioranza del settore edile e costruzioni, si concentra nel mantovano a Viadana, Suzzara, Gonzaga, Mantova e Borgo Virgilio. In dettaglio sono 604 le imprese calabresi di edilizia a costruzioni nel Mantovano di cui 311 di Crotone, in particolare di Cutro. E i fatturati di queste aziende sono in saldo attivo rispetto a quelle autoctone. Molti imprenditori padani mollano e vendono.

Le geografia ‘ndranghetistica della Padania

La scena dell’omicidio del boss Antonio Dragone

Mantova è rimasta nel cono d’ombra dell’espansione avvenuta nella confinante Reggio Emilia. Tutto nasce ancora una volta con la misura del confino data ad Antonio Dragone, il famoso nonno dell’architetto recentemente arrestato, che nel 1982 viene mandato nel paesino di Quattro Castella, frazione di Montecavolo nel Reggiano. Con il tempo arrivano affiliati e parenti.
Totò Dragone faceva il bidello nella sua Cutro. Si era fatto le ossa da giovane nella guerra contro gli Oliverio. Nicola Gratteri scrive nei suoi libri che è lui a trasferire Paul Getty da Roma in Calabria su diretto mandato di Saverio Mammoliti nel rapimento che sancisce il grande salto della ‘ndrangheta.  
Negli anni Ottanta le cosche del Crotonese si posizionano nel Mantovano. Gli Oliverio della frazione Pompa di Cutro, avversari di Dragone, fanno quartier generale a Suzzara, i Ferrazzo di Mesoraca s’insediano tra Curtatone e Virgilio, da Isola Capo Rizzuto arrivano anche gli Arena e i Nicoscia che si installano a Viadana. Una geografia ‘ndranghetista si replica in Padania con guerre e ammazzamenti dove spunterà presto il feticcio di Grande Aracri. Da luogotenente a boss internazionale. A rileggere le sentenze oggi riscontriamo le omogenità geografiche e il campanilismo mafioso che si diffonde nel Mantovano che fu dei Gonzaga.

Antonio Muto, muratore diventato palazzinaro

Antonio Muto

L’ultima apparizione di Totò Dragone è in tribunale a Reggio Emilia in un processo contro i “nemici” Vasapollo e Bonaccio. Vorrebbero attribuirgli una soffiata agli inquirenti. Vestito di blu non si scompone e scandisce: «Li conosco, frequentavo le loro famiglie, prima di entrare ci siamo salutati, e li ho baciati. Tra di noi non c’è stata nessuna faida». Dopo 22 anni di carcere Dragone rientra in Calabria per trovarvi la morte violenta fra Cutro e Steccato.
Cambia la ‘ndrangheta a Mantova. Antiche aziende secolari del riso che cercano politici che possano introdurre da Grande Aracri per avere rapporti tranquilli con dirigenti di banche e prendere illecitamente finanziamenti pubblici. L’ala militare la trovi a far affari al Cibus, nei bar che contano nel distretto.
Un altro di Cutro che ha fatto carriera a Mantova è Antonio Muto, re del mattone locale. Quando arriva Beppe Grillo da araldo nascente dei Cinque stelle tuona in piazza Sordello sotto la neve: «La mafia e la ’ndrangheta non fanno più le palazzine, voi qui però avete Muto…». Apriti cielo con i media locali a rilanciare e l’imprenditore cutrese ad annunciare querele e dichiarare alle gazzette locali: «Non so che cosa siano ’ndrangheta e mafia. Da Cutro sono andato via a quattordici anni per lavorare. Io col malaffare non c’entro nulla». Due anni dopo scattano le inchieste. Ha pagato un processo mediatico infinito il muratore diventato palazzinaro con troppi debiti bancari. Nel Mantovano ci sono a suo dire 15 Antonio Muto imprenditori edili.
L’ombra del sospetto, forse per essere originario di Crotone, certamente per le attenzioni dell’Antimafia sulla pratica Lagocastello, lottizzazione per 200 villette e un hotel su un’area di 400mila metri quadrati, colpisce anche il sindaco Sodano che deve attendere 1478 giorni per ascoltare il verdetto che lo assolve da ogni accusa insieme ad altri coimputati. Doveva ricandidarsi, ha dovuto pensare a difendersi. Oggi è tornato ad occuparsi di politica. La qualità della vita nella Mantova dei Gonzaga e dell’edilizia a trazione cutrese è molto variabile. (redazione@corrierecal.it)

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