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«Narita, l’economista che predica l’estinzione delle persone inutili»

«Si chiama Yusake Narita, il professore giapponese di economia dell’Università di Yale (Connecticut), che ha recentemente proposto una soluzione per risparmiare sui bilanci assistenziali e sanitar…

Pubblicato il: 16/02/2023 – 6:55
di Francesco Bevilacqua*
«Narita, l’economista che predica l’estinzione delle persone inutili»

«Si chiama Yusake Narita, il professore giapponese di economia dell’Università di Yale (Connecticut), che ha recentemente proposto una soluzione per risparmiare sui bilanci assistenziali e sanitari dei governi. Come riportato dal New York Times negli USA e ripreso dalle maggiori testate mondiali, il prof. Narita pensa ad una obbligatorietà dell’eutanasia per gli anziani. Anzi, ne progetta il suicidio di massa. Tutto questo – dice l’accademico – anche per consentire alle generazioni giovani e intraprendenti di farsi strada negli affari ed in politica. Davvero simpatici questi economisti neo-liberisti, che impreziosiscono il loro proverbiale pragmatismo con suggestioni spiritualiste. Già, perché in Giappone – paese d’origine di Narita, afflitto dalla più bassa natalità del Pianeta e dal maggior tasso di invecchiamento della popolazione – il suicidio rituale fa parte della cultura nazionale: i samurai che falliscono hanno l’obbligo di togliersi la vita con il “seppuku”. Qualcuno ricorderà, ad esempio, che il grande scrittore Yukio Mishima, nel 1970, fece “harakiri” pubblicamente, inneggiando ai sacri valori perduti della patria nipponica. Solo che nel caso del prof. Narita le ragioni del suicidio collettivo sono più prosaiche di quelle di Mishima: sfoltire l’umanità degli individui “inutili” alla produzione e al consumo. L’idea lanciata dal prof. Narita non è che uno dei sintomi che il tema della morte, negato da decenni di follia vitalista e pretese scientiste di stampo transumanista (il transumanesimo è una corrente di pensiero che ritiene che la morte sia solo una malattia che la scienza riuscirà a guarire), torna in auge nelle nostre società ipertecnologiche sol perché queste si riscoprono improvvisamente incapaci di mettere d’accordo l’illusione della crescita infinita con l’invecchiamento della popolazione. Da qui la veemente ripresa di interesse mediatico per la morte. Innanzitutto quelle che ho definito “esequie dei famosi”: Elisabetta d’Inghilterra, Papa Ratzinger, Piero Angela, David Sassoli, Monica Vitti, Gina Lollobrigida, Pelè, per citare solo alcune delle più recenti. Con il corollario di cerimonie estenuanti, panegirici, retoriche, pettegolezzi. Assistiamo poi ad una sovraesposizione della morte da catastrofi: la pandemia, la guerra in Ucraina, il terremoto in Turchia e Siria. Moribondi intubati nei letti d’ospedale, corpi straziati, cadaveri per le strade, elenchi e conti quotidiani. Il tutto con un solo scopo: provare a far riaccettare alla gente quell’idea della morte che nei decenni dell’esaltazione progressista si era provato a negare. Già nel 1955, in un suo breve saggio, l’antropologo Goeffrey Gorer definiva i prodromi di questa finta celebrazione collettiva del fine vita, “pornografia della morte”. Stessa definizione usata nel 1978 dallo storico Philipe Aries in “Storia della morte in Occidente”. Aries parla anche di “Morte proibita”.
Da parte mia, appartengo ad una generazione che ancora poteva osservare i defunti nelle case durante i tre giorni canonici di lutto, quel rito di commiato, ben analizzato, nella sua forma cerimoniale tipica del Sud Italia, dall’antropologo Ernesto De Martino in “Morte e pianto rituale nel mondo antico”, che doveva servire a superare la “crisi del cordoglio”. Ricordo anche che i miei mi portavano spesso al cimitero, a “visitare i morti”. Ed ho anche fatto esperienza diretta della morte da catastrofe, quando, nelle prime settimane del terremoto d’Irpinia e Basilicata del 1980, con una colonna di volontari mi recai a Muro Lucano per prestare soccorso. Tutto questo per dire come anche nelle società proto-consumistiche, la morte era ancora un fatto reale, familiare, “vissuto”. È con la mutazione antropologica di cui scrisse Pier Paolo Pasolini (il passaggio da una civiltà contadina che aveva la natura come riferimento ad una civiltà industriale fondata su consumismo ed edonismo) che la morte venne espulsa dall’orizzonte di senso della cultura vitalista che accompagna l’ubriacatura neo-liberista.
Ma la morte, purtroppo – o per fortuna -, non è una malattia, come pretenderebbero i transumanisti. La morte è invece “la meta di ogni vita”, come osservò l’ateo Freud in “Al di là del principio del piacere”. Oppure, come accade in gran parte delle religioni, la morte è un “mistero”, ossia qualcosa di numinoso, che attiene al recinto del sacro e non può essere sconfitto da ciò che è profano, cioè dagli uomini e dalla scienza.
Ecco perché il prof. Narita ha potuto rendere pubblica impunemente la sua tesi sul suicidio di massa degli “inutili”: perché per uno scienziato la morte non è affatto un mistero ed è invece nella piena e totale disponibilità dell’uomo. Al punto che, se è necessario fare un po’ di repulisti demografico per alleggerire le spese della sanità e del welfare o per rilanciare PIL e consumi, basta convincere anziani, malati e depressi ad ingollare la pillolina della pace eterna, che, fra qualche anno, quando Narita sarà nominato ministro dell’economia, potremo acquistare liberamente nei super-mercati oppure ci sarà fornita direttamente dallo Stato».

*Avvocato e scrittore

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