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I ristoranti della ‘ndrangheta a Roma “rovinati” dal Pos (e dal Covid). «Da gennaio abbiamo perso un milione»

Nell’inchiesta “Eureka” della Dda reggina le lamentele del figlio di Domenico Giorgi. «Con il lavoro normale ci saremmo divisi un sacco di soldi»

Pubblicato il: 05/05/2023 – 19:40
di Giorgio Curcio
I ristoranti della ‘ndrangheta a Roma “rovinati” dal Pos (e dal Covid). «Da gennaio abbiamo perso un milione»

REGGIO CALABRIA Il Covid-19 e le restrizioni imposte, ma anche il diffondersi dei pagamenti elettronici attraverso i Pos e non in contanti. Due fattori che hanno inciso, anche in modo sostanziale, negli affari della famiglia Giorgi e i soci. È quanto emerge dall’inchiesta “Eureka” e da quanto il gip del Tribunale di Reggio Calabria, Valerio Trovato, ha riportato tra le centinaia di pagine che costituiscono l’ordinanza che ha portato all’arresto di decine di persone. L’imponente operazione coordinata dalla Distrettuale antimafia di Reggio Calabria (guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri) ha acceso i riflettori su un dedalo di società, nomi fittizi e s.r.l. sparse tra l’Italia e il Portogallo riconducibili a Domenico Giorgi, classe ‘60, già conosciuto con i soprannomi di “Berlusconi” o “Milionario”, finito agli arresti domiciliari nell’inchiesta “Eureka”.

Il ruolo di Domenico Giorgi

Dall’indagine sarebbe emerso come già il 29 settembre del 2016 lo stesso Domenico Giorgi avesse ceduto ai figli le proprie quote della “Caffè In s.r.l.” con sede legale a Roma, le cui quote ore sono state sequestrate, proprietaria del ristorante romano “Antica Trattoria da Pallotta”.  Ma, così come hanno ricostruito gli inquirenti attraverso una lunga serie di intercettazioni, di fatto Domenico Giorgi non era mai uscito dalla società e continuava «a sovraintendere qualunque operazione e ad assumere decisioni e disposizioni concernenti la società» servendosi del genero il quale, insieme a Francesco Giorgi, «gestisce il ristorante romano e la cassa comune dove confluiscono gli utili, divisi tra i soci formali e i soci occulti».

La spartizione dei ricavi

«(…) qua possiamo spartire o 30… 7.500 l’uno o 40 perché ce ne sono 80 mila… gli operai sono stati già pagati… e ne rimangono 40… che dividiamo 40, 10 mila l’uno…». Gli appunti della polizia giudiziaria, finiti nell’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, accertano che i ricavi provenienti dai ristoranti portoghesi venivano suddivisi tra Domenico Giorgi e i figli per una quota del 53% mentre il restante 47% veniva suddiviso tra i restanti soci, compreso il genero Francesco Nirta, marito di Caterina Giorgi mentre i ricavi della società “Caffè In s.r.l.” venivano spartiti nell’ambito della famiglia Giorgi, compreso anche in questo caso il genero. L’intercettazione dell’8 settembre 2021 sarà seguita, il giorno dopo, da un’altra conversazione captata dagli inquirenti. Questa volta l’argomento è il conteggio dei ricavi mensili dei locali portoghesi, citando i due ristoranti di Lisbona, “Al Garage” e “Italy Caffè” e i due ristoranti di Braga, “La Porta” e “Caffè Italy”. «(…) quindi il totale che abbiamo diviso era 50 dell’Italy…. e 60 del Garage (…) e più 70 la sopra… 70 a Braga… di tutti e due i locali… il 45% del Caffè Italy… quindi del Caffè Italy a te li sono venuto 5.625. alla Porla li vengono 2.812…».

I due cognati “rovinati” dal Pos e le restrizioni

I due cognati, Giorgi e Nirta, continuano a discutere del “fondo cassa”. Calcolano le quote destinate ai singoli soci e contano il denaro, annotando i relativi importi. Nella conversazione intercettata il 10 settembre 201 i due commentano l’effettivo fatturato registrato dal ristorante “Antica Trattoria da Pallotta” nel mese di agosto, pari a 170.718 euro, lamentandosi della circostanza che 104.015 euro fossero stati «incassati con pagamento elettronico» e si dicono convinti che, a partire dal mese di maggio, avessero fatturato 579mila euro nonostante le restrizioni determinate dal periodo pandemico. «(…) nel 2018… 29 mila euro di spartizione… 116 abbiamo diviso… 29 mila euro a testa… in assoluto è stato nel 2017… 48 mila euro a testa… 48.500 euro!» «Ci siamo divisi 194 mila euro (…) e teniamo conto che ci ha rovinati… che se era con il lavoro normale, ci saremmo divisi un sacco di soldi», riferendosi all’emergenza pandemia da Covid-19 e le restrizioni imposte. «(…) minchia da gennaio ne abbiamo 939… un milione Ci’… abbiamo perso un milione di euro… abbiamo perso». Gli inquirenti sono convinti che i fondi, anche in quantità ingenti, venissero “distratti” dagli incassi dei locali. E sa da un lato erano state le chiusure ordinate dal governo in tempi di “zona rossa”, dall’altro ad incidere sarebbero stati anche i pagamenti elettronici sempre più diffusi, «circostanza che limita notevolmente il margine di manovra per distrarre somme dagli incassi della società». (g.curcio@corrierecal.it)

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