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«Olimpio Talarico regala la conoscenza dei nostri caratteri»

Caccuri dedica un percorso letterario ad uno dei suoi figli migliori, lo scrittore Olimpio Talarico. Doveroso per una comunità che, attraverso opere come “Cosa resterà dei nostri amori”, “L’assenza c…

Pubblicato il: 08/08/2023 – 16:52
di UGO FLORO
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«Olimpio Talarico regala la conoscenza dei nostri caratteri»

Caccuri dedica un percorso letterario ad uno dei suoi figli migliori, lo scrittore Olimpio Talarico. Doveroso per una comunità che, attraverso opere come “Cosa resterà dei nostri amori”, “L’assenza che volevo”, “Racconti Tra nord e sud” , “Amori regalati” e l’ultima “Avrei voluto scriverti cantando”, è entrata ufficialmente nella cartina geografica della moderna letteratura italiana. I Mergoli, il castello, le serre, le chiese, le dimore del borgo silano  saranno gli snodi cruciali di un vero e proprio tour che si svolgerà il prossimo 11 agosto. Ma forse sarebbe più opportuno definirlo una  esplorazione   dei luoghi-teatro delle molteplici vicende umane narrate da Talarico. Io, da “straniero” , il percorso letterario lo feci da me, perdendomi nel centro storico e nelle voci dei suoi abitanti, parecchio tempo fa. Avevo appena finito di leggere “Cosa rimane dei nostri amori”, mi trovavo in Sila, e fui letteralmente aggredito dalla necessità di rileggere l’opera con i piedi, con il cammino meglio. Qualcuno ha definito “Cosa rimane dei nostri amori” il libro della maturità di Olimpio Talarico. A parer mio, e non credo solo mio, non è così.  “Cosa rimane dei nostri amori” è  semmai  la conferma di una maturità letteraria che Olimpio ha, per così dire, conseguito ben prima di sedere sui ‘banchi di scuola’ di quella che potremmo definire la trilogia caccurese , la quale esplode di pastosità narrativa proprio con questa opera dall’eco clamorosa, oserei dire perdurante. E’ vero, c’è stata  una pandemia che ha frenato le attività promozionali legate ai libri, ma quand’anche non vi fosse stata “Cosa rimane dei nostri amori” avrebbe continuato a macinare dibattito, presentazioni, occasioni belle di incontro , esattamente come ora. Perché? Perché  essa  è una apocalisse  nell’accezione greca del termine, una rivelazione  graduale, pagina per pagina, dei caratteri di una Calabria che sorprende. Questo disvelamento capovolge lo stereotipo , sia giornalistico che letterario, di una terra a torto considerata piagnona, consegnandocene una viva, a tratti indomita. Gli stati d’animo dei protagonisti e financo quelli delle ‘controfigure’ narrate da Talarico li senti ancora, a distanza magari di anni dalla lettura che ne hai fatto. E se vai a Caccuri ne odi il vociar tra le ‘vinelle’. Cosa rimane dei nostri amori è un’opera dunque vivente perché ti consegna la bussola per orientarti nei meandri di una Calabria varia. Olimpio regala con la bellezza e con la ricchezza di una prosa a tratti anche dura la conoscenza dei nostri caratteri . Da amare, deplorare,  imitare, elogiare. Ecco perché essa è un’opera che ti entra dentro,  perché attraverso la narrazione di una immaginaria  tragedia caccurese riceviamo le diapositive molto fedeli di come sappiamo amare, di come sappiamo difendere, di come sappiamo indagare quella casa che pensavamo di conoscere, ma che invece scopriamo a noi ignota. E’ un paese sconosciuto quello che si offre alla lettura degli eventi operata da Jacopo Jaconis. Di qui la sua indagine intrigante, personale e condivisa,  che porterà via via alla verità di un eccidio che la comunità voleva tentare invano di rinchiudere negli annali polverosi della omertà. E’ una inquisizione, per nulla torquemadiana, che non risparmia nessuno, che fa finanche crollare i punti fissi di un piccolo paese quali possono essere le persone colte e le autorità morali , vedi il prete di Caccuri. E’ lo sconvolgimento di una famiglia, la buona famiglia Jaconis, dove alberga la lettura quotidiana  dei classici , dove ogni familiare credeva di averle lette tutte le umane vicende, a partire da Omero fino ai  capi saldi novecenteschi, salvo gli stessi Jaconis trovarsi invischiati in una trama meta letteraria inedita, la loro, che nulla ha da invidiare ad altre ben più note. Roba difficilissima da raccontare, eppure Olimpio ci riesce con una dovizia astuta, anche terminologica, che spesso attinge alla fonte dialettale. Perché nei nostri dialetti si trovano quelle radici greche che nessun alfabeto moderno potrà mai sostituire quando si tratti di investigare l’animo umano, e di leggere il futuro.

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