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‘Ndrangheta, l’estate di sangue di Mileto: luce sull’omicidio di Angelo Corigliano

Vendette incrociate e ritorsioni alla base dei due agguati mortali avvenuti tra luglio e agosto 2013. Ecco la ricostruzione dei delitti

Pubblicato il: 07/09/2023 – 13:37
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta, l’estate di sangue di Mileto: luce sull’omicidio di Angelo Corigliano

VIBO VALENTIA L’inchiesta “Maestrale-Carthago” della distrettuale antimafia di Catanzaro ha fatto luce anche su un altro omicidio, quello di Angelo Corigliano, ucciso a Mileto il 19 agosto 2013, con l’arresto di Salvatore Pititto, Domenico lannello, Domenico Polito e Giuseppe Mazzitelli, tutti e quattro finiti in carcere. Un caso «tipico di vendetta mafiosa» così è stato definito dagli inquirenti, di fatto la risposta ad un altro agguato mortale avvenuto circa un mese prima, il 17 luglio 2013, quello di Giuseppe Mesiano. I due fatti di sangue sono connessi e sarebbero da ricondurre ai contrasti tra i Mesiano e i Corigliano, problemi di vicinato tra le rispettive proprietà in località Pigno di Mileto, nel Vibonese. Un conflitto via via sempre più acceso tra le due famiglie, soprattutto a causa degli attriti tra Angelo Corigliano e Franco Mesiano legati ad alcune attività estorsive ai danni dei supermercati Corigliano fino all’incendio della porta di ingresso della abitazione di Giuseppe Corigliano, avvenuto la notte del 17 luglio 2013, a cui è seguito dopo qualche ora l’omicidio di Giuseppe Mesiano, poi l’uccisione di Angelo Corigliano, morto per la Dda dopo essersi rifiutato di perpetrare un danneggiamento a un supermercato di Ricadi i cui titolari avevano interrotto la fornitura del pane. 

L’estate di sangue di Mileto

Un’estate di sangue quella vissuta a Mileto, sulla quale già a marzo del 2018 la Dda di Catanzaro aveva fatto luce sui due omicidi, con l’iscrizione nel registro degli indagati di Franco Mesiano quale mandante; Pasquale Pititto quale organizzatore delle fasi preliminari ed esecutive; Salvatore Pititto e Domenico Iannello quali esecutori materiali; Vincenzo Corso quale braccio destro di Mesiano e referente del gruppo Pititto-Iannello, incaricato di presidiare i luoghi prescelti per il delitto e di monitorare movimenti della vittima mentre per il primo omicidio, quello di Giuseppe Mesiano (ucciso da 7 proiettili di pistola semiautomatica alla schiena al collo e alla testa nel suo podere di campagna) sono accusati Giuseppe Corigliano, in concorso con il figlio Angelo Antonio (poi ucciso un mese dopo).

Le dichiarazioni di Oksana Verman

A fornire dettagli importanti agli inquirenti è stata Oksana Verman, compagna di Salvatore Pititto. E lo ha fatto durante la sua preziosa collaborazione con la giustizia a partire dall’operazione “Stammer”.  «Nel 2013 Rocco Iannello aveva fatto incendiare il portone di una casa dove abitava una famiglia che era in lite con i Mesiano. A distanza di poco tempo, è successo che è stato ucciso Giuseppe Mesiano, quello del panificio in località Calabro». «Dopo un po’ di tempo – racconta Oksana Verman agli inquirenti – è successo che, in risposta all’omicidio di Mesiano è stato ucciso il figlio del signore anziano al quale avevano incendiato la porta. Salvatore Pititto mi ha detto che ad ucciderlo sono stati lui e Domenico Iannello, mentre erano a bordo di un motorino rubato, quando questa persona era in macchina, credo una Punto bordeaux». «Pititto mi parlò dell’incendio del portone solo dopo che era stato ucciso Giuseppe Mesiano e mi disse che doveva andare ad una riunione. Salvatore Pititto mi disse anche che alla riunione dal cugino, Pasquale Pititto, doveva andare con lui pure Enzo, il genero di Giuseppe Mesiano». E ancora: «Successivamente a questa riunione è stata uccisa una seconda persona e, solo dopo questo secondo omicidio, Salvatore Pititto mi ha detto che questo soggetto morto era quello a cui era stato incendiato il portone da Rocco Iannello e mi ha detto che la persona morta era l’unica che poteva avere ucciso Giuseppe Mesiano, perché la sua famiglia era la sola ad aver avuto contrasti con loro».  

Le conversazioni autoaccusatorie

Nelle successive inchieste gli inquirenti della Dda di Catanzaro riescono ad intercettare alcune conversazioni di Michele Galati che hanno svelato moltissimi elementi nuovi in merito all’omicidio Corigliano ed hanno permesso di individuare i ruoli assunti da ciascun indagato sia nella fase decisionale sia in quella esecutiva. Elementi che confermerebbero le dichiarazioni di Oksana Verman e «supererebbero anche l’assoluzione del 25 febbraio 2022 pronunciata dalla Corte di Assise di Catanzaro». «(…) ci sta la pentita! (…) eh questa volta Turi parte! Questo è il biglietto di Turi, gli ha detto tutto». A parlare è Michele Galati insieme a Rocco e Armando Galati, commentando proprio le prime dichiarazioni della Verman e riferendosi al fatto che Pititto (Turi) aveva raccontato tutto sull’omicidio. È il 21 marzo 2018 quando gli inquirenti riescono a registrare i dialoghi tra Michele Galati e Domenico Polito nel corso dei quali i due parlano in modo molto dettagliato dell’omicidio di Angelo Corigliano.

La ricostruzione dei fatti

«(…) ha sparato uno di Tropea, si chiama Giuseppe e guidava la moto a Mimmo da “Canigghja” e non me lo dire a me!». Il primo passaggio importante, scrive il gip nell’ordinanza «si coglie quando Polito riferisce a Galati che sulla moto, con a bordo i killer che materialmente uccisero Corigliano, non c’era Salvatore Pititto, evidenziando che pero quest’ultimo era presente, ma un soggetto proveniente dal centro abitato di Tropea il cui nome è “Giuseppe “, posto alla guida, e che sul sedile passeggero si trovava Domenico Iannello, contiguo alla cosca dei Mesiano». Nel corso del dialogo, poi, Domenico Polito sottolinea la sua presenza e, anzi, è ancora più dettagliato nel descrivere il suo ruolo nella vicenda che il 19 agosto 2013 ha portato all’uccisione di Corigliano. «C’ero io là Michele quel giorno, hai capito? (…) Ho guardato che non passassero i Carabinieri….hai capito?!». Poi parla del summit: «Lo dovevamo fare qua, qua come parcheggiava… che la mattina veniva a prendersi il caffè (…) poi è venuto Turi (Salvatore Pititto) e mi ha detto “la mattina ehhh.. lo facciamo qua (…) come si allontana qua… davanti a quella traversa… hai capito!?». Nel corso della conversazione, Domenico Polito aggiunge di aver proposto di non uccidere Corigliano nei pressi del bar, rimandando l’esecuzione nel pomeriggio e conferma la tesi di Michele Galati secondo la quale i killer avevano atteso l’attivazione nascosti nel garage dell’abitazione di Salvatore Pititto. «Sono partiti dal garage di Turi, erano fermi là, Turi era davanti alla porta quando è passata la macchina… che loro sapevano che poi andava verso… eeeeh quelli con la moto sono usciti! (…) ed Enzo era da qualche parte che aspettava!» riferendosi al ruolo di Vicenzo Corso.

L’indagine

Per gli inquirenti, così riportato nell’ordinanza del gip, alcuni riscontri obiettivi alle dichiarazioni di Polito provengono dalle riprese video degli impianti di videosorveglianza installati presso l’esercizio commerciale di proprietà di Antonino Currà nelle quali si nota che i killer di Corigliano erano a bordo di uno scooter di grossa cilindrata ed hanno percorso lo stesso tragitto che Corigliano ha compiuto dopo aver effettuato una sosta all’altezza dell’officina dei “Tulino”, per poi raggiungerlo il bar “Blue Moon”. L’individuazione di Giuseppe Mazzitelli quale soggetto che ha condotto la moto su cui viaggiava Domenico lannello che ha sparato contro Corigliano, è stata effettuata dalla polizia giudiziaria grazie a Polito che lo ha indicato come “uno di Tropea”, specificando che usava una Lancia Y oltre al fatto che era un cugino di Galati.  (g.curcio@corrierecal.it)

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