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storie di mafia

Matrimoni e summit di ‘ndrangheta, l’alleanza per depotenziare il clan Mancuso

Il patto di Bovalino con i Piscopisani. Gli incontri tra i Bonavota e i cutresi. L’alleanza con Grande Aracri. La tensione prima della faida

Pubblicato il: 24/09/2023 – 9:59
di Pablo Petrasso
Matrimoni e summit di ‘ndrangheta, l’alleanza per depotenziare il clan Mancuso

VIBO VALENTIA «Luigi Mancuso era il più giovane capo crimine quando venne ucciso Michele Manco a Pizzo e credo che lui ne fosse a conoscenza perché in quel periodo comandava». Il riferimento del pentito Andrea Mantella fissa i tempi: le radici del potere criminale di quello che diventerà “il Supremo” affondano negli anni Novanta. Tecnicamente si potrebbe parlare di clan Mancuso al plurale: questione da studiosi della ’ndrangheta che i magistrati della Dda di Catanzaro affrontano negli atti dell’inchiesta “Maestrale Carthago 2”. Si tratta di «più rami operativi interni alla famiglia, a volte in contrasto tra loro, anche perché muniti di propria autonomia organizzativa, ma sostanzialmente “uniti e compatti”» nel nome degli «interessi economici» e dell’«immagine esterna dell’organizzazione».

Bonavota, Piscopisani, Emanuele: la «linea di alleanza» contro il “Crimine” di Limbadi

Sono i capi della cosca Mancuso a ricoprire, nel territorio della provincia di Vibo Valentia, «in periodi diversi» la carica di “Crimine”, «figura al quale le ulteriori famiglie malavitose presenti sul territorio vibonese, salvo rare eccezioni, hanno dovuto rendere conto in relazione alle strategie criminali da adottare». È sulle «rare eccezioni» e sulla ricerca di appoggi esterni per sfuggire al controllo della ‘ndrina di Limbadi che si concentra il racconto “storico” che fornisce un contesto all’inchiesta.
I magistrati antimafia – “Maestrale Carthago 2” è firmata dal procuratore Nicola Gratteri e dai sostituti Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Buzzetti – evidenziano una «linea di alleanza» tra la famiglia Bonavota di Sant’Onofrio, il cosiddetto gruppo dei “Piscopisani” e gli Emanuele della frazione Ariola di Gerocarne. Un asse scissionista che si è opposto – in una certa fase – al predominio assoluto dei Mancuso (in quel periodo il “Crimine” era rappresentato da Pantalone “Scarpuni”) e ha «autonomamente (…) deciso di non “rispondere” più al “Crimine” di Limbadi».

Il patto di Bovalino tra i “Piscopisani” e i clan della Locride

È una storia di contatti tra pezzi di ‘ndrangheta distinti e summit e matrimoni di mafia quella che l’indagine “Maestrale Carthago” ripesca dall’operazione “Crimine” per rileggerla in chiave vibonese. Già nel 2010 il gruppo dei “Piscopisani” «aveva iniziato a intrecciare rapporti mafiosi con esponenti di primissimo livello della ‘ndrangheta reggina e segnatamente con appartenenti alle famiglie Commisso di Siderno, Aquino di Gioiosa Jonica e Pelle di San Luca. Il patto viene sancito a Bovalino il 3 febbraio 2010 nell’abitazione di Giuseppe Pelle “Gambazza” nel modo più classico, con il conferimento di «“doti” mafiose di elevato rango ai “Piscopisani” Salvatore Giuseppe Galati e Michele Fiorillo detto “u Zarrillo”». Non è un incontro qualsiasi: ci sono anche il “capocrimine” Domenico Oppedisano e Giuseppe Commisso “u Mastro”, due personaggi di primo piano. Ciò che spicca, però, sottolineano i magistrati, è «l’assenza di una rappresentanza della famiglia egemone sul Vibonese, ovvero i Mancuso». È una notazione importante: il gruppo dei “Piscopisani”, grazie a «dirette e qualificate referenze con i vertici della ‘ndrangheta dell’area jonica reggina», si sarebbe adoperato «per “rispondere” direttamente a quel contesto criminale, in maniera del tutto indipendente all’autorità mafiosa storicamente riconosciuta, sulla provincia di Vibo Valentia, ovvero Pantaleone Mancuso detto “Scarpuni”».

Il summit tra Bonavota e cutresi nell’agriturismo di Cirò Marina

È ancora sul versante jonico, ma più a Nord, che si registra un altro tentativo di manovra per sfuggire all’ingerenza dei Mancuso. Questa volta i segnali arrivano dall’operazione “Kyterion” ed evidenziano i rapporti tra alcuni membri della famiglia Bonavota di Sant’Onofrio e il clan Grande Aracri. Il summit avviene il 14 dicembre 2013 nell’agriturismo gestito dalla moglie del “capo locale” di Cirò Marina Cataldo Marincola. Gli investigatori annotano targa e modello delle auto che arrivano in campagna. E identificano due presunti affiliati alla ‘ndrina Bonavota. Fermano la loro Volkswagen Golf: nel bagagliaio trovano cinque ceste con prodotti natalizi. Per i magistrati è «evidente» che i due uomini, «tra l’altro indicati quali organici alla cosca Bonavota dai collaboratori di giustizia, si siano recati in Cirò Marina per incontrare esponenti di primo piano della ‘ndrangheta locale».

I tre matrimoni di ‘ndrangheta tra il 2012 e il 2013

Cambiano tempo e luogo: 12 aprile 2012, San Luca, un matrimonio su cui si accendono i fari dei carabinieri. Oltre ad alcuni invitati «legati da vincoli di parentela alle famiglie Romeo-Staccu, Pelle-Gambazza e Vottari-Frunzu», i militari fermano e controllano due uomini «ritenuti affiliati alla cosca Bonavota».
Sono anni contrassegnati da vari tentativi di alleanze extra provinciali. Il 15 luglio 2012 c’è un matrimonio in un noto hotel del Vibonese: è festa nella famiglia di uno dei reggenti del clan Bonavota. Al ricevimento partecipano «soggetti organici alla consorteria di ‘ndrangheta capeggiata da Nicolino Grande Aracri». Qualche mese dopo è proprio il boss “mano di gomma” a raccontare l’episodio: «Mi hanno mandato a dire che gli Alvaro… dice che siccome sono andati a un matrimonio Tommaso con i cutresi… sono andati a un matrimonio a Vibo Valentia da loro…». «Gli Alvaro – continua Grande Aracri – dice che mandano… mandano l’imbasciata… dice “Ci stiamo per Nicola”… dice… “che ci veda bene su questo fatto qua che ci uniamo per trovare una pace”». Stesso hotel, altro matrimonio, questa volta nel 2013. Gli investigatori appuntano numeri di targa e risalgono agli intestatari. Arrivano da Crotone e Africo e uno dei veicoli è stato controllato con a bordo Michele Bolognino, considerato uno dei capi dei clan cutresi in Emilia Romagna. Le presenze ai matrimoni di ‘ndrangheta non sono mai casuali: per i magistrati si tratta di un segnale della saldatura (o di un tentativo) tra i clan della Locride e di Cutro e gli “scissionisti” vibonesi.

I Bonavota e la “Provincia” di Grande Aracri

D’altra parte, a quei tempi, Grande Aracri progetta di creare una “provincia” di ’ndrangheta indipendente. E uno dei pentiti del lametino, Giuseppe Giampà, traccia una linea di congiunzione tra quell’idea e i propositi di affrancamento dai Mancuso. All’allora pm della Dda di Catanzaro (e oggi procuratore di Lamezia) Salvatore Curcio dice: «Volevano passare i Bonavota pure di Vibo pure sotto la provincia di Crotone, si stava diciamo parlando. Noi praticamente volevamo fare un locale a Lamezia, un locale, perché noi non siamo aperti come locale a Lamezia».
Sono anni cruciali per i fermenti della ‘ndrangheta vibonese. Maturano scelte di campo che possono scatenare contrasti sanguinosi. L’arresto di Grande Aracri ferma il progetto di “mettersi in proprio”. I contatti tra Sant’Onofrio e la Locride, però, continuano.

«Noi dobbiamo dare conto a San Luca»

Ve n’è traccia nel 2016, quando viene documentato un presunto incontro tra esponenti del clan Bonavota e membri della cosca Morabito. Ed è ancora Andrea Mantella, nel racconto dell’omicidio di Filippo Gancitano – eliminato perché la cosca Lo Bianco «aveva saputo che era gay» – a riferire una risposta al suo tentativo di risolvere la faccenda senza spargimento di sangue. «Mi dissero (Enzo Barba “il musichiere” e Carmelo Lo Bianco “Pizzinni”, ndr) che queste cose “non devono esistere”, che “noi dobbiamo dare conto a San Luca” e non ci potevamo permettere di avere o di aver avuto un gay nella cosca». Il sistema di potere “alternativo” è basato sulle solite logiche arcaiche. Sono anni di tensioni che sfoceranno in una vera e propria guerra con il clan Mancuso a tirare le fila delle cosche satellite in un gioco di potere che porterà a equilibri guidati dalla ‘ndrina di Limbadi. Sul selciato, però, resteranno molti cadaveri. (p.petrasso@corrierecal.it)

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