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‘ndrangheta e istituzioni

Da Acquaro a Capistrano, l’anno dei commissariamenti nella provincia vibonese

In pochi mesi sciolti due comuni, commissione di accesso per altri quattro. Il prefetto Grieco chiamato agli “straordinari”. Gli effetti di una legge discussa

Pubblicato il: 01/01/2024 – 9:02
Da Acquaro a Capistrano, l’anno dei commissariamenti nella provincia vibonese

VIBO VALENTIA Acquaro e Capistrano sciolti, accesso agli atti per Stefanaconi, Tropea, Mileto e Nicotera. Sono ben sei i comuni della provincia vibonese finiti quest’anno sotto la lente della commissione d’accesso antimafia a causa di presunte infiltrazioni della criminalità organizzata. Mentre per i primi due è già arrivato il decreto del Consiglio dei ministri che ne ha determinato lo scioglimento, i restanti quattro aspettano con il fiato sospeso l’esito della valutazione dei commissari. A questi si aggiunge l’Azienda sanitaria provinciale, di recente interessata dall’insediamento della Commissione d’accesso antimafia. Dati che raccontano come quella vibonese resti una realtà complessa in cui le istituzioni, oltre ad una diffusa situazione debitoria e di povertà sociale, si ritrovano ad affrontare il rischio di una frequente permeabilità ‘ndranghetista. Con il conseguente rischio di commissariamento dovuto alla discussa legge sullo scioglimento dei comuni, ritenuta da alcuni “necessaria” e “dannosa” da altri.

Lo scioglimento di Acquaro e Capistrano

È il 18 settembre quando il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli Interni Piantedosi, delibera lo scioglimento del comune di Acquaro «in considerazione delle comprovate ingerenze da parte della criminalità organizzata». L’Amministrazione, fin lì guidata dal sindaco Giuseppe Barilaro, viene “costretta” a lasciare le redini del paesino montano per presunte infiltrazioni ‘ndranghetiste.  Per il primo cittadino, al terzo mandato dopo la vittoria bulgara del 2020, pesano presunti rapporti emersi nelle recenti inchieste, già raccontati dal Corriere della Calabria, che coinvolgono due consiglieri comunali. In particolare, ruolo determinante avrebbero avuto le presunte «frequentazioni correnti con un soggetto apicale della locale consorteria criminale, nonché con diversi parenti di questo esponente di spicco del clan locale» di un assessore dell’amministrazione Barilaro, oltre ad un «malfunzionamento della gestione politica e di quella amministrativa del Comune di Acquaro», come segnalato dal Prefetto Grieco. Ad un mese di distanza esatto, tocca invece al poco distante comune di Capistrano, guidato dal giovane sindaco Marco Martino. Un caso già sollevato nel 2022 dall’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, che aveva riportato di presunti legami tra esponenti dell’amministrazione e la famiglia Mancuso. Accuse che l’ex sindaco Martino aveva subito rispedito al mittente, prima dell’avvenuto scioglimento di quest’anno.

«Impugnerò il decreto»

«Non esiste e non è mai esistito alcun condizionamento di alcun tipo nella gestione della mia Amministrazione Comunale o alcun collegamento diretto o indiretto con sodalizi criminali finalizzati ad alterare la volontà degli Organi Elettivi per compromettere il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione». Dura, il giorno dopo, la reazione del sindaco Martino alla notizia dello scioglimento. L’ex primo cittadino di Capistrano ha subito negato ogni tipo di infiltrazione mafiosa nella sua amministrazione, annunciando che avrebbe «impugnato un decreto errato». Proprio ieri, infatti, l’ex sindaco Martino ha annunciato il ricorso al Tar contro lo scioglimento. Dichiarazioni alle quali seguono quelle del Prefetto di Vibo, Giovanni Paolo Grieco che, interrogato dalla Gazzetta del Sud sulla lunga serie di comuni vibonesi attenzionati dall’antimafia, ha risposto: «Parlano gli atti ed io mi sono limitato a vedere le risultanze del monitoraggio che era stato avviato e tirando le somme, è uscita fuori questa esigenza condivisa poi a livello centrale, perché sia l’accesso che lo scioglimento vengono decisi a livello centrale».

Accesso agli atti per quattro comuni

Allo scioglimento di Acquaro e Capistrano, si aggiunge quello di Soriano, sciolto nel 2022 ma confermato dal Tar solo a giugno di quest’anno. Situazione “complessa” che parte dalle zone dell’entroterra e si espande fino alla costa. Oltre ai tre comuni di montagna, sono infatti in bilico Nicotera e Tropea in attesa dell’esito della Commissione d’accesso agli atti insieme ai comuni di Stefanaconi e Mileto. Si è “salvato” per ora, ma non è escluso che venga coinvolto, anche il comune di Cessaniti, in cui l’ex sindaco Francesco Mazzeo si è subito dimesso dopo che dall’operazione Maestrale Carthago sono emersi possibili condizionamenti mafiosi sull’amministrazione. L’inchiesta della Dda ha poi convinto il Prefetto Grieco a inviare la Commissione anche a Mileto, per valutare presunti collegamenti tra il clan Pititto e alcuni ex assessori. Parte, invece, da Petrolmafie la procedura di accesso agli atti per Stefanaconi, comune guidato da Salvatore Solano che si è detto, poco dopo la notifica, «pienamente fiducioso nelle istituzioni dello Stato che hanno il compito di accertare la verità secondo giustizia e legalità, a cui, noi amministratori, non ci siamo mai sottratti e mai ci sottrarremo». L’ex presidente della provincia è stato condannato in primo grado a 1 anno (con pena sospesa) proprio nel processo Petrolmafie, mentre è stata archiviata, invece, l’accusa di abuso d’ufficio e peculato nei suoi confronti.

«Una spada di Damocle sulla nostra testa»

Disposta ad ottobre la commissione d’accesso anche per i comuni di Nicotera e Tropea. Il sindaco nicoterese Giuseppe Marasco ha rassegnato subito le dimissioni esprimendo solamente «amarezza e dispiacere». Diverso, invece, l’approccio del sindaco di Tropea Giovanni Macrì che nell’immediato ha parlato di «danno enorme al turismo e alla città». Concetto espresso anche in occasione della conferenza stampa di pochi giorni fa per il resoconto di fine mandato, in cui ha riservato critiche ad una legge, quello sullo scioglimento, molto discussa. «Una spada di Damocle sulla testa di tutti gli amministratori che, soprattutto al Sud, devono confrontarsi con un contesto difficile. I parlamentari – ha aggiunto – sanno bene che si tratta di una legge da modificare, perché non ci sono criteri oggettivi che portano allo scioglimento dei comuni».

Una legge discussa

Con Capistrano e Acquaro, sono in totale 130 i comuni calabresi sciolti dal 1991 per infiltrazioni mafiose, ovvero da quando è stato introdotto il provvedimento disciplinato dal cosiddetto Tuel. Un numero che rende la Calabria prima regione per commissariamenti dovuti alla criminalità organizzata. Sulla bontà della legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa imperversa, da anni, un dibattito tra gli addetti ai lavori. L’aggiornamento della legge è richiesto, tra gli altri, anche da Avviso Pubblico. L’ente che riunisce gli enti locali e regionali contro le mafie considera la legge «necessaria», ma migliorabile sia in misura di prevenzione dalle infiltrazioni sia per «prevedere una terza via, un’alternativa per i casi meno gravi di condizionamento mafioso dell’ente locale». La modifica, come riporta l’ultimo report di Avviso Pubblico, è al vaglio anche del XIII Comitato della Commissione Antimafia. «Punto di partenza – si legge nel report – è la ferma convinzione che il sistema di tutela preventiva attualmente in vigore non possa essere abbandonato». La soluzione della “terza via” è stata proposta in passato anche dall’ex presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, che aveva pensato a una sorta di «tutoraggio dello Stato, un’assistenza verso l’ente “parzialmente infiltrato”, senza che questo debba essere commissariato o debba perdere la guida politica». (redazione@corrierecal.it)

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