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il dramma

La storia del piccolo Sultan, morto a Steccato di Cutro

L’intervista al padre del bambino nel programma “Il cavallo e la Torre”. «Fatemi vedere la sua tomba. Il governo italiano ha ucciso mio figlio»

Pubblicato il: 20/01/2024 – 11:50
di Francesco Veltri
La storia del piccolo Sultan, morto a Steccato di Cutro

COSENZA Si avvicina la data del 26 febbraio, un anno dalla tragedia di Steccato di Cutro in cui persero la vita 94 persone (34 bambini), 11 i dispersi. Ieri nel corso del programma in onda su RaiTre “Il Cavallo e la Torre” il conduttore Marco Damilano è tornato a occuparsi del naufragio attraverso la voce di una famiglia siriana che ha perso a Cutro un figlio di sei anni, Sultan. Gli inviati Giuseppe Ciulla e Giacomo Del Buono sono andati in Turchia per intervistarli.
Prima però hanno ascoltato Taha El-Gazi, un attivista turco che ha incontrato insieme ai giornalisti italiani gli avvocati delle famiglie delle vittime di Cutro: «Qui in Turchia – ha evidenziato El-Gazi – il tema dei migranti non è molto sentito, siamo in pochi a occuparcene, spero che questa collaborazione sia proficua». Sono due le famiglie individuate che hanno perso familiari a Cutro. Potrebbero essere tra le cinque vittime ancora non identificate. Una di queste famiglie vive in Siria «in un’area controllata dal regime di Assad – ha affermato El-Gazi – l’altra famiglia viveva in Libano e ne ho perso le tracce». Vivendo in una condizione di costante pericolo, la prima famiglia non è riuscita a mettersi in contatto con le autorità italiane e con le Nazioni Unite. «Se provassero a uscire dalla Siria – ha sottolineato sempre l’attivista turco – il regime di Assad li considererebbe un nemico e li torturerebbe, per questo motivo hanno paura. Non è possibile comunicare con loro perché non si può utilizzare WhatsApp, Telegram. C’è un avvocato che ha a cuore questa storia e io sono in contatto con lui. Si connette da un Internet Cafè. Quando in Siria fai una cosa del genere devi fornire il tuo nome e il tuo documento, anche lui per questo è molto impaurito e prudente». «Queste famiglie sono disperate – ha detto Stefano Bertone, uno degli avvocati dei famigliari delle vittime di Cutro – quello che possiamo fare noi in questa fase è aiutarli a capire se le persone che cercano, figurano tre le cinque salme ancora non identificate, ma per riuscirci bisogna fare il test del DNA».

La storia del piccolo Sultan

Come anticipato, durante il programma “Il Cavallo e la Torre” si è raccontata anche la storia di un bambino di sei anni, Sultan, morto nel naufragio di Steccato di Cutro. Il padre del piccolo ha mostrato all’invito la foto del figlio scomparso e il suo letto tra le lacrime. «Quando in Siria è cominciata la guerra – sottolineato l’uomo – i servizi segreti siriani hanno arrestato mio fratello e i suoi figli. Io allora ho preso i miei figli e per salvarli siamo scappati in Libano, ma lì ci discriminavano perché siamo sunniti, per questo siamo venuti Turchia. Quando siamo arrivati qui Sultan non era ancora nato. Ero felicissimo, era il mio secondo figlio maschio. È morto due giorni prima del suo compleanno». «Il mio figlio più grande voleva venire in Europa – ha ricordato sempre il padre di Sultan – perché qui è difficile lavorare, non avrebbe avuto nessun futuro, per questo è partito con lo zio. Io ho mandato anche Sultan perché in questo modo avremmo potuto chiedere il ricongiungimento familiare». Alla domanda del giornalista Giuseppe Ciulla di come sia stato possibile far partire un figlio di sei anni, il padre del piccolo Sultan ha detto di essere stato costretto: «Qui non possiamo vivere e in Siria sono ricercato dal regime di Assad. Per pagare il viaggio ho venduto i gioielli d’oro di mia madre». Sultan, lo zio e il fratello hanno viaggiato per cinque giorni in mare, «poi mentre dormivo – ha detto sempre il padre del bambino – mi è arrivato un messaggio audio di Sultan e dello zio (“Papà, io sto bene!” “Sono in Italia, papà”, “Noi stiamo bene, grazie a Dio, non mi fa male nulla e non mi è successo nulla, tranquillo papà”)».

«Per me è morta anche la speranza»

«Mio figlio più grande – ha spiegato il padre di Sultan – mi ha chiamato dopo il naufragio e mi ha detto “Stai tranquillo papà, Sultan è qui vicino a me, sta dormendo”. Non mi ha detto che era morto perché sa quanto lo amo. Lo ha detto alla mamma ma in quei giorni ho capito che era successo qualcosa, ho capito che era morto». «Da quando mio figlio è morto – ha continuato l’uomo – per me è morta anche la speranza, per questo ho preso il mio zaino e lo scorso giugno sono partito per l’Italia attraverso la Grecia per vedere la tomba di mio figlio. Ho camminato quattro giorni fino in Grecia ma l’esercito mi ha trovato e mi ha tenuto in carcere per una settimana, poi mi hanno rimandato in Turchia. Ripartirei subito per poter vedere la tomba di mio figlio, è tutto ciò che chiedo». «Quando Giorgia Meloni – ha detto ancora l’uomo – ha ricevuto una delegazione di sopravvissuti alla strage di Cutro, c’era anche mio figlio maggiore, lei lo ha abbracciato e gli ha detto che era molto dispiaciuta. Il governo italiano deve risarcirci, sono loro la causa della morte di mio figlio. Se l’Italia non lo farà andrò fino alle Nazioni Unite per rivendicare questo diritto». Sulle cause e sulle responsabilità di quella tragedia terribile è in corso un’inchiesta della magistratura. (f.veltri@corriecal.it)

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