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Rifiuti «inquinanti» smaltiti a Vibo e la compromissione dell’ecosistema agrario. «Io adesso vi posso aiutare»

Le accuse mosse nei confronti degli indagati nell’inchiesta della procura. Le posizioni e le misure di Ortenzia ed Eugenio Guarascio

Pubblicato il: 13/03/2024 – 19:00
di Fabio Benincasa
Rifiuti «inquinanti» smaltiti a Vibo e la compromissione dell’ecosistema agrario. «Io adesso vi posso aiutare»

VIBO VALENTIA «Abusivamente cagionavano una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili del suolo e dell’ecosistema agrario». E’ una delle accuse mosse nei confronti degli indagati, finiti al centro di una inchiesta condotta stamane dai Carabinieri dall’Aliquota Operativa del Nor di Serra San Bruno unitamente al Nipaaf dei Carabinieri Forestali di Vibo Valentia coordinati dal Procuratore della Repubblica Camillo Falvo e da un sostituto co-titolare del procedimento. Nell’inchiesta sono finiti Eugenio Guarascio, Ortenzia Guarascio e Francesco Currado per i quali è stata applicata la misura dell’obbligo di dimora nel comune di residenza, mentre per Giuseppe Antonio Caruso e Rosario Fruci è stata disposta la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla pg. Da quanto emerso, gli indagati – a vario titolo – avrebbero «con attività decisionali, esecutive e materiali (…) gestito abusivamente ingenti quantitativi di materiale formalmente qualificato come “ammendante compostato misto” ma in realtà costituente rifiuto». Sempre secondo l’accusa, avrebbero «violato ed eluso le prescrizioni dei provvedimenti autorizzativi, indispensabili per una corretta trasformazione dei rifiuti in ammendante compostato misto». Ed ancora, nell’ordinanza a firma della gip Barbara Borelli, emerge come gli indagati abbiamo «sovraccaricato lo stabilimento di quantitativi di matrice organica, anche attraverso la falsa attestazione che l’impianto potesse sostenere un incremento di materiale da trattare pari al 50% rispetto a quanto autorizzato» e quindi ritenuto «rifiuto inquinante». Non solo, da quanto emerso, gli indagati avrebbero effettuato «senza alcuna autorizzazione, lo scarico del percolato prodotto nell’impianto sulla pubblica via, con conseguente sversamento nel vicino fiume “Mesima”, disfacendosi dell’ammendante, depositandolo in contrada Fillò del comune di Serra San Bruno, area ricadente all’interno del Parco Regionale delle Serre, per un quantitativo pari a circa 264 tonnellate».

Le accuse nei confronti dei fratelli Guarascio

Nei confronti di Ortenzia Guarascio, amministratrice unica della Eco Call Spa con sede a Vazzano, ed amministratrice delegata di Ecologia Oggi, l’accusa ritiene sussistenti le prove per dimostrare come la stessa si sia occupata «personalmente o tramite personale di sua fiducia, di coordinare e sovraintendere all’attività di gestione dell’impianto all’intero ciclo di lavorazione della matrice organica e al conferimento del prodotto lavorato». L’indagata, si sarebbe inoltre attivata con diversi contatti, incontri e trattative con i dirigenti dell’autorità competente (riferibili a figure della Regione Calabria), per «garantirsi il proseguimento dell’attività, nonostante le gravi criticità che incidevano sul ciclo produttivo e sul prodotto finale, che rimaneva rifiuto», sino anche a «consentire l’ingresso di un maggiore quantitativo, per conseguire ingenti profitti illeciti derivanti dal pagamento correlato a tale maggiore quantità in ingresso della matrice organica in misura superiore alle capacità che l’impianto avrebbe potuto trattare». L’imprenditore Eugenio Guarascio, amministratore unico della 4EL GROUP s.r.l, (proprietaria delle quote azionarie della ECO CALL S.p.A. e della ECOLOGIA OGGI S.p.A.), secondo l’accusa, avrebbe rafforzato «il proposito delittuoso di Ortenzia Guarascio, condividendo e sostenendo la sua condotta con particolare riguardo alla ferma posizione da adottare nei confronti dei rappresentati della Regione Calabria per garantire il proseguimento dell’attività».

I monitoraggi e i campionamenti

Le attività di indagine a riscontro rispetto alle ipotesi accusatorie hanno riguardato controlli, campionamenti e analisi accompagnati da intercettazioni telefoniche e dal monitoraggio del sito in cui è ubicato lo stabilimento dell’ECO CALL. L’occhio attento della telecamera utilizzata dagli investigatori ha permesso di monitorare il ciclo produttivo dell’ammendante compostato misto svolto fuori dai capannoni dove era ubicata «una vagliatrice mobile dalla quale usciva il prodotto raffinato che finiva in un cumulo» che il giorno successivo, «veniva prelevato, caricato su uno o più camion e destinato ai comuni conferitori, ovvero alle aziende agricole». Questa procedura «viola» quanto previsto dalle norme. Una delle intercettazioni confluite nell’inchiesta è ritenuta particolarmente utile alle indagini e dimostrerebbe l’effettivo conferimento dell’Acm prodotto dallo stabilimento ECO CALL ad un’azienda agricola.
Lo stesso imprenditore, conferma al telefono la disponibilità nell’accogliere l’ammendante. «Basta che non ci fanno problemi per scaricare, noi siamo tranquilli». Ed ancora «Io adesso vi posso aiutare». Quest’ultima affermazione, per chi indaga, lascia «chiaramente intendere che l’utente finale, benché non avesse un’effettiva necessità di Acm, lo stava ricevendo solo per aiutare l’ECO CALL consentendole di disfarsi del prodotto». Tuttavia, il prodotto consegnato «emanava una forte puzza, tale da aver suscitato le lamentele dei vicini». Sul punto occorre precisare, che «un’ammendante compostato misto di ottima qualità emette un odore di “terreno di sottobosco”; al contrario il prodotto che esce dallo stabilimento di Vazzano, per come constatato anche dalla polizia giudiziaria in occasione di alcuni prelievi, emetteva un odore sgradevole e intenso».
(f.benincasa@corrierecal.it)

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