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STORIA E GEOGRAFIA DEL 25 APRILE IN CALABRIA

Chi si oppose in Calabria al fascismo? Gli irriducibili antifascisti non mancarono

Non erano solo comunisti e socialisti, c’erano anche repubblicani, liberali, anarchici, massoni e persino pentecostali e Testimoni di Geova

Pubblicato il: 25/04/2024 – 7:01
di Paride Leporace
Chi si oppose in Calabria al fascismo? Gli irriducibili antifascisti non mancarono

Oggi festa della Liberazione. Da cosa? Dal fascismo, regime che per 20 anni ha segnato gli italiani. Quando il governo è a destra l’attenzione sale, come ora tra uno Scurati censurato e chi balbetta sull’antifascismo per non perdere consenso.
Il fascismo è eterno e non muore a Milano con l’ingresso dei partigiani in città. Lo ha ben codificato Umberto Eco nel suo breve saggio omonimo che segna come caratteristiche lo stato etico assoluto e alcuni archetipi di riferimento come rifiuto dello spirito critico, complottismo, contrasto al pacifismo, la frustrazione delle classi medie, la paura delle diversità che spesso diventa razzismo e via declinando.
Il 25 aprile è data italiana ma è vento del Nord; le vicende del Sud andarono diversamente e la storia e geografia del resistere calabrese merita uno scandaglio alla vigilia degli 80 anni della data fondativa della Repubblica e della Costituzione.

Antonio Guarasci insieme alla moglie Geltrude Buffone

Il 25 aprile del 1945 è data di guado anche dalla nostre parti tra il Pollino e lo Stretto. La vita democratica era una novità. Ne cita traccia Antonio Guarasci, primo presidente democristiano della nostra Regione, storico, che in un suo studio sul collegio della natia Rogliano segnala che nei comuni (qui avvengono le prime elezioni nel 1946) avviene la prima svolta sulla capacità di autonomia e di scelte politiche e programmatiche che vedono i calabresi del tempo nuovo prendere i propri destini in mano. È un dato che ritrovo anche in un editoriale del 1975 di Piero Ardenti che da direttore del “Giornale di Calabria”, nel pubblicare degli inediti del comunista Fausto Gullo, citava anch’egli il ruolo delle capacità operative degli enti locali quale nuovo modo di governare. Era un lavoro oscuro iniziato prima del fascismo, nato da un lavoro politico e civile che aveva avuto “interpreti famosi e interpreti oscuri”.

Fausto Gullo

In Calabria abbiamo perso un riferimento storico. Il nostro 25 aprile collettivo calabrese arriva prima, e non come diretta guerra civile ma con le lotte per la terra. I nostri contadini, guidati dai dirigenti dei partiti antifascisti scendono in campo dopo il 25 luglio del 1943. Per essere più precisi, come annota Augusto Placanica, nel settembre del 1943, i contadini di Casabona, pochi giorni dopo l’armistizio occupano i fondi Sairtizzi e Acquadolce dei baroni Berlingieri. Lo scontro è nel latifondo. Come una macchia d’olio in quel 1943 i contadini occupano le terre a Strongoli, Melissa, Cirò e presto a San Giovanni in Fiore nella Sila. Sono avvenimenti che cadono sul governo Badoglio. Ministro dell’Agricoltura è il comunista Fausto Gullo che emana il primo decreto che legittima in considerazione dello stato di necessità, le occupazioni già avvenute, concedendo le assegnazioni ai contadini costituiti in cooperative. Ne seguiranno altri di decreti allargando questo movimento di Liberazione dalla povertà e dallo stato di bisogno. Diventerà il Movimento di Rinascita molto attivo fino al 1950 e che sarà molto visibile con i fatti di Melissa con la polizia che ammazza contadini di ogni fede politica, missini compresi. Il punto democratico calabrese opposto al fascismo, io ritengo sia da quella parti della nostra Storia, quindi ben prima del 25 aprile 1945.
Nel Ventennio di Mussolini chi si oppose in Calabria al Fascismo? Come nel resto d’Italia c’era una larga maggioranza di adesione al nuovo blocco sociale fascista e monarchico. Gli irriducibili antifascisti non mancarono. La ricerca storica ci aiuta a capire chi erano costoro. Quelli colpiti dal confino e dai provvedimenti giudiziari. Oggi con molta fatica si ha memoria di quelli celebri: Pietro Mancini, Fausto Gullo, Bruno Misefari. Poi ci sono gli altri, gli anonimi, gli sconosciuti. Furono in totale 417 ad essere proclamati ufficialmente nemici del regime. Secondo archivistici e storici i numeri sono in linea con il resto dell’Italia e i fascicoli giudiziari testimoniano che l’opposizione al fascismo in Calabria fu avanguardia ma consistente ed estesa. Non erano solo comunisti e socialisti, c’erano anche repubblicani, liberali, anarchici, massoni e persino pentecostali e Testimoni di Geova. Sono storie di umili che abbiamo conosciuto leggendo le lettere sgrammaticate delle loro donne che in italiano stentato chiesero clemenza al duce, a donna Rachele, al re. Poveri che diventavano poverissimi senza l’uomo di casa, e che al ritorno dal confino o dal carcere erano degli emarginati cui nessuno dava lavoro. Girolamo Muratori, ad esempio, assistente edile comunista di Cittanova fu ritenuto di sentimenti avversi al regime. A casa sua fu rinvenuta una foto di Giacomo Matteotti e degli scritti sovversivi. Cinque anni di confino. Lasciò a casa la moglie con 4 figli, il più grande 13 anni e la fame e il freddo per la famiglia. Il decoratore Giuseppe Musumeci di Santa Severina fu arrestato nel 1936 . Conviveva con la sua donna da cui aveva avuto tre figli. Per sopravvivere la signora andò a servizio e le sue due piccole gemelle di pochi mesi furono portate alla maternità dalla forza pubblica come nel film “Il monello” di Chaplin. La madre impazzì dal dolore e finì al manicomio. Il povero Peppino Musumeci uscito da prigione nel 1944 “non era ancora riuscito a rintracciare le sue creature”. Anche questo è stato il fascismo. Si finiva al confino per aver strappato una foto del duce, qualcuno ubriaco per averlo insultato nella pubblica via oppure perché era calabrese capotosta come il calzolaio comunista di Marcellinara, Vincenzo Scozzafava, che già indicato come “pericoloso all’ordine nazionale” si reca all’anagrafe per imporre al figlio appena nato il nome di Lenin. Consigliato a desistere dal prudente impiegato del suo paese, il compagno Scozzafava dichiarò che lui non poteva modificare le sue idee e che Lenin Scozzafava doveva chiamarsi il neonato. Finirà in manette denunciato al Trubunale speciale.

Pasquale Cavallaro e la Repubblica Rossa di Caulonia

La Calabria, comunque, ebbe anche il suo 25 aprile anticipato armi in pugno. Il 29 marzo del 1945, Pasquale Cavallaro, maestro elementare comunista e ndranghetista (quando la nostra mafia era ancora autodifesa popolare), guida la sollevazione e da sindaco proclama la Repubblica rossa di Caulonia. Un prete fu ucciso e molti finirono sotto la sferza dei rivoltosi. La leggenda narra che Stalin disse: «Ci vorrebbe un Cavallaro in ogni contrada». Il Pci fu molto prudente invece e costrinse Cavallaro ad arrendersi. In oltre trecento andarono a processo, quasi tutti, tranne tre, graziati dall’amnistia di Togliatti guardasigilli che da buon statista pacificò l’Italia della guerra civile. A Caulonia stasera su convocazione dell’Anpi, il 25 aprile sarà rievocato nel nome della Repubblica rossa di Cavallaro, e il polemista Ilario Ammedolia tornerà a chiedere l’omaggio della toponomastica a quell’evento storico che l’altra parte del paese continua a non concedere nel nome del prete ammazzato.
In Calabria c’è da registrare anche la nascita del neofascismo già dal novembre del 1943. Con la liberazione alleata della nostra regione, nuclei di giovani mettono bombe a caserme di carabinieri e case di antifascisti, compiono anche atti dannunziani mettendo fiori sulle tombe dei soldati tedeschi. Finiranno a processo. È il processo degli 88. Alla sbarra ci sono personaggi da film. La nobildonna già amante di Michele Bianchi, l’eretico Luigi Filosa espulso dai fascisti durante il regime perché amico dei progressisti e che torna tra i neri nel momento della sconfitta, Orlando Mazzotta futuro principe del Foro cosentino e che sarà missino di rango. Finiranno assolti a Catanzaro per mille cavilli con gli imputati che cantano “Giovinezza” davanti al magistrato. In Cassazione anche loro beneficeranno dell’amnistia di Togliatti come i rivoltosi di Caulonia. Gli altri, il popolo del consenso fascista, era diventato antifascista in poche ore dopo il 25 luglio 1943. Fu proprio Orlando Mazzotta a raccontarmi che quel giorno a Cosenza, vide Ciccio Leporace, noto antifascista cosentino, che si era appuntato alla sua elegante giacca il simbolo del Pnf e lui meravigliato chiedere: «Oi Ci’ e chissu?», e mio zio di rimando che sapeva essere umorista dissacrante: «Orla’ tutti su su cacciatu e io mi le misu». Iniziava una nuova Italia e una nuova Calabria tra antifascisti inventati e fascisti nostalgici.
Buon 25 aprile a tutti. Anche ai fascisti che grazie a quella data possono liberamente esprimere le loro idee.

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