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la riflessione

Il fascismo profondo spiegato a Mieli, alla Gruber, a Fazio e a Giannini nel giorno della liberazione

Di Francesco Bevilacqua*

Pubblicato il: 25/04/2024 – 13:13
Il fascismo profondo spiegato a Mieli, alla Gruber, a Fazio e a Giannini nel giorno della liberazione

C’è chi dice che non c’è più pericolo che torni il fascismo. Fra tutti l’ineffabile maestro di pensiero Paolo Mieli. Io dico, invece, che c’è un fascismo più profondo, che sopravvive e si espande, non solo in Italia e non solo a destra. Il fascismo, come intuì Pier Paolo Pasolini, non è solo quello inventato da Mussolini. Fascismo non è un’ideologia storica, come crede qualche nostalgico illuso, che assegna all’individuo superbo l’eroico compito di ripulire il mondo dagli ultimi, dagli inutili, dagli indifesi, per creare una razza di ferro. Fascismo è, invece, una psicologia, un modo di concepire la politica, le relazioni, la vita, il mondo. È una patologia profonda della psiche umana. Una patologia ben viva prima del fascismo storico, presente ancora oggi e che rimarrà anche nel futuro. Perfino nelle menti di tanti che oggi si dicono antifascisti, blaterano nei talk show, chiedono agli altri di dichiararsi antifascisti, senza mai affidarsi, invece, proprio loro, ad uno psicoanalista.
Il fascismo vero è quando crediamo che il bene stia da una parte ed il male dall’altra. Quando, essendo al potere, non facciamo nulla per guarire il mondo anche dal fascismo, ma prima ancora dalle disuguaglianze, dall’uso svergognato del potere finanziario, dall’omologazione culturale, dalla mistificazione imperante sugli stessi media che si dichiarano antifascisti. Il fascismo vero è quando pretenderemmo che al potere vi fosse sempre la nostra parte politica, riducendo così democrazia ed alternanza a meri simulacri. Il fascismo vero è quando limitiamo la polemica politica a puri slogan. Il fascismo vero è quando noi che ci proclamiamo antifascisti non ci distinguiamo quasi per nulla (se non per piccoli dettagli) dai nuovi, sempiterni fascisti, quando, conquistato il potere, siamo solo capaci di apparire come la copia sbiadita delle destre laddove conta davvero: in economia, nella società, in politica estera.
Pasolini queste cose le aveva capite bene. E le scrisse con chiarezza, fra l’altro, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 24 giugno del 1974 (ora in “Scritti corsari”). Il fascismo per lui era il “nuovo Potere” affermatosi nel dopoguerra, “la sua smania […] cosmica di attuare fino in fondo lo Sviluppo, produrre e consumare”, di omologare culturalmente l’Italia, di costringerci ad assumere “un linguaggio del comportamento […] completamente convenzionalizzato”. E aggiungeva: “Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza”. Parole che sembrano scritte appositamente per certi opinionisti nostrani – tutti retoricamente antifascisti – che però poi, al momento di passare dagli slogan ai fatti, sono più fascisti (nel senso pasoliniano del termine) dei neo-fascisti stessi.
Ecco, nel giorno della festa della liberazione dal nazi-fascismo, mi piace ricordare esattamente questo pensiero eretico. “Perché – come concludeva Pasolini – il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”.

 *Avvocato e scrittore

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