Caos concessioni marittime, ecco cosa rischia la Calabria
La sentenza del CdS colpisce un comparto che garantisce oltre seimila occupati. Negli ultimi dieci anni ha avuto la crescita più forte in Italia

CATANZARO Il rischio che la sentenza del Consiglio di Stato getti nel caos l’intero mondo che ruota attorno alle concessioni marittime è più di un’ipotesi remota. Una decisione che finirebbe per colpire una miriade di imprese che, soprattutto in Calabria, sono rappresentate da una costellazione di micro realtà a conduzione familiare. Con conseguenze devastanti sulla tenuta economica e dunque sull’ occupazione di un’intera filiera produttiva. E ricadute anche sull’economia complessiva della regione.
Una sentenza, quella adottata lo scorso 30 aprile, che ha ribadito il “no” alle proroghe automatiche delle concessioni marittime aprendo le porte alla linea che già lo scorso anno aveva seguito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Cioè quella di «dare immediatamente corso alla procedura di gara per assegnare la concessione in un contesto realmente concorrenziale».

Nel 2023, i giudici di Lussemburgo avevano ammonito che le concessioni di occupazione delle spiagge italiane non potevano essere rinnovate automaticamente ma dovevano essere oggetto di una procedura di selezione imparziale e trasparente.
La Corte Europea aveva perciò ammonito l’Italia ad adeguarsi alle normative comunitarie. Facendo riferimento alla “direttiva Bolkestein” che vieta, tra l’altro appunto, il rinnovo automatico delle concessioni marittime.
Così già a dicembre scorso le assegnazioni demaniali in essere sarebbero dovute scadere avviando già le procedure di gara per le nuove assegnazioni. Una deroga del governo, aveva prorogato a dicembre prossimo quella scadenza. Ora la sentenza numero 03940/2024, della VII sezione del Consiglio di Stato emessa il 12 marzo scorso che, entrando nel merito di un ricorso del 2023 di un proprietario di uno stabilimento balneare a Rapallo, ha richiamato i «principi della Corte di Giustizia Ue, 20 aprile 2023, e a tutta la giurisprudenza europea precedente di dare immediatamente corso alla procedura di gara per assegnare la concessione in un contesto realmente concorrenziale».
La sentenza ha così determinato anche l’obbligo per i Comuni costieri italiani di disapplicare le deroghe, confermando la scadenza delle concessioni al 31 dicembre dello scorso anno. Una sentenza dunque che porta indietro le lancette e crea non poche difficoltà al segmento produttivo che in Calabria garantisce occupazione e sviluppo.
Il comparto balneare calabrese
Con la stagione estiva alle porte, la sentenza rischia di tramutarsi in una mannaia per il settore calabrese che più di altri nel Paese stava dimostrando un certo dinamismo. Ad iniziare dal segmento balneare.
Stando ai numeri di Unioncamere-Infocamere, la Calabria è la quinta regione per numero di stabilimenti presenti sul territorio. In particolare, nella regione sono censite 646 imprese che operano su tutte le coste calabresi. Per numero di realtà imprenditoriali del settore, prima della Calabria c’è la riviera romagnola che con 1.063 stabilimenti, risulta essere la regione con la più alta concentrazione di imprese balneari. Segue la Toscana con 914, la Liguria con 807 e la Campania appena sopra la Calabria con 694 stabilimenti.

Ma è osservando il dato sulla crescita che emerge quanto questo segmento stia prendendo piede nella regione. La Calabria con l’apertura di 328 nuovi stabilimenti in dieci anni si colloca in testa alla classifica nazionale per incremento di strutture. Tra il 2011 ed il 2021, stando ai dati dell’Osservatorio Settore Balneare 2023 di Spiagge.it, il numero si è raddoppiato. Un dato di gran lunga superiore a quello della Sicilia che con 198 nuove realtà è la seconda regione per numero di crescita di imprese balneari, seguita poi dalla Campania (184), Puglia (160) e Toscana (108).

Mentre per quanto riguarda la densità nelle strutture calabresi, emerge che nei 646 stabilimenti sono presenti 133 ombrelloni per impresa. Al di sotto della media nazionale. La Calabria inoltre risulta quella dove il costo medio per noleggiare un ombrellone e due lettini durante la stagione estiva è il più basso in Italia. Se in Italia un turista lo scorso anno ha speso mediamente 30 euro al giorno, in Calabria quella somma è scesa a 20 euro. Qualcosa in più se aveva scelto di noleggiarlo nella settimana clou dell’estate. Arrivando a 23 euro al giorno. Così emerge che il giro di affari legato al noleggio si aggira sui 160mila euro a stagione per ogni stabilimento calabrese. Una cifra ragguardevole che non contempla altre importanti voci come la ristorazione ed il servizio bar presenti in molti lidi, così come altri servizi connessi che vengono offerti alla clientela degli stabilimenti.

Numeri che chiariscono l’importanza di un settore che in Calabria è gestito soprattutto da piccole realtà. Gran parte degli stabilimenti calabresi, stando ai dati di Unioncamere, sono a conduzione familiare. Il 43% del totale, analizzando quei dati, ha come tipologia legale la società di persone a cui si somma il 25% di ditte individuali. Solo il 29% ha come gestore una società di capitali ed il 3% è condotto da cooperative.
Da qui il rischio di creare una nuova frattura economica soprattutto a quelle centinaia di famiglie che sono legate direttamente o indirettamente a questo comparto turistico.
Giannotti: «Nessuna certezza per il futuro»
«Questa sentenza ha gettato il settore nel caos». Ai microfoni del Corriere della Calabria Antonio Giannotti, responsabile calabrese del Sindacato italiani balneari (Sib), denuncia la drammaticità della situazione scaturita per ultimo dalla sentenza del Consiglio di Stato. «Si rischia – dice – il blocco totale di un settore che negli anni nonostante le tante incertezze ha continuato ad assicurare investimenti. E non mi riferisco solo ai balneari stretti ma a tutti coloro i quali svolgono attività sul demanio marittimo garantendo occupazione e sviluppo al territorio».

Il riferimento di Giannotti è a tutte quelle aziende che vanno dai campeggi, alle strutture ricettive passando per la ristorazione e la nautica. «Tutte queste aziende hanno compiuto investimenti perché credevano nello Stato – sottolinea -. Ma i governi che si sono succeduti non hanno dato una soluzione radicale al tema delle concessioni. Non hanno offerto norme certe e coerenti con i dettami europei. Ed ora ci troviamo in questa situazione in un momento delicatissimo per il settore».
Per il leader calabrese dei balneari, «l’immobilismo da una parte e la sentenza dall’altra ha gettato il segmento in un profondo stato di crisi. Non c’è alcuna certezza sulla sussistenza delle concessioni ad avvio di una stagione estiva che per noi è già iniziata». Su questo punto Giannotti precisa come già «il 40% delle imprese del settore stanno già operando in Calabria». Per questo la richiesta al governo di «un intervento immediato». «Già ad aprile scorso – ricorda – abbiamo manifestato assieme alle altre sigle affinché l’esecutivo mettesse mano ad un provvedimento per risolvere la situazione». Senza però al momento sortire effetti. La sentenza del Consiglio di Stato ora ha reso ancora più complesso il quadro normativo che sta gettando nel caos soprattutto le amministrazioni comunali calabresi. «C’è grande preoccupazione tra i sindaci – racconta – su come muoversi, su come interpretare al meglio questa situazione». «Ma il timore maggiore – evidenzia Giannotti – è tra i concessionari. Non hanno alcuna certezza sul futuro».

L’esponente del Sindacato italiani balneari rivela che «per affrontare il delicato momento abbiamo più volte incontrato il presidente Roberto Occhiuto, ben consapevoli però che la soluzione può arrivare solo da una decisione del governo». «Stiamo provando ad elaborare una strategia – spiega – legata ad un concetto che riguarda la Calabria. La direttiva Bolkestein si applica sulla base della scarsità della “risorsa spiaggia” ed è certo che nella nostra regione non c’è questo problema visti gli oltre 700 chilometri di litorale». «Ma ripeto la soluzione deve avvenire con una norma ad hoc prevista dal Governo, che ha tutti gli strumenti per avviare un’interlocuzione positiva anche con l’Europa e restituire certezza all’intero comparto». Una norma che potrebbe essere varata, suggerisce Giannotti «anche con il parere del Consiglio di Stato. Oltre ad avere un ruolo giudicante è anche un organo consultivo del Governo e per questo potrebbe dare un’indicazione utile per non ripetere qualche errore interpretativo».

In attesa di questo passaggio che «restituirebbe certezza al settore», Giannotti sottolinea la «grande preoccupazione che si percepisce tra gli operatori». «Ora non si può fermare una stagione estiva già iniziata – dice – ma c’è il rischio concreto che, senza un immediato provvedimento, la Calabria come il resto dell’Italia si trasformi in un territorio a macchia di leopardo dove in alcuni Comuni si proceda ancora con la vecchia norma cassata dal Consiglio di Stato ed in altri invece no». «Sono i sindaci per questo – evidenzia – quelli più esposti, visto che da un lato devono tutelare queste attività perché svolgono un importante ruolo per le economie locali, ma al tempo stesso hanno il timore di disattendere alle normative».
Un quadro di «totale caos», ribadisce il responsabile del Sib «a cui può dare una soluzione soltanto il governo». «Senza una norma chiara – spiega – le singole amministrazioni comunali non possono decidere nulla, neanche indire le gare per le nuove concessioni». E questa situazione mette così a rischio circa 1.400 attività che, stando ai numeri del Sib, garantisce occupazione diretta per oltre seimila persone. Senza contare le altre imprese che lavorano in questa filiera produttiva. «Nonostante queste garantiscano occupazione e sviluppo – conclude Giannotti – le nostre imprese devono fronteggiare un quadro che non ha ancora alcun elemento di certezza sul futuro». (r.desanto@corrierecal.it)
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