Revocata la scorta, restano paura e solitudine. La richiesta di aiuto di Anna Maria
La donna che denunciò il branco che la perseguitava oggi è sola, senza rete di sostegno, e lotta per garantire una vita normale alla sua bambina

REGGIO CALABRIA Oggi Anna Maria Scarfò è in difficoltà. Una difficoltà concreta, quotidiana, fatta di problemi economici, di salute, di solitudine e di paura per il futuro di sua figlia. Ha 39 anni e porta addosso il peso di una vita segnata dalla violenza, ma anche da una scelta di coraggio che ha avuto un prezzo altissimo.
Dopo anni vissuti sotto protezione, lo Stato le ha tolto la scorta nel 2018. «Da quel momento, – racconta al Corriere della Calabria – mi sono sentita di nuovo esposta», racconta. «Come se tutto quello che avevo passato non contasse più». La donna che per anni è stata indicata come simbolo di denuncia e resistenza oggi si sente fragile, dimenticata. Formalmente libera, ma senza una vera rete che possa sostenerla.
Anna Maria non chiede privilegi. «Chiedo solo di poter vivere una vita normale», dice. Di poter curare il proprio corpo e la propria mente, di fare la spesa senza l’angoscia di non arrivare a fine mese, di regalare serenità a una bambina che non ha colpe. «Dopo aver resistito a tutto, oggi non ce la faccio più da sola».
La sua storia è nota. È stata raccontata sui giornali, in televisione, nelle aule dei tribunali. «Per un periodo ero ovunque», ricorda. «Poi, all’improvviso, più niente». Oggi non è più una notizia. E proprio per questo rischia di scomparire.
Aveva tredici anni quando incontrò per la prima volta quello che chiamava “il principe azzurro”. Era il giorno di Pasqua del 1999 quando fu portata in campagna. Ad aspettarla c’erano altri tre uomini. «Pensavo fosse amore», racconta. «Invece era una trappola». Da quel momento iniziò un incubo durato anni: violenze ripetute, minacce, stupri, umiliazioni. Anna Maria smise di essere una bambina e diventò un corpo da usare, da scambiare, da controllare con la paura.
Nel suo paese tutti sapevano. Eppure la colpa ricadde su di lei. «Mi chiamavano malanova», dice. «Per loro ero io il problema». Venne additata come rovinafamiglie, insultata, isolata. Il silenzio si spezzò solo nel 2002, quando il branco minacciò di rivolgere le attenzioni anche alla sorella più piccola. «È stato allora che ho capito che dovevo parlare», racconta. «Per salvarla».
La giustizia fece il suo corso: i responsabili furono arrestati e condannati. Ma la sentenza sociale fu spietata. Anna Maria e la sua famiglia vennero emarginate, minacciate, costrette a lasciare San Martino di Taurianova. «Per il mio paese non ero una vittima», dice. «Ero una vergogna».
Per anni lo Stato le ha riconosciuto il ruolo di testimone di giustizia. Dal 2010 ha vissuto sotto scorta. Dopo la revoca della protezione, nel 2018, ha iniziato a lavorare nell’amministrazione penitenziaria come categoria protetta. Un lavoro che le ha garantito la sopravvivenza, ma che l’ha costretta a continui trasferimenti: dal Lazio alla Toscana, fino alla Liguria. «Ogni volta ricominciavo da zero», racconta. «Senza amici, senza punti di riferimento».
Accanto a lei c’è il compagno Giuseppe, 51 anni, idraulico, disposto a fare qualunque mestiere pur di lavorare. «Non chiede nulla», spiega Anna Maria, «solo la possibilità di lavorare». Ma trovare un’occupazione stabile, lontano dalla propria terra e senza una rete di conoscenze, si è rivelato difficilissimo. La precarietà economica è diventata una presenza costante.
In mezzo a tutto questo c’è Greta, la loro bambina, che il 25 gennaio compirà quattro anni. Anna Maria lavora tutto il giorno, entra alle 7.30 ed esce alle 17. «Torno a casa distrutta», racconta. «E mi sento in colpa perché vorrei essere una mamma più serena». Lo stress e l’ansia stanno lasciando segni profondi. «Non dormo», dice. «Combatto tutti i giorni, ma non riesco più ad andare avanti».
Ha perso i denti, ma non può permettersi cure mediche o psicologiche. In Liguria non ha amici, non ha parenti, non ha una rete che possa sostenerla. «Qui non ho nessuno», dice. «Sono completamente sola».
I rapporti con la famiglia d’origine sono ridotti al minimo. Con la sorella che ha salvato dalle violenze i contatti si limitano a un saluto su WhatsApp. «Un buongiorno e basta», racconta. «Fa male anche questo». C’è un episodio che racconta più di tante parole il suo isolamento: Anna Maria ha invitato i compagni di asilo di Greta alla festa di compleanno. Su undici bambini, dieci hanno risposto che non verranno. «È stato un colpo durissimo», dice. «Per lei, ma anche per me». Oggi l’unica possibilità concreta per Anna Maria è trasferirsi in Sicilia, dove vivono i suoceri. «Lì almeno non saremmo soli», spiega. Il lavoro c’è, la disponibilità al trasferimento anche, ma mancano i mezzi per affrontare il trasloco e le cure necessarie. Per questo Anna Maria ha deciso di chiedere aiuto pubblico, rompendo ancora una volta il silenzio. Non per raccontare di nuovo l’orrore subito, ma per dire che anche le sopravvissute possono crollare.
In un appello pubblicato su GoFundMe (qui il link https://www.gofundme.com/f/una-donna-vittima-di-violenza-a-vivere-serena), dove è partita una raccolta fondi con l’obiettivo di 10 mila euro, scrive:
«Alle donne vittime di violenza si ripete sempre di denunciare, di non restare in silenzio. È quello che ho fatto io, e non mi pento della mia scelta. Eppure oggi mi sento dimenticata e sto affrontando un momento di enorme difficoltà».
E ancora: «Sono stata forte, mi sono ribellata, ho lottato e continuo a lottare, ma mi sento senza speranza e chiedo il vostro aiuto».
La sua storia ci mette davanti a una verità scomoda: denunciare è fondamentale, ma non basta. Senza un sostegno reale, duraturo e umano, il rischio è che le vittime vengano celebrate per un momento e poi lasciate sole, quando l’attenzione si spegne. Anna Maria Scarfò non chiede di essere un simbolo. Chiede solo di poter vivere. (redazione@corrierecal.it)
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