Calabria, più malati e meno risorse. La sanità condannata ad un eterno Piano di Rientro
Il bisogno di cure è più alto della media nazionale, mentre le risorse disponibili e la spesa pubblica pro capite restano più basse

COSENZA Da 16 anni la sanità calabrese è sottoposta a Piano di rientro e commissariamento del governo. In questo lungo periodo la Regione ha continuato a perdere risorse, personale e capacità di risposta, mentre una parte crescente dei bisogni di cura dei cittadini è stata soddisfatta fuori dai confini regionali. I dati disponibili indicano che la Calabria registra stabilmente uno dei livelli più alti di mobilità sanitaria passiva del Paese, con un flusso finanziario che supera i 300 milioni di euro all’anno. Il dato impone una domanda che la politica elude ancora: perché una Regione con maggiori bisogni sanitari riceve meno risorse e resta impantanata nel Piano di rientro senza mai uscirne? La persistenza del commissariamento governativo indica una causa strutturale: in Calabria il bisogno di cure è più alto della media nazionale, mentre le risorse sanitarie disponibili e la spesa pubblica pro capite restano più basse.
Un giornalista che osserva la sanità calabrese con continuità – e non soltanto nei giorni delle emergenze – ha il dovere di porre il problema in modo esplicito e di portarlo all’attenzione generale, in primo luogo della politica. Il Piano di rientro, come già scritto altrove, non è un accidente della storia né un destino naturale. È invece l’effetto di un rapporto strutturalmente sbilanciato tra bisogni sanitari e risorse assegnate dallo Stato.
L’ingresso della Calabria nel Piano di rientro e, soprattutto, la sua permanenza per 16 anni dipendono dal fatto che la Regione ha ricevuto meno risorse dallo Stato, a fronte di un carico di patologie croniche più alto della media nazionale. Questo è il punto che va chiarito subito, soprattutto a chi non si intende di questioni tecniche e oggi si informa più spesso sui social, pieni di semplificazioni, confusione, retorica e demagogia.
Il bisogno di cure
I dati sulla maggiore incidenza della cronicità e della policronicità spiegano un punto ineludibile: in Calabria, una quota più ampia di popolazione ha bisogno di cure continuative, di terapie prolungate, controlli ripetuti e farmaci fissi, con un impatto strutturale sulla spesa. Nel contesto, una spesa sanitaria pubblica pro capite più bassa della media nazionale non può essere ulteriormente ridotta senza colpire direttamente i servizi e l’accesso alle cure. Ecco perché si sono stratificati problemi gravi, che vanno chiamati per nome: sprechi, disorganizzazione, eccessiva dipendenza dei direttori generali dalla politica, pressioni criminali. La Commissione ministeriale d’inchiesta presieduta dal prefetto Achille Serra e dal dirigente apicale del ministero della Salute Paolo Riccio li riassunse nella relazione conclusiva dell’aprile 2008, in cui indicò criticità pesanti nella gestione delle aziende del Servizio sanitario, a partire dal protocollo d’intesa tra l’Università di Catanzaro e la Regione Calabria per l’assistenza integrativa del policlinico universitario, vecchio tema ignorato da quasi tutta la politica sino alla creazione dell’Azienda “Renato Dulbecco”. Negli anni successivi, le Asp di Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia hanno subito il commissariamento per infiltrazioni mafiose, a conferma di una debolezza e permeabilità istituzionale effettive. Tutti questi elementi esistono e hanno inciso. Nessuno va quindi rimosso o alleggerito. Ma non spiegano da soli la crisi della sanità calabrese, ossia perché, anche quando i conti vengono tenuti sotto controllo, la Regione rimanga imprigionata nel Piano di rientro. Né i riferiti elementi ci dicono, con buona pace di certi opinionisti in cerca di like, perché la mobilità sanitaria continui a drenare oltre 300 milioni di euro all’anno. Non si capisce, insomma, se si ragiona all’interno dello schema prevalente, perché ogni tentativo di riorganizzazione dei servizi sanitari finisca in Calabria per fallire. Il fattore determinante resta quello dei minori trasferimenti, che per assurdo continua a restare sullo sfondo. È un tema coperto dai silenzi politici o soppiantato da una narrazione dominante, esterna e interna, che riduce tutto a ruberie, sprechi e bilanci truccati; che, per quanto fondata su riscontri innegabili, solleva lo Stato da ogni responsabilità e consente alla politica regionale di rifugiarsi nella colpevolizzazione dell’avversario oppure nella rassegnazione, come ho già evidenziato nel mio libro “Occhiu alla sanità”.
I numeri dicono molto altro
Le analisi Istat con confronto regionale, quelle più recenti riferite al 2021, mostravano una maggiore incidenza in Calabria delle patologie croniche e della policronicità, rispetto alla media nazionale. La quota di persone con almeno una patologia cronica grave risultava pari a circa il 18,3 per cento della popolazione calabrese, contro una media italiana di circa il 14,7 per cento, con uno scarto di 3,6 punti percentuali, pari a un incremento relativo nell’ordine del 24 per cento. Ancora più marcata appariva la differenza sulla policronicità, nel senso che le persone con due o più patologie croniche rappresentavano in Calabria circa il 25,3 per cento della popolazione, a fronte di una media nazionale di circa il 21,1 per cento, con uno scarto di 4,2 punti percentuali, pari a un incremento relativo vicino al 20 per cento. Questi dati comparativi – per cui ringrazio apertamente il medico Giacinto Nanci che li mastica e spiega con passione civile da tanti anni – sono molto importanti, perché costituiscono l’ultima base statistica ufficiale che consente un confronto diretto tra la Calabria e il resto del Paese su scala regionale. Su codesta base, si è formata la valutazione di un fabbisogno sanitario strutturalmente più elevato, che incide sulla domanda di cure, sulla durata dei trattamenti e sulla pressione sopra i servizi ospedalieri e territoriali. I dati più recenti delle sorveglianze Passi e Passi d’Argento 2023-2024, coordinate dall’Iss e utilizzate anche nei documenti dell’Agenas, non sono costruiti come serie di confronto interregionale omogeneo, ma confermano la persistenza di un carico elevato di patologie croniche, soprattutto nella popolazione anziana. Nella fascia 65 anni e oltre, emerge una diffusione ampia di diabete, cardiopatie, malattie respiratorie croniche e altre condizioni a lunga durata, con una presenza significativa di policronicità. I dati precedenti consentono di misurare lo scarto; quelli più aggiornati attestano che il fenomeno non si attenua. La cronicità produce, come ovvio, costi strutturali. Le elaborazioni del network Health Search e i rapporti Osservasalute indicano che il costo medio annuo diretto per paziente cronico supera i 700 euro, considerando farmaci, visite specialistiche e diagnostica. Nei pazienti con più patologie i costi aumentano ulteriormente, insieme alla probabilità di ricoveri e accessi ripetuti. In un contesto con più cronicità e più comorbilità, la domanda di risorse cresce in modo fisiologico. A tale carico epidemiologico non corrisponde una dotazione finanziaria adeguata. Nel 2023, secondo il Rapporto sul monitoraggio della spesa sanitaria della Ragioneria generale dello Stato, il finanziamento effettivo della spesa sanitaria in Calabria ammonta a 3.823.350.117,63 euro. Se si rapporta questa cifra alla popolazione che vi risiede (1.838.568 abitanti, dato Istat 2023), la spesa sanitaria pubblica effettiva risulta pari a circa 2.080 euro per residente, contro una media nazionale di circa 2.216 euro. La differenza è di circa 136 euro per abitante. Se il predetto scarto si moltiplica per la popolazione calabrese, emerge una minore disponibilità annua nell’ordine di 240-250 milioni di euro, rispetto a una regione allineata alla media italiana. Ricavata da dati pubblici e confronti omogenei, è una stima indicativa che fornisce l’ordine di grandezza del problema. Su un periodo di dieci anni, la perdita cumulata supera i 2,5 miliardi di euro. Se si considera l’intero periodo di applicazione del criterio di riparto del Fondo sanitario basato sulla popolazione pesata, introdotto alla fine degli anni Novanta, la dimensione cresce ancora. Alla riferita dinamica si aggiunge la mobilità sanitaria passiva. Nel 2024, secondo la delibera del Cipess sulle disponibilità del Servizio sanitario nazionale, la Calabria perde 304.785.702,84 euro per compensazioni interregionali. Anche questa cifra si ripete di anno in anno, con qualche oscillazione, e riduce ulteriormente le risorse spendibili sul territorio.
Il quadro si aggrava se si guarda al capitolo del debito sanitario
Per ripianare passività pregresse, la Calabria ha acceso nel 2011 un prestito con il Mef per 428 milioni di euro, con un tasso fisso del 5,658 per cento; per inciso, il corrispondente tasso di usura era al 7 per cento. Nello specifico, la rata annua supera i 30 milioni di euro e l’ammontare complessivo degli interessi lungo la vita del prestito raggiunge quasi mezzo miliardo di euro. Sono risorse che per decenni non vanno a servizi, personale o tecnologie, ma al puro costo del denaro. E questo è un argomento che resta lontano dalla dialettica politica, forse perché troppo inadatto a torsioni retoriche e populiste. In tale ambito si colloca la crisi recente dell’ospedale di Polistena, tenuto in equilibrio da soluzioni temporanee per evitare l’interruzione dei servizi essenziali. Si tratta di misure a termine, come confermato dal direttore generale dell’Asp di Reggio Calabria, Lucia Di Furia, che a nostro avviso mostrano il limite di un sistema governato in emergenza, in cui la continuità assistenziale dipende da accordi provvisori, dunque non da una programmazione duratura. Nello stesso contesto si collocano due recenti proposte di riforma dell’assistenza ospedaliera nelle aree montane di Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli. La prima in ordine di tempo, di iniziativa civica, promossa dal comitato “La cura”, prevede l’istituzione di un’unica Azienda ospedaliera per la gestione dei quattro presìdi e la loro trasformazione in strutture di rete di tipo spoke, a invarianza di spesa. La seconda, redatta dalla consigliera regionale forzista Rosaria Succurro, prevede un finanziamento complessivo di 78 milioni di euro per l’ampliamento delle dotazioni e delle funzioni cliniche, tra l’altro con l’aggiunta di Chirurgia, Anestesia e Rianimazione, Cardiologia con Utic e possibile interventistica. I temi in argomento sono di stretta attualità, anche per una ragione politica. Nell’ultima campagna elettorale per le elezioni regionali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlò della possibile uscita della Calabria dal commissariamento sanitario. L’annuncio aprì un dibattito acceso, segnato da polemiche e contrapposizioni, senza però tradursi in proposte operative o in un percorso definito. A distanza di mesi, quella questione rimane aperta e il governo è chiamato a chiarire come e a quali condizioni intenda agire al riguardo. Ecco, allora, il senso di questo articolo: entrare nel vivo di una questione ancora irrisolta, sottrarla alle semplificazioni e convenienze del momento e indicare una strada risolutiva fondata su dati, atti e responsabilità da assumere – magari un percorso da sviluppare negli atenei calabresi, che potrebbero fornire un contributo scientifico sulla precisa entità delle minori risorse percepite negli anni dalla Regione Calabria, in rapporto ai dati relativi ai residenti affetti da una patologia cronica o anche in stato di comorbilità.
Che cosa, per esempio, cambierebbe per Polistena e per gli ospedali montani, se la Calabria uscisse dal Piano di rientro? Uscire significherebbe riaprire margini per assunzioni, investimenti e organizzazione, come superare la logica della deroga e tornare a quella della programmazione. Per Polistena – e per l’intera Piana di Gioia Tauro – vorrebbe dire sottrarre la continuità assistenziale alla precarietà delle soluzioni a scadenza. Per gli ospedali montani consentirebbe di praticare nel tempo la scelta organizzativa e quella di dotazioni contemplata nelle due distinte, accennate proposte di legge regionale. A questo punto la riflessione si rivolge in modo diretto alla politica. Al presidente della Regione Roberto Occhiuto, alle forze di maggioranza e di minoranza nel Consiglio regionale, ai parlamentari calabresi eletti. Si rivolge alla ministra della Famiglia Eugenia Roccella, eletta deputata in Calabria, e alla sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, calabrese. Si rivolge anche ai medici, ai dirigenti e agli studiosi di origine calabrese che oggi lavorano fuori Regione e ricoprono ruoli di vertice, come il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Rocco Bellantone, perché mettano il loro peso tecnico e istituzionale al servizio di una causa che riguarda i cittadini da cui provengono. E si rivolge pure ai rettori degli atenei della Calabria, perché incoraggino studi specifici sulla scorta del ragionamento qui svolto. Il percorso qui proposto richiede il coinvolgimento di tutti, senza bandiere politiche, primogeniture o conflittualità sterili. Ci vuole un accordo economico e istituzionale tra Regione e Stato che riconosca il divario accumulato, che preveda un riequilibrio progressivo del finanziamento pro capite, che consenta la rinegoziazione del debito sanitario e che accompagni l’uscita dal Piano di rientro con un sistema di controllo orientato ai risultati. Rivendico questa posizione, già al centro del volume “Occhiu alla sanità”, perché non è faziosa, non si risolve in uno slogan e non porta consenso immediato. Nasce invece dai dati e riguarda un interesse pubblico primario: sottrarre i cittadini calabresi al pagamento continuo di scelte e omissioni che non dipendono da loro. La politica può scegliere se ascoltare, riflettere e decidere, oppure se continuare a subire il Piano di rientro come un fatto naturale e inevitabile. I numeri indicano che una strada diversa esiste e si può imboccare. Sta alle istituzioni decidere di percorrerla oppure di ignorarla, come è stato finora. (redazione@corrierecal.it)
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