Morire a 25 anni in un dirupo: condannati i titolari. «Ai dipendenti nessuna formazione e misure di sicurezza»
Le motivazioni della condanna che smascherano la «sistematica violazione» delle norme, che ha portato alla morte del giovane Salvatore Caruso

LOCRI Privo di formazione e di misure di tutela necessarie a ridurre al minimo il rischio sul luogo di lavoro. È morto a causa dell’inosservanza di queste norme, il giovane Salvatore Caruso, vittima di un incidente sul lavoro nella frazione Moschetta di Locri nel maggio 2019. I suoi datori di lavoro, nonché zii del giovane, Antonella Fiorenzi, titolare dell’azienda “La Fattoria della Locride”, e Giuseppe Capogreco, gestore di fatto dell’attività, sono stati condannati dal Tribunale di Locri a 4 anni per omicidio colposo.
Il giovane, con la mansione di trattorista, alla guida del mezzo in uso all’azienda, è morto a seguito delle gravissime ferite riportate dopo la caduta in un dirupo. Inutili i soccorsi per il 25enne che riportò gravi traumi al cranio a seguito del ribaltamento del mezzo. Dopo una prima richiesta di archiviazione, la Procura di Locri ha riaperto le indagini sul caso, accogliendo l’istanza dei legali dei familiari della vittima, gli avvocati Emanuele Procopio e Giuseppe Monteleone. I due imprenditori, difesi dagli avvocati Domenico Lupis e Vincenzo Maio, sono stati condannati anche al risarcimento delle parti civili.
Le motivazioni della sentenza
Una morte che poteva essere scongiurata se solo le norme fossero state rispettate. Dalle motivazioni della sentenza emerge un quadro di gravi mancanze sul piano della sicurezza. I giudici sottolineano come «tutti i dipendenti, attuali e cessati, de “La Fattoria della Locride” hanno concordemente dichiarato di non avere mai partecipato ad alcun corso di formazione e/o aggiornamento in materia di sicurezza sul lavoro». Non solo: il personale non sarebbe mai stato formato sulle mansioni specifiche, ricevendo in dotazione solo presidi di modesto valore come «mascherine antipolvere» o, in un solo caso, «guanti da giardinaggio». Secondo il Tribunale, l’inosservanza di tali norme ha causato la mancata informazione di Caruso sui rischi del mestiere, ma soprattutto «la totale omissione delle misure di tutela collettive necessarie a ridurre al minimo il rischio di caduta nel dirupo del trattorista». Dall’istruttoria è emerso che Caruso, pur essendo nipote degli imputati, veniva impiegato come trattorista «nonostante fosse privo della relativa abilitazione di legge». I datori di lavoro avrebbero agito nella «tracotante convinzione che al nipote bastassero le conoscenze apprese empiricamente dai tempi dell’infanzia ed il “buon senso”».
Un rischio «ampiamente prevedibile»
I giudici sono netti nel definire la dinamica del tragico incidente: l’evento era «un epilogo ampiamente prevedibile in quanto rientrante nella classe di rischi specifici che la norma cautelare violata mirava a prevenire». Se fossero state adottate le misure, il giovane avrebbe avuto «un riferimento certo per impostare la manovra orientandosi correttamente nello spazio rispetto alle vicine zone di pericolo».
La sentenza parla di una «sistematica e pressoché totale violazione da parte degli imputati della normativa antinfortunistica». I luoghi di lavoro «non erano stati sottoposti alla doverosa valutazione dei rischi e, di conseguenza, erano del tutto sprovvisti delle misure necessarie ad adeguatamente segnalare le zone di pericolo o ad inibirne o a bonificarle».
Le ispezioni sul luogo della tragedia hanno rivelato che il terreno era stato fresato fino al limite del precipizio, seguendo l’obbligo impartito dal datore di lavoro. Tuttavia, «il ciglio del dirupo era difficilmente visibile in ragione della fitta vegetazione spontanea», rendendo il dislivello impercepibile a colpo d’occhio.
Nelle motivazioni, il giudice affronta anche il tentativo della difesa di dimostrare la regolarità dell’azienda attraverso la testimonianza di un ispettore dello S.P.I.S.A.L., secondo cui l’attività risultava in regola prettamente sotto il profilo documentale. Tuttavia, la sentenza chiarisce che «l’assunto non può essere smentito neppure dalle dichiarazioni del teste», poiché di tale documentazione «non è nemmeno stata trattenuta in copia e che neppure è emersa in corso d’indagini, né è stata prodotta a giudizio dalla difesa».
In conclusione, i giudici evidenziano la necessità omessa di delimitare l’area: i datori di lavoro avrebbero dovuto installare «adeguata segnaletica o una recinzione» che inibisse l’avvicinamento al pericolo. Tali misure di tutela collettiva «sarebbero state concretamente idonee a fronteggiare i rischi specifici di quella delicata area di lavoro», evitando così la perdita di una giovane vita.
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