Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 17:20
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

L’appello

La chiamata alla corresponsabilità di Vito Teti

«Non appelli rituali, ma un grande progetto di cura, messa in sicurezza e rigenerazione del territorio prima che a crollare siano storia e identità»

Pubblicato il: 01/02/2026 – 15:47
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
La chiamata alla corresponsabilità di Vito Teti

LAMEZIA TERME La sua capacità di lettura storico-antropologica è ormai da tempo una formidabile chiave interpretativa di e per un territorio complesso e spesso arduo da decifrare. L’impegno di Vito Teti, ancorato a studi approfonditi e verifiche “sul campo”, non solo è risalente nel tempo ma è stato ed è capace di declinare concetti e parole chiave che riescono a parlare ai calabresi della loro regione, ed all’Italia della Calabria.
Da intellettuale è voce critica e propositiva, da calabrese è coscienza collettiva con una straordinaria sensibilità verso quei paesi sospesi tra un già e non ancora. Già finiti (purtroppo) per come li si conosceva ma non ancora “finiti”. I recenti avvenimenti, dal maltempo che ha sferzato la costa jonica reggina alla frana che minaccia la Giudecca di Caulonia, hanno spinto Teti verso una nuova riflessione, non un appello ma una chiamata alla corresponsabilità dei calabresi verso il territorio e nei confronti della Calabria, della sua storia e delle sue preziose testimonianze.
«Quella di Caulonia e della Giudecca – dice Teti al Corriere della Calabria – è una vicenda significativa, parliamo di una Giudecca ed il riferimento non può che essere a quella storia degli ebrei in Calabria che è stata molto importante per tutte le comunità. Non dimentichiamo, infatti, che poco più a Sud, a Bova, c’è probabilmente la seconda sinagoga d’Italia risalente al II secolo d.C. È una vicenda che rivela come i beni archeologici, architettonici, le strutture religiose spesse volte vivono in una condizione di rischio, di mancata messa in sicurezza, di abbandono. Per cui l’arrivo di una qualche calamità, che peraltro oramai è possibile prevedere, frantuma non solo luoghi, ma anche memorie, storie, percorsi identitari».
Teti nell’analisi di ciò che accade spinge lo sguardo, da storico ed antropologo, decisamente più in là: «Tenderei a dire che siamo dinanzi ad episodi che non sono di oggi, vengono da una storia lontana. Non dimentichiamo che a volte alcuni beni archeologici sono stati in qualche parte della Calabria volutamente demoliti o sepolti per speculazioni edilizie. Quindi non bisogna partire dall’individuazione della responsabilità di oggi, dobbiamo guardare ad una storia continua di responsabilità in una Calabria sempre in balia delle calamità, dove come diceva Alvaro, le riparazioni sono continue, sono fragili e non obbediscono mai a un progetto definitivo. Per cui le cose si ripetono, si rinnovano in mancanza di piani, di progetti di recupero, risanamento e rigenerazione che dovrebbero riguardare tutta la regione». E non dimenticando che la Calabria convive con un elevato rischio sismico, per Teti «anziché stracciarci le vesti ogni volta che succede qualcosa dovremmo procedere in maniera coerente e convinta con un grande piano di risanamento e di rigenerazione. Qui – precisa Teti – dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa. Personalmente non amo più gli appelli di tipo politico perché li considero rituali e sterili, però per quanto non ami più questi appelli io penso che un intellettuale, uno studioso, uno scrittore non possa che indignarsi, preoccuparsi, segnalare i rischi che corrono i simboli e i segni della nostra storia».
Ed allora per l’antropologo «bisogna creare consapevolezza, assumere responsabilmente delle iniziative, gli intellettuali non devono chiamarsi fuori, così come non devono farlo le Soprintendenze e le istituzioni pubbliche. Spesso i responsabili di alcune situazioni sono proprio le amministrazioni locali e molte volte siamo anche noi cittadini che, rispetto a situazioni di degrado, di devastazione, di un trattamento non proprio ortodosso del territorio, ci rendiamo corresponsabili di questo disastro».
A Teti chiediamo se negli ultimi anni sia cresciuta o meno la consapevolezza sul valore del territorio, della sua storia, dei suoi monumenti, delle sue comunità: «Intanto stiamo prendendo coscienza di una evidente crisi climatica che si aggiunge nel nostro caso ad una storia di fragilità e mobilità della terra in Calabria che peggiora le cose. La situazione di spopolamento e di abbandono dei centri abitati di cui ci stiamo finalmente rendendo conto – aggiunge Teti – ci fa capire che a scomparire non è questo o quel monumento, questo o quell’abitato, c’è il rischio di desertificazione di tutto un territorio e questo ovviamente allarma giustamente molto di più l’opinione pubblica e di conseguenza stimola e punge, fa stare sugli attenti o dovrebbe farlo le istituzioni pubbliche, ma anche quelle culturali a livello nazionale, regionale e locale. Penso – prosegue Teti – che non bisogna aspettare il prossimo temporale per andare a contare i danni, dobbiamo fare prevenzione e mettere in sicurezza tutto il territorio, i centri storici, le chiese, le sinagoghe, i castelli, le torri ma direi anche le abitazioni comuni. Se tu svuoti un centro storico o intervieni in maniera non adeguata è chiaro che questo facilita il compito delle calamità e dei temporali.
È l’abbandono che ci rende più fragili e la fragilità spinge le persone a scappare in assenza di condizioni di vivibilità».
La descrizione, insomma, è quella della classica situazione del “cane che si morde la coda”: «Direi che è un grande tema nazionale ma penso anche – aggiunge con speranza Teti – che la Calabria potrebbe avere le capacità, le risorse intellettuali, umane ed anche politiche per avviare una nuova stagione rompendo con un passato d’incuria, di distrazione, di disattenzione. Chiaramente questo non significa andare a vedere le singole responsabilità, che magari ci saranno state ovviamente nel passato, ma capire il perché di un clima di disaffezione per la storia e per la terra dove viviamo, una sorta di trascuratezza e di trascendatezza rispetto alle nostre risorse. Dobbiamo avere la capacità, la forza e la determinazione di trasformare questa sorta di maledizione che sembra naturale e che invece è culturale in una benedizione per il futuro delle nuove generazioni che, altrimenti, trovano sempre nuove ragioni per andare via».
Se l’incipit argomentativo di Teti è una chiamata alla corresponsabilità, la chiusura è una vera e propria esortazione nei confronti di tutti: «Spero che la Calabria senta forte un senso di appartenenza e che pure nelle diversità, che ognuno deve mantenere perché la diversità è ricchezza, si ritrovi poi unita e compatta in un ragionamento che è di sopravvivenza, di benessere comune a vantaggio di tutta la regione. Che tutti si mettano in movimento per realizzare un grande progetto, un grande piano di cura, recupero, risanamento, messa in sicurezza del territorio. Con l’utilizzo – questa volta nel senso buono del termine – delle nostre risorse naturali, dalle pietre alla sabbia, per ricostruire». (redazione@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x