Geopolitica, giustizia e non solo. Il “disallineamento” di Minniti dalla sinistra
Organi di stampa nazionali registrano i segnali di un evidente apprezzamento del governo di Meloni nei confronti del politico calabrese

LAMEZIA TERME «Se io fossi lei (Giorgia Meloni, ndr) sarei soddisfatta. Lei ha rappresentato un elemento molto forte nel nostro Paese… Senza discutere della qualità del governo Draghi, l’elemento rilevante è stato nel momento in cui lei ha tenuto Fratelli d’Italia fuori da quel governo. Non era semplice, perché la spinta fortissima era perché tutti potessero partecipare. Lì lei (sempre Giorgia Meloni, ndr) ha dimostrato, appunto, una capacità di leadership…». A pronunciare queste parole a Radio Atreju, qualche mese fa, non fu un meloniano di stretta osservanza ma Marco Minniti, volto iconico della sinistra comunista e post-comunista italiana, il “Lothar” calabrese già “delfino” di uno dei grandi leader della sinistra italiana come Massimo D’Alema, quindi sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri (anche Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica) con Letta e poi Renzi premier, e ministro dell’Interno con Gentiloni premier. Minniti poi grande esperto di dinamiche geopolitiche planetarie, una conoscenza profonda che oggi mette a frutto come presidente della Fondazione Med-Or Italian. Quelle parole pronunciate qualche mese fa furono interpretate dagli analisti politici come un endorsement un po’ “a sorpresa” di Minniti per la premier Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, partito che più agli antipodi della sinistra forse non si può. Il dato tuttavia è che alla luce di altri passaggi registrati da diverse testate giornalistiche nazionali da quel giorno a oggi forse quell’endorsement non deve essere visto più come una sorpresa.
Il disallineamento dalla sinistra
Nei giorni scorsi a esempio il “Messaggero” ha pubblicato il retroscena di una riunione del comitato strategico di Med-Or in programma domani a Palazzo Chigi, il cuore del potere meloniano, alla quale parteciperebbero i vertici delle più importanti partecipate di Stato – Eni, Enel, Terna, Snam per dirne alcune – e soprattutto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, braccio destro di Giorgia Meloni. «Il governo “ingaggia” Minniti» per parlare di scenari internazionali, titolava il “Messaggero”, probabilmente esagerando. Ma altri segnali fanno pensare a un Minniti come a uno dei big di sinistra quantomeno più apprezzati, se non più amati, a destra. E del resto – annotava sempre il “Messaggero” – Minniti è «noto per un approccio iper-realista alle relazioni internazionali, e da sempre convinto che per risolvere le crisi in casa – vedi l’immigrazione – è necessario occuparsi di cosa accade nel nostro vicinato e forse anche un po’ più in là». Insomma, una posizione, quella di Minniti, più “chiusurista” che “aperturista”, sicuramente poco aderente alla linea del Pd di Schlein e delle altre forze di sinistra. Un disallineamento evidente anche in altri passaggi, a partire dal “caso Al Masri”, con un Minniti non “barricadero” nei confronti del governo di centrodestra. E a molti osservatori politici non è sfuggita poi un’intervista di Minniti al “Foglio”, pubblicata lo scorso 17 gennaio: in quell’intervista il politico calabrese non fa mistero di apprezzare la riforma della giustizia approntata dal governo Meloni. «Nessuno vuole sottomettere i magistrati. Con la riforma aumenta la certezza della pena, il paese sarà più sicuro. Il sorteggio del Csm? Aiuterà a rompere il correntismo»: questo in pillole il pensiero di Minniti nell’annunciare il suo sì alla riforma così tanto avversata dalla sinistra. Per l’appunto… (c. a.
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