Vivi nascosto: la via dei pellegrini a Serra La Croce – VIDEO
Il desiderio di sottrarsi al rumore del mondo trova risposta nel camminare. Tra fatica e incanto, emerge una quiete interiore fatta di accettazione e presenza

Martin Heidegger: “il nostro abitare […] è ossessionato dal lavoro, reso instabile dalla ricerca del vantaggio e del successo, succube dell’industria e del tempo libero e dei divertimenti”. Era il 1951, un’epoca ancora lontana dal consumismo e dall’omologazione odierni. Eppure il grande filosofo tedesco aveva già compreso. La frase calza a pennello con l’abitare del nostro tempo, che per l’autore significava anche “essere” in un luogo e nella storia. Il tempo della postmodernità, del digitale, della virtualità. Forse è questa la ragione per la quale, invecchiando, avvertendo l’usura del mio corpo e della mia mente, vagheggio di mettere in pratica il motto di Epicuro: “lathe biosas”, che significa vivi nascosto, fuggi dalle ambizioni, dall’apparire, dalla vita pubblica, dal caos sociale; sii sempre alla ricerca della serenità interiore (atarassia), del benessere durevole. Che non è un’eterna salute, ma la calma interiore, l’accettazione del fato assegnatomi dalle Moire.
Non vorrei apparire ai lettori pessimista, rassegnato e pure un po’ misantropo. Allora dirò che, nonostante tutto, tengo come stella polare l’agire. Perché, come sottolinea Umberto Galimberti, è l’agire che salva. L’agire cioè non ci lascia il tempo di deprimerci. La svogliatezza, che è l’anticamera della depressione, si supera solo agendo. E qual è il miglior agire se non camminare? Anche se le caviglie sono troppo usurate, come nel mio caso, ed una delle due, come per una sorta di nemesi, duole da ormai troppo tempo. Cammina sin che puoi, sin che ti sarà permesso, sin che non dovrai inventarti un’altra forma di azione.
Tutto questo pistolotto pseudo-filosofico serve per introdurre il racconto di uno dei miei ultimi, piccoli viaggi pedestri. Uno di quelli che mi premuro di raccontarvi ogni volta, con gli svolazzi delle fantasticherie del camminatore solitario di rousseauiana memoria, ma che, ultimamente, sto raccontando meno. Uno di quei viaggi con i quali provo a sfuggire per qualche ora alla premonizione di Heidegger.
Gruppo di Montea, estremo angolo nord-occidentale dei Monti dell’Orsomarso, Parco Nazionale del Pollino. Ultima Thule degli escursionisti calabresi alla ricerca di wilderness e di paesaggi grandiosi. Una domenica fredda, instabile di inizio inverno, prima delle piogge che verranno giù con inusuale violenza qualche settimana più avanti. Ma oggi non sono qui per cimentarmi in avventure, faticate, esplorazioni, come ho fatto tante altre volte fra queste montagne. Sono qui per mettere in pratica il motto di Epicuro. E per capire quanto la “fine” sia davvero vicina, a partire proprio dalla mia caviglia malandata, che, nonostante il dolore, continuo a mettere alla prova. Opto per il percorso più facile fra le decine fatti e descritti nei miei libri fra questi monti, a partire dalla mia guida “Sui sentieri dell’Orsomarso” per “Il Coscile” del 1995. E cioè salire, per la via dei pellegrini di Belvedere Marittimo, alla piccola cappella che sta artigliata su una panoramica sella fra Serra La Croce (m. 1420), da un lato, e Monte La Caccia (m. 1744), dall’altro. Partiamo da Trifari (m. 740), una piccola frazione alta di Belvedere, a monte della quale sorgono, come epifanie litiche, le grandi pareti di roccia de La Caccia. Quel percorso e quel luogo sono protagonisti, il 22 giugno di ogni anno, della Festa de La Santa Croce. I pellegrini possono salirvi solo a piedi. È un culto “giovane”, nato solo nel 1935 (leggo sui siti). Ma l’adorazione del crocefisso e della croce era presente a Belvedere da molto più tempo. Fra l’altro, nella Chiesa del Santissimo Crocefisso, in paese, si conserva un magnifico crocefisso ligneo del 1711. È possibile, perciò, che il culto nuovo abbia un collegamento con quello più antico.
All’inizio, il mio umore sprofonda. Quando la caviglia duole, mi ricorda, nell’inconscio – perché nella parte cosciente il lutto “articolare” l’ho già elaborato – che c’è il rischio che debba smettere con le mie erranze. Ma, come sta capitando da un anno a questa parte, dopo qualche minuto di cammino, la dolenzia si attenua. Ed è così che, fra il cielo azzurro, che compare una volta dissipata “la lupa” (così la chiamano qui) delle nuvole basse, il panorama indicibile verso il mare, le rupi vertiginose delle montagne, i boschi radi di pini loricati e di faggi, la produzione ad alto dosaggio di dopamine ed endorfine da parte del sistema neuroendocrino, la mia curva dell’umore risale.
Passiamo dinanzi al rifugio realizzato quassù nel 2004, con dedizione, dall’Associazione Amici della Montagna di Belvedere. L’unico non custodito che possa fregiarsi seriamente del titolo di rifugio in Calabria. Perché, stranamente (rispetto ad altri luoghi della Calabria dove cose di questo tipo vengono puntualmente vandalizzate) qui la gente viene con rispetto. Ed eccoci, dopo un paio d’ore di puro incanto, sulla sella oltre la quale si apre l’altro paesaggio, quello delle montagne. E che montagne! “I frastagli dolomitici di Montea” li chiamò Giuseppe Isnardi vedendoli da lontano. “Ragguardevole crestone con moltissime vette, dalle forme più bizzarre e dalle dimensioni più varie, le quali si ergono sopra una parete quasi verticale”, scrisse Vincenzo Campanile in occasione di una delle prime ascensioni su Montea. E poi la doppia cima dirupata di Monte Faghitello e i valloni de La Melara e dell’Esaro che scendono verso il piano. E, a perdita d’occhio, le colline verso il Crati e i rilievi della Sila Greca.
Il cielo è tale da accordarsi con l’animo affascinato e turbato nello stesso tempo. Perché la vita dei “mortali” – come i greci chiamavano gli uomini – è fatta così, costellata di sentimenti contrastanti. E allora, questa volta, quella porticina di legno della cappella va aperta, con timore e tremore, come direbbe Kierkegard. Perché dentro vi sono i segni della devozione, che è nello stesso tempo sofferenza e grazia. Richiusa la porta sul mistero, girovaghiamo estatici fra i tanti punti panoramici, sulle rupi a picco, fra i vecchi pini loricati. Ed ecco che il visibile apre gli occhi sull’invisibile. La bellezza che ci circonda ricorda che dietro essa c’è molto di più e che tutta quell’anima che non vediamo è già dentro di noi.
Una sorta di malinconia dolce mi prende mentre ritorniamo sui nostri passi. In lontananza, dall’altro lato della valle, si ergono due rupi che paiono moai dell’Isola di Pasqua. Incontriamo una coppia di stranieri partita più tardi che rientra. La mia caviglia torna a dolere, come se mi avesse concesso solo una tregua. E la curva dell’umore torna a rovesciarsi. È inevitabile. Ma la vita va vissuta ugualmente. Ci saranno ancora, finché mi è concesso, altri momenti come questo. E barcamenandomi fra Heidegger ed Epicuro il mio abitare sulla Terra avrà sempre una guida gentile che mi indicherà la via.
*Avvocato e scrittore
(In copertina altra veduta di Montea e Monte Faghitello. Foto F. Bevilacqua)
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