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il bivio dei pazienti di Pellaro

Dialisi a Reggio, 38 vite appese a un centro “invisibile” – VIDEO

Manca l’accreditamento nonostante le sentenze favorevoli. Attesa per il pronunciamento del Consiglio di Stato

Pubblicato il: 04/04/2026 – 10:44
di Paola Suraci
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Dialisi a Reggio, 38 vite appese a un centro “invisibile” – VIDEO

REGGIO CALABRIA C’è chi ha già deciso che, se il centro chiude, smetterà semplicemente di lottare. Chi parla di incatenarsi in piazza. E chi resiste solo per una figlia adolescente, aggrappandosi a ogni seduta come a un filo sottile tra la vita e il crollo.
Sono i pazienti del Centro dialisi San Giorgio di Pellaro, periferia sud di Reggio Calabria. Persone che non stanno combattendo contro la malattia — quella battaglia la affrontano già tre volte a settimana — ma contro un sistema che rischia di lasciarle senza alternativa. Da due anni ricevono cure salvavita in una struttura che esiste, funziona, ma per lo Stato è come se non esistesse davvero. E ora, tra silenzi istituzionali e contraddizioni burocratiche, quel presidio rischia di sparire. Con loro dentro.

Un vuoto che durava da anni

Prima che la famiglia Gualtieri decidesse di investire nel settore nefrologico aprendo il Centro San Giorgio a Pellaro, i dializzati reggini conoscevano bene la routine dell’impossibile: svegliarsi all’alba tre volte a settimana, percorrere decine di chilometri verso Melito Porto Salvo, Scilla o Palmi, sottoporsi a quattro ore di terapia salvavita, e poi tornare a casa esausti. Un calvario che si ripeteva, senza alternative, perché nella città metropolitana di Reggio Calabria i posti dialisi pubblici non bastavano.
Il centro, autorizzato con 18 posti rene extraospedalieri, era sembrato la risposta concreta a un’emergenza cronica. Una struttura moderna, tecnologicamente attrezzata, capace di offrire assistenza a chi fino a quel momento era costretto a curarsi altrove. Oggi ospita 38 pazienti cronici. E da due anni e mezzo li cura gratuitamente, senza aver mai chiesto a nessuno di loro un solo euro.

Il paradosso dell’accreditamento

Qui sta il cuore del problema, e ha tutta la forma di un assurdo kafkiano. Il Centro San Giorgio ha l’autorizzazione a operare, ma non l’accreditamento — quella condizione indispensabile per erogare prestazioni per conto del Servizio Sanitario Nazionale e ricevere i relativi rimborsi. Per ottenerlo, dovrebbe dimostrare che nel territorio metropolitano esiste una carenza di posti dialisi. Ma Asp e Regione Calabria sostengono che questa carenza non esiste.


Peccato che esistano due sentenze del Tar — una di Reggio Calabria, una di Catanzaro — che attestano esattamente il contrario. Il Tar di Reggio Calabria ha fatto chiarezza: nel territorio reggino i posti dialisi sono insufficienti. Con la sentenza ha annullato il parere negativo dell’Asp che bloccava l’iter di accreditamento del Centro San Giorgio, imponendo all’azienda sanitaria di riesprimersi entro 30 giorni. I giudici hanno evidenziato uno squilibrio evidente rispetto ad altre aree della Calabria, come Cosenza e Catanzaro, e ribadito un principio chiave: i pazienti cronici devono essere assistiti sul territorio, vicino alla propria residenza, e non costretti a spostamenti lunghi e gravosi. La carenza di posti rene, inoltre, non è recente ma documentata almeno dal 2018, senza che il fabbisogno sia mai stato colmato. Sul contenzioso aperto, e per contestare quanto stabilito dal Tar, l’Asp di Reggio Calabria ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. A breve è attesa la sentenza che dovrà stabilire se abbia ragione il Centro dialisi San Giorgio oppure l’azienda sanitaria territoriale.
E peccato che quella carenza esista da quasi dieci anni, sia nota a tutti, documentata, e non sia mai stata colmata. I conti sono presto fatti: ogni seduta dialisi costa circa 270 euro. Tre sedute a settimana per paziente significa oltre 800 euro settimanali a testa. Moltiplicato per 38 pazienti, per oltre cento settimane. Una cifra che la struttura ha continuato ad assorbire in silenzio, senza rimborsi, senza certezze, senza una data di risoluzione all’orizzonte.

«A noi dicono una cosa, a loro un’altra»

A tenere le fila della battaglia istituzionale è Francesco Puntillo, coordinatore regionale di Fintrad — la federazione che tutela i malati di rene. Ha le carte in mano, letteralmente: un faldone di documenti normativi e perizie che certificano, nero su bianco, la carenza di posti dialisi nel territorio reggino. Una carenza che le istituzioni continuano a non riconoscere, almeno ufficialmente.
«La carenza di posti rene è certificata e documentata», dice Puntillo. «Dal 2017, a seguito delle sollecitazioni delle rappresentanze dei pazienti, venivano attivati numerosi tavoli tecnici presso la Prefettura di Reggio Calabria, nel corso dei quali l’Asp quantificava un fabbisogno aggiuntivo di almeno 29 posti dialisi rispetto a quelli esistenti. Il dato veniva poi confermato nella delibera Asp n. 582 del 17 maggio 2018, senza tuttavia trovare concreta attuazione nella programmazione regionale. Non capiamo perché l’Asp di Reggio Calabria ci dice che la carenza esiste, e poi al Centro San Giorgio risponde che non c’è fabbisogno quando va a chiedere l’accreditamento, c’è qualcosa che non torna. A noi raccontano una versione, a loro cercano di raccontare tutt’altro».

L’inghippo istituzionale

L’associazione ha bussato a tutte le porte. L’ultima, quella della Prefettura: il prefetto Clara Vaccaro ha assicurato che avrebbe sollecitato sia l’Asp che il Dipartimento Tutela della Salute della Regione. «Ma è passata una settimana, e ancora nessuna risposta concreta», dice Puntillo. «Da quasi dieci anni la carenza di posti dialisi a Reggio Calabria è un problema noto, documentato e mai risolto», denuncia la federazione. «Tra rimpalli di responsabilità e silenzi istituzionali, Asp e Regione continuano a ignorare una realtà drammatica, lasciando sospesa la sorte di una struttura che garantisce cure salvavita a decine di pazienti». Il diritto alle cure di prossimità, ribadisce Fintrad, non può essere sacrificato a fronte di ritardi o rigidità amministrative. Soprattutto quando a pagarne il prezzo sono soggetti fragili, affetti da patologie croniche, che tre volte a settimana dipendono da una macchina per restare in vita.

La storia di Katia e degli altri dializzati

Al Centro San Giorgio, una struttura nuova dove i pazienti hanno anche a disposizione per ogni letto una televisione e le cuffie per trascorre le ore di dialisi distraendosi, incontriamo tanti pazienti, ma a parlare è Caterina D’Andrea, per tutti Katia. Settecento euro al mese, una figlia di sedici anni e la dialisi come unica possibilità: «Se il centro chiude mi fermo. Non posso andare lontano. L’ho fatto per mia figlia, devo vederla crescere». Accanto a lei Rosario Multari, un anno e mezzo di terapia: «Se devo fare le sedute altrove, mi metto a letto e aspetto la fine». Poi Concetta Schipani, professoressa, sei anni di dialisi e otto interventi lontano da casa. Non parla d’impulso, ma dopo aver attraversato tutto: «Non intendo più peregrinare. Ho già dato abbastanza. Ho scelto questo centro per l’assistenza, per l’igiene, per l’umanità. Qui c’è un ambiente familiare che rende sopportabile la dialisi». E davanti all’ipotesi della chiusura non lascia spazio a equivoci: «Ho già pensato di andare a incatenarmi in Piazza Italia, e lo farei. Non intendo sopravvivere a ogni costo. Intendo sopravvivere con un pochino di qualità nella mia malattia e nella mia vita. Altrimenti non ha senso». (redazione@corrierecal.it)

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