La nuova geografia del narcotraffico a Roma: l’asse che unisce ’ndrangheta e camorra
Nell’operazione di stamattina emerge ancora il ruolo del gruppo di Platì e i summit tra l’ex Banda della Magliana Pernasetti e Rosario Marando in un ristorante di Testaccio

L’operazione scattata all’alba di oggi nella Capitale, con 13 arresti eseguiti dai carabinieri del Nucleo investigativo su mandato della Direzione distrettuale antimafia, restituisce una fotografia aggiornata e particolarmente significativa degli equilibri criminali a Roma. Non si tratta soltanto dell’ennesimo blitz antidroga, ma dell’emersione di un sistema relazionale che salda storiche figure della criminalità romana con organizzazioni mafiose strutturate, tra cui la ’ndrangheta, confermando ancora una volta il ruolo centrale delle cosche calabresi nei traffici internazionali di stupefacenti.
Elemento simbolico dell’inchiesta è il ritorno in carcere di Raffaele Pernasetti, figura storica della Banda della Magliana. Oggi 75enne, Pernasetti non appare più come uomo d’azione, bensì come snodo relazionale: un intermediario, un “broker” capace di attivare canali consolidati nel narcotraffico. È proprio questa evoluzione a risultare centrale: i profili storici della criminalità romana, forti di relazioni costruite negli anni ’70 e ’80, continuano a esercitare un ruolo strategico, mettendo a disposizione contatti, credibilità e capacità di mediazione. Non gestiscono più direttamente la violenza, ma garantiscono l’accesso alle filiere di approvvigionamento, in particolare quelle legate alla cocaina.

La ’ndrangheta e il controllo delle forniture
Il dato di maggiore interesse per comprendere la portata dell’operazione riguarda il coinvolgimento diretto di ambienti della ’ndrangheta. Le indagini hanno evidenziato collegamenti con il gruppo radicato a San Basilio, riconducibile a Rosario Marando, secondo gli inquirenti espressione della storica realtà criminale di Platì.
Secondo quanto emerge dall’ordinanza, il procedimento trae origine proprio dagli accertamenti svolti nei confronti di Pernasetti, nell’ambito dei quali era già stata documentata l’esistenza di un gruppo attivo nel quartiere romano guidato da ambienti riconducibili alla famiglia Marando. In tale contesto, un primo elemento significativo è rappresentato da un incontro osservato il 22 giugno 2020 tra Pernasetti e Luigi Marando, appartenente alla stessa famiglia, segno di rapporti già consolidati nel tempo.
Il quadro investigativo si rafforza negli anni successivi attraverso attività tecniche e servizi di osservazione, che documentano una serie di incontri diretti tra Pernasetti e lo stesso Marando. In particolare, gli investigatori hanno registrato riunioni avvenute il 31 marzo 2022, il 2 aprile 2022, il 28 aprile 2022 e il 4 maggio 2022, tutte svoltesi nel ristorante “Da Oio a casa mia”, nel quartiere Testaccio, individuato come punto nevralgico delle relazioni criminali.
Questi elementi confermano un paradigma ormai consolidato: la ’ndrangheta mantiene il controllo delle grandi forniture di droga, soprattutto cocaina, gestendo i canali internazionali e rifornendo reti locali che curano la distribuzione al dettaglio. Roma, in questo schema, rappresenta uno dei principali hub di smistamento e consumo.
L’inchiesta “Anemone” e il ruolo dei Marando a Roma
Un ulteriore elemento che si innesta nel quadro ricostruttivo riguarda il procedimento “Anemone”, nell’ambito del quale la Procura di Roma ha chiesto ieri 31 rinvii a giudizio per presunte infiltrazioni della ’ndrangheta reggina nella Capitale. L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta dai Carabinieri del Ros, si inserisce nel filone investigativo che negli ultimi anni ha ricostruito proprio la presenza stabile del gruppo Marando a Roma, con epicentro nel quadrante di San Basilio.
Secondo gli atti, il presunto capo dell’organizzazione sarebbe Rosario Marando, indicato dagli inquirenti come figura apicale di un sodalizio dedito al traffico di stupefacenti e in costante collegamento con ambienti criminali originari di Platì. Il quadro accusatorio evidenzia una struttura criminale definita «organizzazione di vaste dimensioni», capace di esercitare un controllo capillare del territorio attraverso la gestione delle piazze di spaccio e l’imposizione di regole interne rigidamente mafiose. Tra gli episodi contestati figura anche un grave caso di tortura aggravata dal metodo mafioso, ai danni di un pusher rapito, legato e brutalmente aggredito, in un episodio documentato dagli investigatori attraverso materiale video acquisito nel corso delle indagini. Le risultanze investigative descrivono inoltre la capacità del gruppo di mantenere la piena operatività anche in condizioni restrittive, con la presunta possibilità per lo stesso Marando di continuare a esercitare influenza sulle dinamiche criminali del quartiere di San Basilio, consolidando un sistema di controllo definito dagli inquirenti come “legge dei Marando”, basato su intimidazione, gestione diretta delle piazze e monopolio dello spaccio.
Il ristorante-crocevia e la struttura dell’organizzazione
Tornando all’operazione di stamattina, le attività investigative, sviluppate anche attraverso intercettazioni ambientali e sistemi di videosorveglianza installati nei pressi del locale di via Galvani, hanno consentito di documentare la presenza quasi quotidiana di Pernasetti nel ristorante, gestito da familiari. È in questo contesto che si delineano i contorni dell’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, attiva in particolare nel quartiere Trullo. A capo del gruppo viene individuato Manuel Severa, con funzioni direttive nella gestione delle attività di compravendita della droga. Pernasetti, invece, svolge un ruolo di raccordo: intermediario per l’approvvigionamento, capace di sfruttare una rete consolidata di contatti nel narcotraffico, presso i quali gode di fiducia e rispetto. Significativo anche il dato relativo al riconoscimento della sua autorevolezza all’interno del gruppo: gli stessi sodali, incluso il vertice operativo, mostrano nei suoi confronti un atteggiamento di rispetto, coerente con il suo passato criminale e con il capitale relazionale accumulato negli anni.

L’apporto dei collaboratori e i riscontri investigativi
A rafforzare il quadro indiziario contribuiscono anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Tra questi, già in una fase precedente, Artan Monari aveva indicato Pernasetti come soggetto incaricato di definire l’acquisto di armi comuni da sparo, confermandone il ruolo operativo anche in ambiti diversi dal narcotraffico. Ulteriori elementi emergono nel 2024, quando avviano un percorso di collaborazione con la giustizia Fabio Postumo e Serena Lucantonio, seguiti, il 23 luglio dello stesso anno, da Marco Casamatta, ritenuto uomo di fiducia di Pernasetti. Le loro dichiarazioni, auto ed etero accusatorie, hanno fornito riscontri rilevanti, consentendo di consolidare il quadro probatorio e di individuare ulteriori responsabilità all’interno della rete criminale. Le attività tecniche sono state inoltre corroborate da sequestri di sostanze stupefacenti e arresti in flagranza, elementi che hanno contribuito a delineare in modo organico l’esistenza di una struttura associativa stabile.
L’intreccio con la camorra e il modello romano
Accanto alla componente calabrese emerge anche il legame con il clan Senese, storicamente radicato a Roma ma di origine campana. Il “benestare” concesso a Pernasetti per operare in alcune aree della città evidenzia un ulteriore aspetto: la Capitale continua a essere un territorio di coabitazione tra gruppi criminali diversi, regolata da equilibri negoziati piuttosto che da conflitti aperti. In questo contesto, Roma si conferma come una “piazza aperta”, dove la ’ndrangheta controlla i flussi di droga, la camorra garantisce strutture operative e protezione, la criminalità romana storica funge da cerniera, sfruttando la conoscenza del territorio.
Le piazze di spaccio coinvolte – dal Trullo a Corviale, dalla Magliana alla Garbatella – delineano una mappa periferica ma strategica, dove la domanda di stupefacenti resta elevata e il controllo del territorio è più fluido rispetto al centro storico. L’inchiesta evidenzia come il modello mafioso contemporaneo sia sempre meno legato a strutture rigide e sempre più basato su reti flessibili. In questo sistema: la ’ndrangheta agisce come fornitore globale; i gruppi locali operano come distributori; figure ibride come Pernasetti svolgono il ruolo di facilitatori. È proprio questa capacità di integrazione a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Non esistono più confini netti tra organizzazioni: ciò che emerge è una vera e propria economia criminale condivisa. (fra.vel.)
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