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il processo d’appello bis

«Fava e Garofalo vittime di un piano di alta mafia». In aula lo scontro finale tra la tesi stragista e i dubbi della difesa

Il dibattimento si avvia alla conclusione. Per le parti civili l’agguato fu un delitto studiato da ‘ndrangheta e Cosa nostra, per la difesa di Graviano mancano prove certe e riscontri

Pubblicato il: 16/04/2026 – 19:33
di Mariateresa Ripolo
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«Fava e Garofalo vittime di un piano di alta mafia». In aula lo scontro finale tra la tesi stragista e i dubbi della difesa

REGGIO CALABRIA «Siamo di fronte a un duplice omicidio strategico di alta mafia frutto di un sistema criminale che aveva individuato in due innocenti uomini dello Stato bersagli da eliminare». A pronunciare queste parole, nel corso del processo d’appello bis “‘Ndrangheta stragista”, è l’avvocato Antonio Ingroia, legale dei familiari dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi in un agguato il 18 gennaio 1994 allo svincolo di Scilla. Un omicidio che – insieme ad altri due agguati ai danni di militari dell’Arma – per la Procura di Reggio Calabria rientra nella cosiddetta strategia stragista messa in atto nei primi anni Novanta. Dopo il rinvio della Cassazione, che ha imposto un nuovo giudizio di secondo grado, il processo d’appello bis si avvia verso la conclusione. In seguito alla requisitoria del procuratore generale Giuseppe Lombardo – che ha chiesto la conferma dell’ergastolo per il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e per l’esponente dei Piromalli, Rocco Santo Filippone – l’udienza di questa mattina è stata teatro di un botta e risposta tra le parti civili e le difese. Al centro del dibattito resta il ruolo dei mandanti del duplice omicidio e il peso delle nuove prove emerse, a partire dalle recenti dichiarazioni intercettate del boss Pino Piromalli.

LEGGI ANGHE: Chiesta la conferma dell’ergastolo per Graviano e Filippone. Lombardo: «Verità nascoste dalla ‘ndrangheta»

Ingroia: «Un duplice omicidio strategico»

Ingroia ha difeso con forza la ricostruzione delle sentenze di merito, scagliandosi contro l’annullamento della Cassazione che ha portato a questo secondo appello e sottolineando come l’attacco ai carabinieri fosse parte integrante di un progetto ben preciso: «Tutto ciò rientra nel progetto stragista e “trattativista” della cosiddetta trattativa Stato-Mafia, consacrata come fatto accertato in una sentenza della Cassazione». Per le parti civili, il fatto che la Cassazione abbia confermato la cornice della “strategia stragista” rende paradossale l’incertezza sui mandanti. «Le vittime furono uccise perché bisognava colpire l’Arma, proprio come si voleva fare allo Stadio Olimpico. Un disegno che non può prescindere da chi, come Graviano e Filippone, gestiva quel sistema criminale», ha spiegato Ingroia: «La sentenza di primo grado va nuovamente confermata. Non si tratta di sfidare la Suprema Corte, ma di restituire la valutazione del merito a chi compete. La sentenza di annullamento della Cassazione ha costituito una forma di ingiustizia che ha ferito i miei assistiti, i quali si sono sentiti traditi dalle istituzioni a cui si erano affidati. Tocca a questa Corte riparare a tale ingiustizia con un atto di verità. Chiedo pertanto la conferma della sentenza di primo grado, come da conclusioni e nota spese già depositate».

La replica della difesa

Opposta la linea dell’avvocato Giuseppe Aloisio, difensore del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. Il legale provato a smontare pilastri dell’accusa, a partire dalla contestata presenza del boss in Calabria. «Il rilevamento della sua posizione non è attendibile», ha spiegato Aloisio. Il difensore si è poi soffermato sulle conversazioni del 2016 tra Graviano e il compagno di ora d’aria Adinolfi: «Graviano non ha mai pronunciato la parola Calabria».
Anche sulla prova citata nel corso delle scorse udienze dal pm Lombardo – la frase di Pino Piromalli («Dopo Riina – sono state, infatti, le parole di Piromalli – c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua») – la difesa ha spiegato: «Poteva riferirsi a qualsiasi cosa, magari commentando le udienze che ascoltava in streaming. Dove sarebbe il riscontro?».
Altro punto cruciale l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Per la difesa, le loro versioni sarebbero contaminate da «evidenti e insanabili contraddizioni», citando proprio i dubbi sollevati dalla Suprema Corte. A non convincere la Cassazione sono state, in particolare, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani.
«Non si può dare credibilità a chi cambia versione più volte», ha incalzato Aloisio, chiedendo alla Corte la riforma della sentenza di primo grado e la piena assoluzione degli imputati.

Le tappe verso la sentenza

Il processo, che tenta di fare luce su uno dei periodi più bui della storia d’Italia e sul legame tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra, si avvia ora verso le battute finali. Il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria dovrà stabilire se quella verità «rimasta celata per anni sotto strati di menzogne», citata dal pm Lombardo, troverà una definitiva conferma giudiziaria. Il calendario è fissato: si tornerà in aula il 21 maggio e il 18 giugno per i prossimi interventi e le fasi conclusive che precederanno la sentenza.

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