“Dove canta il Cuculo”: il nuovo libro di Gioacchino Criaco
L’avvincente racconto di un figlio senza padre, segnato dal dolore di quest’assenza, che sarà costretto a compiere un lungo viaggio

C’è mezzo mondo nel recentissimo romanzo di Gioacchino Criaco, in questi giorni in libreria: “Dove canta il Cuculo”, Piemme editore. Dal gelo delle città canadesi al caldo asfissiante di quelle messicane. Ma c’è anche la natura selvaggia e lussureggiante dell’Aspromonte, freddo di neve e nebbie, ma anche tiepido di sole e cieli azzurri, madre e matrice della poetica del narratore, terra d’origine e sempre agognato approdo. Un Aspromonte che non è “mezzo mondo” ma il mondo intero, anzi, sempre il “centro del Mondo” come direbbe il grande storico delle religioni Mircea Eliade. Perché per chiunque abbia radici – come per Criaco – i “nostri” luoghi sono sempre centri del Mondo, per quanto infimi, umili, sconosciuti.
Il Cuculo è l’uccello dei grandi boschi di faggi, querce, pini, abeti dell’Aspromonte, che giunge in primavera per nidificare e poi riparte in autunno. Nelle giornate nebbiose lancia il suo verso iterativo, ipnotico, onirico: “hu hu … hu hu”. Che fa eco nell’aria e intimorisce il viandante, come la voce di uno spirito vagante. Quel verso è un richiamo, ma anche un inganno. Perché il Cuculo attende che una coppia di altri uccelli lasci incustodito il loro nido dove hanno deposto le uova, per invaderlo ed occuparlo con il suo unico uovo. Sarà il prodotto di quell’unico uovo, il Cuculo ancora irriconoscibile venuto fuori da quel piccolo Cavallo di Troia, a spingere fuori dal nido le uova dei veri figli degli uccelli proprietari e ad ingannare questi ultimi facendosi adottare senza consapevolezza da loro.

Il libro di Criaco giunge a quattro anni di distanza dal suo ultimo romanzo, “Il custode delle parole”, del 2022 per Feltrinelli, e a diciotto anni dal primo, “Anime nere”, del 2008 per Rubbettino, da cui fu tratto l’omonimo film di Francesco Muzi, alla cui sceneggiatura collaborò lo stesso Criaco, vincitore di nove “David di Donatello”.
Il nuovo, atteso romanzo è l’avvincente racconto di un figlio senza padre, Gino, segnato dal dolore di quest’assenza, che sarà costretto a compiere un lungo viaggio. Un viaggio che ha anche una componente iniziatica, esoterica, che attraversa il profondo della persona. La storia è un thriller denso di colpi di scena che trae origine, ancora una volta, dalla natura e dalla cultura dell’Aspromonte, una delle montagne più identitarie d’Europa. Tant’è che proprio tutt’attorno all’Aspromonte si è sviluppata la maggior parte della letteratura calabrese del ‘900 ad oggi: da Alvaro sino a Criaco, passando, fra gli altri, per Francesco Perri, Mario La Cava, Leonida Repaci, Fortunato Seminara, Saverio Montalto (pseudonimo di Francesco Barillaro), Saverio Strati, Giuseppe Occhiato, Luca Asprea (pseudonimo di Carmine Ragno), Mimmo Gangemi, Santo Gioffré e via discorrendo. E questa identità, che è anche un’identità millenaria, risalente ad ancor prima della colonizzazione magnogreca, quando l’Aspromonte era popolato da quelli che Criaco chiama “popoli dei boschi”, emerge con tutta la sua forza nel romanzo. Con la sua ambivalenza, la sua ambiguità, i suoi contrasti profondi ed irrisolvibili. Che sono poi i contrasti della psiche umana: quella luce e quell’ombra che stanno a fondamento della psicologia analitica di Karl Gustav Jung. La poetica di Criaco, a ben vedere, è segnata da una vena intimamente junghiana, dove luce ed ombra, bene e male sono strettamente, ineludibilmente intrecciati.

Da qui la forza di questa storia, il suo incedere da tragedia greca. Perché dell’antica Grecia, dell’Oriente resta nell’Aspromonte il segno indelebile, il mistero, il fascino di quella lingua ancora parlata nella comunità ellenofona della vallata dell’Amendolea. Una lingua che reca dentro di sé un intero mondo. E chissà che nel romanzo non sia ancora una volta contenuta, segretamente, come un fiume sotterraneo, come una forza tellurica, come una divinità incubica, la memoria di Africo – che greco non era per lingua ma per inconscio collettivo, per dirla ancora con Jung – i cui abitanti, non a caso, erano detti “cucchi” dagli abitanti delle marine, cioè “cuculi”. Africo, quel paese sprofondato nel cuore dell’Aspromonte, da cui nel 1951, dopo un’alluvione, un intero popolo fu sradicato, reso profugo per anni e poi definitivamente deportato in un luogo anonimo in riva al mare, a settanta chilometri di distanza dalle sue terre ancestrali, senza più legami con i luoghi d’origine, privato dei suoi beni, della sua cultura, della sua dignità.
Il romanzo di Criaco torna ad essere intrecciato, dunque, con l’Aspromonte. Anche se nella storia il destino di questa montagna unica sembra voler uscire, con il viaggio del protagonista, verso l’esterno, come a sottolineare che il suo è un destino esemplare, non locale ma universale, non fermo nel passato ma eterno.
*Avvocato e scrittore