‘Ndrangheta, «accerchiati e minacciati» a Gerocarne: il coraggio dei poliziotti «scomodi» per la ’ndrina
Dall’inchiesta emerge il resoconto di un arresto della Polizia nel 2022. Le minacce ai poliziotti chiamati per cognome: «Ti tocchiamo al momento giusto»

VIBO VALENTIA Un paese arroccato nell’entroterra calabrese, un «fortino» della ‘ndrina e uno scontro tra la Polizia e gli uomini del clan accorsi per evitare un arresto. Quella che potrebbe apparire come la scena di una serie tv sulla criminalità organizzata è, in realtà, il resoconto di un arresto avvenuto a Gerocarne, nelle Preserre Vibonesi, e confluito nelle carte dell’inchiesta Jerakarni contro il locale di Ariola. L’operazione, scattata l’8 aprile, ha portato al fermo di 54 persone, tra cui diversi presunti esponenti della cosca Emanuele-Idà. Tra le migliaia di pagine che ricostruiscono oltre quattro anni di indagini della Polizia di Stato, spicca il racconto di una complessa operazione avvenuta il 22 aprile 2022 a Gerocarne, quando gli agenti si sono visti improvvisamente «aggrediti e minacciati» da diverse persone ritenute appartenenti alla ‘ndrina. Un episodio che evidenzia la spregiudicatezza criminale della ‘ndrangheta, ma soprattutto il coraggio di quei poliziotti che operano quotidianamente nella “trincea” calabrese.
«Spregiudicatezza, violenza e capacità intimidatoria»
Il racconto ruota attorno a un tentativo di arresto della figlia del presunto boss Franco Idà, sorpresa con oltre 200 mila euro in contanti. In poco tempo la situazione sarebbe degenerata, con gli agenti «accerchiati, aggrediti e minacciati di morte» dai familiari. Anche il gip nella sua ordinanza sottolinea come l’episodio «rivela nitidamente la loro spregiudicatezza, violenza e capacità intimidatoria». Neanche di fronte uomini di Stato in divisa il clan avrebbe mostrato remore a ricorrere alla violenza.
Il posto di blocco e l'”allerta”
Ma andiamo con ordine. Secondo la ricostruzione dell’accusa, tutto sarebbe partito con un controllo ad un posto di blocco nei confronti di Michele Idà (cl.91), durante il quale sarebbe stato sorpreso con 3 involucri di cocaina. Da qui sarebbe nata «una situazione di allerta» tra i familiari che avrebbero iniziato a controllare «tutti i movimenti della “legge”», ovvero delle forze dell’ordine. Marco e Michele Idà (cl.97), anche loro in auto, avvisati di avere «i pulcini dietro» avrebbero aumentato la velocità in auto per «evitare le perquisizione», applicando finanche una «sorta di protocollo del clan» che prevedeva lo spegnimento del cellulare.
Gli agenti costretti a chiedere i rinforzi
Sopraggiunti in piazza, al posto di blocco dove era stato fermato il cugino, la situazione sarebbe precipitata con i poliziotti «costretti a chiedere i rinforzi». È qui che inizia quella che la stessa Dda definisce una «scrupolosa cinturazione» della Polizia, che in poco tempo riesce a circondare la zona in modo da «evitare che un’ingente somma di denaro illegalmente detenuta venisse occultata». Poco dopo, infatti, ad essere fermata è Arianna Idà, «sorpresa a disfarsi e/o occultare» oltre 201 mila euro, mentre – aggiunge la Dda – il «fortino inviolabile degli Emanuele» veniva raggiunto da Domenico Zannino e Filippo Mazzotta.
La situazione degenera: insulti e minacce ai poliziotti
I primi ad intervenire in soccorso della ragazza sarebbero stati Michele e Marco Idà, seguiti dal presunto boss e padre della ragazza Franco Idà, che avrebbero iniziato ad «inveire» contro i poliziotti. Un dettaglio particolarmente rilevante per gli inquirenti è il fatto di come loro fossero «ben informati» sull’identità degli agenti intervenuti, tanto da chiamarli con il loro cognome. «Se ci vogliamo toccare, ci tocchiamo per bene» avrebbe rivolto Zannino a uno di loro, supportato da Mazzotta: «Ti tocchiamo al momento giusto». L’altro gruppo, composto da Marco e Michele Idà, avrebbe intanto minacciato un altro poliziotto: «Ti spascio». E ancora: «Ti ammazzo, ti sparo». Forti del numero di sodali intervenuti, avrebbero poi cercato di aizzarli contro gli agenti: un “accerchiamento” che – secondo la Dda – non mirava soltanto ad evitare l’arresto, ma anche «a dimostrare ai numerosi cittadini, che nel frattempo si erano radunati, la loro supremazia incontrastata sul territorio» anche sovrastando le forze dell’ordine. Anche dopo il rilascio, avvenuto per cercare di calmare le acque, della figlia di Franco Idà, «la furia di Marco Idà continuava ad essere inarrestabile» e solo con l’intervento di un altro uomo sarebbe stato calmato e riaccompagnato a casa.
Gli “studi” sui poliziotti
Per la Dda si tratta di «una intimidazione corale di gruppo» solitamente destinata alla società civile, ma in questo caso attuata nei confronti delle forze dell’ordine a conferma della loro spregiudicatezza. Le successive intercettazioni svolte dalla Polizia giudiziaria dimostrerebbero poi come le minacce «non fossero da addebitare ad attimi di rabbia del momento», ma ad un preciso «disegno criminale» che avrebbero portato avanti «prendendo di mira gli operatori di Polizia in quanto ritenuti responsabili di intralciare la loro attività criminale». La ‘ndrina avrebbe fatto degli «studi» e «un’attività di osservazione» sui poliziotti «ritenuti scomodi», conoscendo persino dettagli della loro vita privata. Un attacco diretto a chi, ogni giorno, sceglie di non voltarsi dall’altra parte. (ma.ru.)
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